lunedì 30 novembre 2015

Scorie - Vietano perfino il fantacalcio

Mi è capitato di leggere che il procuratore generale di New York, tale Eric Schneiderman, ha dichiarato fuorilegge il fantasy football, l'equivalente statunitense del fantacalcio, basato però sul football americano. A parere di Schneiderman, chi gioca a fantasy football rischia di contrarre forme di ludopatia.

Si tratta, peraltro, di una decisione che ha già precedenti simili in Arizona, Iowa, Louisiana, Montana e Washington.

Non c'è tanto da dire, se non constatare per l'ennesima volta che anche negli Stati Uniti la compressione della libertà degli individui è praticata con grande zelo da legislatori e magistrati. E se ogni invenzione di crimini senza vittime è insopportabile, lo è ancora di più se mossa da un paternalismo alla cui base c'è, evidentemente, l'idea che la libertà delle persone vada limitata per il loro stesso bene.

Come minimo, per adeguarla alla realtà dei fatti, dovrebbero mettere le manette alla statua della libertà.


venerdì 27 novembre 2015

Scorie - La riforma della Fed

"Sappiamo ancora poco dell'economia per affidarci a rigidi meccanismi."
(J. Yellen)

Con queste parole, il presidente della Fed, Janet Yellen, ha reso nota la sua opposizione a qualsiasi ipotesi di introduzione di regole che tolgano discrezionalità alla banca centrale nella definizione dei tassi di interesse.

Da tempo negli Stati Uniti i repubblicani chiedono che sia limitata la discrezionalità della Fed e che l'operato della stessa banca centrale sia soggetto a un maggiore controllo da parte del Congresso (anche se formalmente i controlli sarebbero svolti dal Government Accountability Office).

La Fed è (prevedibilmente) contraria sia a limitare la propria discrezionalità, tra l'altro notevolmente aumentata successivamente al default di Lehman Brothers nel 2008, sia a fornire maggiori informazioni sul proprio operato.

Mentre vincolare la politica monetaria a una formula (sulla base della nota Taylor Rule) lascerebbe incertezza e discrezionalità in merito alla fissazione di taluni parametri della formula stessa (per esempio, quale peso dare all'output gap e come definirlo, quale peso attribuire all'inflation gap, oltre a quali stime di inflazione utilizzare) e non garantirebbe risultati migliori rispetto a quelli fin qui ottenuti dalla Fed, l'idea di migliorarne l'accountability, per quanto non sia ottimale, credo abbia senso.

Ciò detto, è abbastanza buffo che il presidente della Fed giustifichi la sua opposizione a una limitazione della discrezionalità dei banchieri centrali sostenendo che "sappiamo ancora poco dell'economia per affidarci a rigidi meccanismi". Proprio perché nessun esperto potrà mai essere onnisciente, né saperne "abbastanza" per sostituire d'imperio il proprio punto di vista a quello di milioni di soggetti, non ha senso né fissare regole matematiche, men che meno lasciare a chicchessia piena discrezionalità nel gestire i tassi di interesse e la base monetaria.

In definitiva, essendo vero quello che ha affermato Yellen circa il saperne ancora poco dell'economia, la vera riforma da fare sarebbe abolire la Fed e restituire al mercato la produzione di un bene fondamentale per l'economia stessa quale è la moneta.


giovedì 26 novembre 2015

Scorie - Equità, giustizia e utilità

"Da oggi le retribuzioni della Cisl sono sul sito, dove si possono trovare gli stipendi di tutta la segreteria confederale. Il più alto è il mio di circa 5.200 euro al mese tutto compreso… tre volte quella di un impiegato medio a 1.500 euro e mi sembra che ci siamo in un discorso di equità e di giustizia… chi sceglie il sindacato sa che non diventa ricco ma sa che sceglie di essere utile."
(A. Furlan)

Parlando alla Conferenza nazionale organizzativa programmatica del sindacato, il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha voluto fare chiarezza sulla propria retribuzione e su quella degli altri componenti della segreteria, annunciando che si possono trovare tutte sul sito internet della Cisl.

Secondo Furlan, 5.200 euro equivalgono a tre volte lo stipendio medio di un impiegato, quantificato in 1.500 euro, e tutto ciò sarebbe adeguato in un "discorso di equità e di giustizia". Ora, a parte che 1.500 moltiplicato per tre fa 4.500 e non 5.200, invocare "equità e giustizia" non ha alcun senso.

Ogni stipendio è equo e giusto se determinato da un contratto volontariamente stipulato tra soggetti che dispongono del loro diritto di proprietà. Tale è, per esempio, il caso di un imprenditore che assume un dipendente e con questi concorda, tra le altre condizioni contrattuali, la retribuzione dovuta al lavoratore. Evidentemente diverso è il caso dei contratti di lavoro nell'ambito della pubblica amministrazione, perché chi assume le persone e ne stabilisce i percorsi di carriera (al di là delle procedure concorsuali non di rado palesemente manipolate) non utilizza risorse di sua proprietà.

Nel caso della signora Furlan, a giudicare se il suo stipendio è equo dovrebbero essere coloro che versano risorse alla organizzazione della quale è segretario generale. Probabilmente una parte degli iscritti non sarebbe d'accordo con il segretario, ma quelli sono affari loro.

Così come sempre gli iscritti dovrebbero stabilire se il loro segretario fa qualcosa di utile oppure no. Purtroppo, peraltro, l'operato dei sindacalisti ha ripercussioni anche sui non iscritti, il che a mio parere rappresenta una esternalità negativa.

Ma suppongo che la signora Furlan, che ritiene equo e giusto il proprio compenso, nonché utile il proprio operato, non sarebbe d'accordo con me.


mercoledì 25 novembre 2015

Scorie - La tendenza di ogni schema Ponzi (previdenziale)

"I pensionati non devono preoccuparsi: le pensioni dell'Inps sono erogate a fronte di leggi dello Stato. Se l'Inps dovesse fallire, ci sarà lo Stato… c'è un diritto soggettivo fissato dalla legge."
(T. Boeri)

Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, invita i pensionati a non preoccuparsi dei disastrati bilanci dell'ente previdenziale pubblico (il 2015 dovrebbe chiudersi con un disavanzo di circa 9 miliardi, secondo lo stesso Boeri). Caso mai l'Inps dovesse fallire, ci penserebbe lo Stato, come in parte già avviene, a tappare i buchi.

Ovviamente lo Stato, non essendo creatore di ricchezza, le risorse per tappare i buchi dell'Inps le deve trovare da qualche parte. I tecnici la chiamano "fiscalità generale", che in volgare può essere tradotto: il conto è a carico dei pagatori di tasse.

Come ho già sostenuto in altre occasioni, il problema di qualsiasi sistema a ripartizione (non dissimile da uno schema Ponzi) è che un deterioramento della dinamica demografica conduce verso l'insolvenza. Inizialmente si può, appunto, illudere i pensionati che ci sarà sempre qualcun altro che paga il conto. Di conseguenza, si aumenta ripetutamente il prelievo a carico di chi paga tasse e contributi.

Ma con l'andare del tempo, se la demografia non inverte la tendenza, il carico diventa inevitabilmente insostenibile per i sempre meno pagatori in attività. A quel punto non c'è diritto soggettivo fissato dalla legge che tenga. Teoricamente sarebbe possibile adottare la via spesso invocata per tante altre cose, ossia la monetizzazione. Ma, a ben vedere, si tratterebbe solo di una forma diversa di insolvenza, con l'aggravante che, in casi estremi, porterebbe all'iperinflazione e al collasso del sistema economico, non solo pensionistico.

Gli attuali settantenni possono sperare di farla franca, soprattutto se non saranno troppo longevi. Per i più giovani, invece, qualche sorpresa più o meno amara è da mettere in conto. Ovviamente nessun presidente dell'Inps lo ammetterà mai, per non generare panico. Ma nessun debitore, fino all'ultimo, riconosce di essere diretto verso l'insolvenza.


martedì 24 novembre 2015

Scorie - Di buone tasse sono lastricate le vie dell'inferno fiscale

"Se è necessaria una tassa, è quella sull'analogico. Bisogna incentivare il digitale penalizzando i processi analogici. E il vantaggio è che, in tal modo, questa tassa andrà poi naturalmente a estinguersi."
(G. Recchi)

Intervenendo all'Italian Digital Day, il presidente di Telecom, Giuseppe Recchi, ha dapprima elogiato il governo (alla presenza di Renzi, of course) per quanto sta facendo per il digitale, poi ha proposto di tassare l'analogico allo scopo di incentivare il passaggio al digitale.

Non entro nel merito della questione tecnologica, non essendo competente. Mi interessa piuttosto evidenziare la pessima abitudine, peraltro molto diffusa, di invocare l'uso della tassazione per spingere le persone a fare ciò che il proponente ritiene opportuno. Non è un caso che quasi sempre il proponente trarrebbe vantaggio dall'adozione del provvedimento fiscale che suggerisce.

Questa abitudine, che trovo fastidiosa quando a proporre nuove tasse (o aumenti di quelle esistenti) sono parlamentari o ministri, è ancora più insopportabile quando nel gioco delle tassa disincentivante si cimentano persone che, almeno in teoria, non si occupano di politica (e neppure di scienza delle finanze).

Qualcuno potrebbe sostenere che la nuova tassa favorirebbe l'ammodernamento del Paese, e che, una volta completato il passaggio al digitale, la tassa stessa andrebbe ad estinguersi, come afferma Recchi.

Posto che quando facciamo rifornimento di carburante continuiamo a pagare accise per faccende di quasi un secolo fa, a testimonianza del fatto che l'estinzione non è all'ordine del giorno anche quando il motivo per il quale fu introdotto il balzello ha cessato di esistere da lungo tempo, per me resta inaccettabile invocare la compressione del diritto di proprietà delle persone allo scopo di favorire determinate scelte da parte loro.

E se è vero che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell'inferno, è altrettanto vero che di tasse buone (nelle intenzioni) sono lastricate le vie dell'inferno fiscale (italiano).


lunedì 23 novembre 2015

Scorie - Libertà del cliente e libertà dell'impresa

"Banca che vai, azioni in collocamento che trovi. Ognuna fa un po' come le pare, comunque sempre nell'ambito degli spazi che la regolamentazione deficitaria concede. È possibile quindi che un investitore, cliente di una banca che non aderisce al consorzio di collocamento di una offerta pubblica di vendita, non possa sottoscrivere le azioni di una società che si accinge ad approdare in Borsa. Mentre il cliente della banca accanto può liberamente farlo. È assurdo, con tutti i sistemi di gestione centralizzata degli ordini, lasciare il pallino in mano alle strategie commerciali e politiche dei vari istituti di credito. La libertà di valutare nel merito la rischiosità o la bontà dell'investimento in fase di Ipo (dall'inglese initial public offering, offerta pubblica iniziale) andrebbe lasciata al cliente. Invece sono le commissioni, più o meno alte, che vengono riconosciute alle banche che partecipano al consorzio di collocamento che dettano le adesioni dei vari istituti e, di conseguenza, dei loro clienti."
(G. Ursino)

Gianfranco Ursino scrive su Plus24, l'inserto settimanale del sabato del Sole 24 Ore che fa diretta concorrenza alle riviste di Altroconsumo e affini. In un sistema meno corporativo di quello italiano dubito che le banche e le assicurazioni continuerebbero a pagare profumatamente inserzioni pubblicitarie su pubblicazioni nelle quali vengono costantemente prese a pesci in faccia.

Non che manchino i motivi per criticare l'operato di banche e società del settore finanziario in generale; ma, come spesso accade, le critiche si soffermano su questioni che non andrebbero affatto censurate, mentre alcune altre attività sono perfino elogiate, salvo poi essere oggetto di critiche feroci quando vengono a galla delle magagne. Per esempio, nessuna banca subisce critiche quando elargisce credito a piene mani anche in periodi di vacche magre a chiunque ne faccia richiesta, salvo poi essere messa sulla graticola quando gran parte di quei crediti diventano sofferenze e la banca entra in crisi.

Nel caso in questione, Ursino ritiene che la scelta di una banca di non partecipare a un consorzio di collocamento di azioni, di conseguenza non rendendo quel prodotto disponibile alla propria clientela, sia un effetto di "regolamentazione deficitaria". A suo parere è assurdo "lasciare il pallino in mano alle strategie commerciali e politiche dei vari istituti di credito". Pare che ciò limiterebbe la libertà del cliente. A parere di Ursino la colpa delle banche sarebbe quella di pensare al proprio tornaconto.

Da come affronta la questione, pare che per Ursino le banche siano strutture statali e non imprese private. Qualcuno gli dica che sono passati ormai più di 20 anni da quando lo Stato era banchiere. Non che si possa definire quello bancario un esempio di libero mercato (ma quali esempi si potrebbero fare in Italia?), ma ogni banca ha azionisti ai quali rendere conto e, pur essendo tutt'altro che poco regolamentata, ha il diritto di scegliere quali prodotti offrire e quali no.

Ciò non limita affatto la libertà di scelta del cliente, il quale, se insoddisfatto del servizio offertogli da una banca, può, senza alcuna limitazione, rivolgersi a un'altra banca.

D'altra parte, suppongo che a nessuna persona dotata di buon senso verrebbe da tirare in ballo ipotetiche limitazioni alla libertà di scelta di un cliente se un bar o un ristorante offrono determinate pietanze a altri no.

Beh, forse solo perché su Plus24 non si occupano di ristorazione.


venerdì 20 novembre 2015

Scorie - Lo si può chiamare diversamente, ma rimane deficit

"La Francia deve affrontare gravi atti di terrorismo e deve affrontare spese supplementari che non devono avere lo stesso trattamento delle altre ed il principio vale anche per gli altri paesi."
(J. C. Juncker)

All'indomani dei nuovi attacchi terroristici a Parigi, il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha dato il via libera politico agli Stati membri per aumentare le spese per la sicurezza senza che queste siano conteggiate nel deficit ai fini della verifica del rispetto del limite del 3 per cento nel rapporto con il Pil.

Come era prevedibile, tutti i governi hanno accolto positivamente la dichiarazione di Juncker. Non voglio in questa sede addentrarmi sulla questione dell'aumento delle spese pubbliche per la sicurezza, limitandomi a evidenziare che aumentare una voce di spesa, magari assumendo centinaia o migliaia di persone, è sempre facile, mentre un successivo ridimensionamento nel caso in cui (come ci si dovrebbe augurare) cessasse l'emergenza, è sempre politicamente molto complesso.

Ciò che mi interessa sottolineare è che politicamente si può anche stabilire che una spesa finanziata in deficit non costituisca deficit, ma ciò non toglie che quelle somme vadano reperite. E se oggi incrementano il deficit, ancorché non contabilmente, significa che per finanziarle è necessario emettere titoli di Stato, che vanno ad aumentare lo stock di debito.

Quel debito in qualche modo dovrà essere ripagato. E i modi sono sempre gli stessi: maggiori tasse o minori spese. Nella tradizione italiana si tratta quasi sempre di maggiori tasse. Le quali possono essere esplicite, oppure occulte, mediante un aumento dell'inflazione.

In ogni caso, nessun Juncker può inventare pasti gratis: qualcuno prima o poi dovrà pagare il conto.


giovedì 19 novembre 2015

Scorie - Regole e arbitrio

"Il deficit strutturale italiano devia in modo sostanziale dal cammino raccomandato, avrebbe dovuto migliorare di 0,1 e invece peggiora di 0,5: la flessibilità all'Italia non può essere accordata per ora perché andrebbe in contraddizione con il percorso raccomandato a maggio."
(V. Dombrovskis)


"Il bilancio 2016 è stato costruito in modo coerente con il Patto di Stabilità e Crescita."
(P. C. Padoan)

Qualcuno dica a Padoan che la Commissione europea – o quanto meno il suo vicepresidente, Valdis Dombrovskis – non è esattamente sulla stessa lunghezza d'onda del governo italiano in merito alla conformità della bozza di bilancio per il 2016 che deriva dalla Legge di stabilità sottoposta al Parlamento e inviata alla stessa Commissione Ue.

Non che io nutra una particolare simpatia per il costoso carrozzone comunitario, ma da un punto di vista dei numeri le affermazioni di Dombrovskis non sono eccepibili, e il tentativo di affermare il contrario da parte di Padoan mi pare piuttosto maldestro e ridicolo.

Magari alla fine verrà trovato un accordo politico e in primavera la Commissione chiuderà un occhio sui numeri italiani. Ma in quel caso non sarebbero i numeri a cambiare: semplicemente si darebbe una interpretazione politica (qualcuno la definirebbe "intelligente", stravolgendo evidentemente il significato del termine) ai numeri stessi.

Potere dell'arbitrio. Non c'è niente di peggio di una regola che cambia in base a come decide di applicarla un burocrate.


mercoledì 18 novembre 2015

Scorie - Happy spending

"Oggi abbiamo 12 buone notizie, direi che si può lanciare l'hashtag #happydays."
(M. Renzi)

Venerdì scorso il Consiglio dei ministri ha varato un decreto di quelli che piacciono tanto a chi governa, perché distribuiscono soldi a destra e a manca. Attività che generalmente porta consenso da parte dei beneficiari di tali elargizioni.

Come spesso in questi casi, il governante elenca con entusiasmo quanti milioni sono stati stanziati per questa o quella iniziativa, tacendo sull'altro lato della medaglia. Ossia sulle coperture di tali spese.

Come è noto, le spese pubbliche possono essere coperte solo in tre modi: tagliando altre voci di spesa, aumentando le tasse presenti, oppure quelle future (quando la spesa è finanziata in deficit, mediante emissioni di titoli che incrementano il debito pubblico).

Su chi sarà chiamato a pagare il conto della magnificenza governativa è sempre bene mantenere una certa opacità, perché se gli aumenti di spesa portano consenso, le coperture portano necessariamente un calo di consenso da parte di chi dovrà pagare il conto.

Ecco, quindi, le principali "buone notizie".

150 milioni vanno ai progetti da realizzare nel post Expo (addirittura Renzi vuole che siano 150 milioni all'anno per 10 anni).

200 milioni a Roma per l'imminente Giubileo.

150 milioni alla Terra fuochi.

50 milioni a Bagnoli.

10 milioni alla difesa del made in Italy.

100 milioni al servizio civile.

60 milioni per le emergenze di cui si occupa la protezione civile.

25 milioni per le case popolari.

125 milioni per cinema e impianti sportivi di periferia.

30 milioni per migliorare i collegamenti con la Sardegna.

Happy spending sicuramente, happy days per chi avrà una fetta di quei soldi, non certo per chi pagherà il conto (personalmente ho la sgradevole sensazione di appartenere al secondo gruppo).


lunedì 16 novembre 2015

Scorie - Falsità sulla deflazione

"Un'inflazione intorno, ma sotto al 2%, come quella fissata dalla Bce… viene ritenuta negativa… in base a un'assurda concezione che porta a privilegiare prezzi prossimi alla deflazione: vi concorrono i noti riflessi della crisi degli anni 30, ma ciò non giustifica la critica che viene mossa, dimostrando di non conoscere i danni che un'inflazione assai bassa può arrecare a investimenti e risparmi (questi ultimi accumulati in modo patologico in totale assenza di prospettive certe)."
(A. De Mattia)

Da una persona che, come Angelo De Mattia, ha lavorato a lungo alla Banca d'Italia non ci si può ragionevolmente attendere che vengano critiche alle politiche monetarie espansive della Bce, a maggior ragione se a guidarla è Mario Draghi, che prima di trasferirsi a Francoforte ha lavorato al Tesoro ed è stato governatore della Banca d'Italia stessa (i maligni ricordano anche il passaggio in Goldman Sachs).

De Mattia fa riferimento ai concetti maistream di inflazione e deflazione, ossia a una crescita/decrescita di un indice di prezzi al consumo. La Bce ha come obiettivo mantenere l'inflazione dei prezzi al consumo vicino ma sotto al 2% annuo.

A chi obietta che la stabilità dei prezzi – pur restando nell'ambito di una definizione necessariamente arbitraria dovuta al fatto che un indice non può rappresentare perfettamente la realtà, né le variazioni dei prezzi relativi – si avrebbe quanto meno se l'indice non variasse nel tempo, i sostenitori del limite fissato al 2% (comune a diverse banche centrali) ribattono che i metodi utilizzati per stimare l'andamento di tali indici tendono a sovrastimare l'andamento dei prezzi, per cui a fronte di un indice invariato si sarebbe di fronte a prezzi in calo.

A me non interessa tanto stare a discutere di questo aspetto apparentemente tecnico (in realtà mi pare che sia profondamente politico), bensì concentrarmi sui danni che De Mattia ritiene vengano prodotti dalla deflazione, addirittura sui risparmi.

Un andamento calante dei prezzi genera un aumento dei debiti in termini reali, e questo è il principale motivo per cui la deflazione dei prezzi al consumo è considerata uno "spettro", in un mondo nel quale tutto il sistema monetario (quindi economico) è fortemente basato sul debito e i principali debitori sono gli Stati e le grandi aziende (finanziarie e non).

Ogni variazione dei prezzi genera effetti redistributivi, e se le variazioni dei prezzi fossero effetto di dinamiche di libero mercato non vi sarebbe nulla da dire. Il fatto è che si tratta per lo più di conseguenze di politiche monetarie, ossia di fattori esogeni alle dinamiche di libero mercato. Da questo punto di vista, la redistribuzione che si verifica per effetto delle variazioni dei prezzi non è troppo diversa da quella provocata da interventi fiscali. Così come ci sono pagatori e consumatori di tasse, vi sono pagatori e consumatori di inflazione.

Solitamente tra i motivi per temere la deflazione viene citata la tendenza da parte dei consumatori a rinviare le decisioni di spesa in vista di ulteriori diminuzioni dei prezzi. Ciò diminuirebbe la domanda, generando effetti recessivi. Al contrario, "un po'" (e questo "po'" è di volta in volta stabilito arbitrariamente dai keynesiani) di inflazione avrebbe effetti benefici sulla domanda.

Ora, che le spese vengano rinviate è quanto meno opinabile. La cosa non vale certo per gli alimentari, ma neppure per alcuni beni non di prima necessità. Non credo che sia perché la versione precedente di iPhone non funziona più che, ogni volta che esce un modello nuovo, molte persone fanno la fila davanti ai negozi della Apple per comprarlo, pagandolo certamente di più di quanto lo potrebbero pagare pochi mesi dopo. E questo per fare un solo esempio. Oltre tutto, lo Stato (agendo direttamente o tramite una banca centrale) non dovrebbe neppure spingere gli individui ad anticipare o posticipare decisioni di spesa.

Ciò detto, sostenere che la deflazione faccia male ai risparmi è davvero bizzarro. A fare male ai risparmi è la manipolazione al ribasso dei tassi di interesse. L'aumento dei risparmi, in parte in realtà dovuto semplicemente a un aumento di base monetaria (frutto di politiche monetarie espansive) non utilizzata, soprattutto nella forma di liquidità, è dovuto alla estrema incertezza che la compressione artificiale dei tassi di interesse genera negli investitori.

Alcuni sono spinti ad assumere più rischi, allungando la durata degli investimenti obbligazionari oppure prestando denaro a debitori meno affidabili, o ancora spostandosi verso investimenti azionari o in attività reali. Altri, quelli che non possono (per regolamento) o non vogliono (per caratteristiche individuali) assumere più rischi, preferiscono accumulare liquidità. E in un contesto di tassi artificialmente compressi verso zero (o addirittura sotto zero), la mancanza di rendimento dai risparmi e l'incertezza a essa correlata inducono a risparmiare di più, se possibile.

Ma non è la deflazione dei prezzi al consumo a generare questo fenomeno. Al contrario, è l'azione delle banche centrali volte a contrastare tale deflazione. Questa fa (e farà) i danni veri.


venerdì 13 novembre 2015

Scorie - Schlechtgeld

"La crescita economica si realizza con riforme strutturali e con una riduzione di tasse coperta principalmente con la riduzione della spesa e con il recupero dell'evasione fiscale. Le due leggi di stabilità di questo governo contengono una riduzione di tasse di quasi 35 miliardi annui, dei quali 31 riguardano lavoro e produzione. Questa riduzione è coperta da una manovra di riduzione di spesa di 20 miliardi, di un recupero aggiuntivo di evasione di oltre 4 miliardi e una riduzione degli interessi sul debito, un risultato delle azioni della BCE, ma anche della credibilità del governo che ha portato lo spread sul nostro debito sotto il livello spagnolo. I numeri del bilancio dello Stato confermano la concretezza di questa visione."
(Y. Gutgeld)

Yoram Gutgeld, commissario alla spending review, difende la Legge di stabilità dalle critiche. Evidentemente la pensava diversamente il professor Roberto Perotti, dimessosi pochi giorni fa ammettendo laconicamente di sentirsi poco utile.

Comprensibile il senso di inutilità avvertito da Perotti, dato che le sue proposte, dopo aver ricevuto gli apprezzamenti di rito da parte del presidente del Consiglio (che, pure, lo aveva nominato), sono state accantonate.

La verità appare sempre meno negabile: di tagliare la spesa pubblica manca la volontà politica, perché di spesa pubblica c'è chi ci campa e costoro generalmente votano. All'ennesima rinuncia da parte di un tecnico (dopo Giarda, Bondi e Cottarelli, per restare agli anni recenti), dovrebbe essere evidente che solo una forte motivazione antistatalista può portare a un effettivo ridimensionamento della spesa pubblica. Se, al contrario, si sentono dichiarazioni di riduzioni di spesa alle quali corrispondano, magari, promesse di aumenti di prestazioni di welfare, significa che si è di fronte a un classico esercizio di cialtroneria politica.

Ciò detto, Gutgeld afferma che nelle due leggi di stabilità dell'era renziana sono stati tagliati 20 miliardi di spesa. Peccato che nei saldi del bilancio dello Stato queste affermazioni continuino a non trovare corrispondenza. Lo stesso potrebbe dirsi per i tagli delle tasse, nel senso che se si riducono talune tasse per 35 miliardi e se ne aumentano altre per un importo uguale o superiore, non vi è alcuna riduzione di tasse. A meno che il ragionamento non si limiti a considerare i soggetti beneficiari dei tagli netti. Un modo quanto meno discutibile di ragionare, soprattutto quando si valuta una manovra nel suo complesso.

Tralascio di occuparmi del recupero di evasione per concludere sulla riduzione degli interessi sul debito. Al di là del fatto che la storia della "credibilità" del governo è molto meno tangibile delle azioni (a mio parere elogiate in modo miope) della BCE, occorre una certa dose di imprudenza nel considerare strutturale quella minore spesa, soprattutto in presenza di una massa di debito pubblico che si ostina a non diminuire.

In definitiva, Gutgeld difende un impianto di legge di stabilità ispirata al keynesismo all'amatriciana che tanto piace in Italia. Quello che promette un paio di decimali di Pil in più l'anno dopo (tutti poi da verificare) ponendo le basi per una amara sorpresa quando il ciclo si indebolisce. E' un po' il revival di diverse manovre finanziarie degli anni duemila, quando lo spread era basso e, invece di sistemare il bilancio pubblico, si preferiva rimandare. Sappiamo come andò a finire.


giovedì 12 novembre 2015

Scorie - Statalismo leghista

"Noi vorremmo che il Tesoro facesse una campagna chiedendo agli italiani di comprare i propri titoli di Stato. L'Italia ha liquidità e depositi per oltre 4mila miliardi. Se il nostro debito pubblico diventa sempre più domestico, lo Stato ha maggiore possibilità di muoversi in caso di problemi con i mercati."
(A. Siri)

Non è una novità che la Lega sia una forza politica statalista, a dispetto di quanto, almeno a parole, sostenevano i suoi vertici agli albori del movimento.

Le proposte economiche della Lega sono generalmente imbarazzanti per un partito che si definisca alternativo alla sinistra, ma credo che neanche il più pessimista si sarebbe aspettato che dalla Lega venissero proposte per incentivare l'acquisto dei titoli emessi dal ministero del Tesoro, la quintessenza di Roma (ladrona o meno che la si voglia definire).

Armando Siri, a quanto pare nuovo "guru" economico di Matteo Salvini, sostiene che gli italiani andrebbero incentivati all'acquisto di titoli di Stato mediante riduzioni fiscali e maggiorazioni di rendimento, in modo tale da "nazionalizzare" il debito pubblico e consentire allo Stato "maggiore possibilità di muoversi in caso di problemi con i mercati".

L'idea non è neppure particolarmente originale, ed è un cavallo di battaglia di Richard Koo, che va proponendola da quando è scoppiata la crisi dei debiti sovrani nell'area euro (si veda il suo "The Escape from Balance Sheet Recession and the QE Trap: A Hazarduos Road for the Wolrd Economy").

Il problema, a livello macro, è che per avere solo debito interno è necessario che il Paese nel suo complesso non sia debitore netto nei confronti dell'estero. In caso contrario, se tutto il debito pubblico è detenuto internamente, a essere indebitato con l'estero è il settore privato, e non è detto che ciò non generi alcun problema se lo Stato si comporta da spendaccione.

Anche in quel caso, tra l'altro, l'idea che l'investitore domestico sia più paziente di quello estero è basata sul presupposto che lo Stato, oltre che essere suo debitore, ha potere impositivo nei confronti dell'investitore domestico, mentre nulla può nei confronti di quello estero, salvo ripudiare il debito stesso (cosa che precluderebbe la possibilità, quanto meno per un certo periodo di tempo, di reperire nuove risorse all'estero).

Ciò è indubbiamente vero, ma la logica del ragionamento è che l'investitore domestico possa essere spremuto a piacere, o mediante la leva fiscale, oppure mediante repressione finanziaria. Questa è la quintessenza del peggiore statalismo. Alla faccia del vecchio "Basta tasse, basta Roma".


mercoledì 11 novembre 2015

Scorie - Dare pensioni e lavoro con i soldi altrui

"Nella nostra piattaforma c'è l'imposta sui patrimoni immobiliari al di sopra del milione di euro. Stiamo parlando di meno del 5% delle famiglie italiane, di un'aliquota progressiva tra lo 0,5 e il 2%. Ci sarebbero risorse sufficienti non solo per le pensioni ma anche per un vero piano che ci consenta di dare lavoro ai giovani."
(S. Camusso)

La proposta di modifica del sistema pensionistico e assistenziale recentemente formulata dal presidente dell'INSP, Tito Boeri, non è piaciuta al segretario generale della Cgil. Secondo Susanna Camusso lo Stato dovrebbe lasciare in pace in pensionati retributivi e, addirittura, dovrebbe dare lavoro ai giovani (roba che non sostiene quasi più nessuno, tranne forse i socialisti in salsa sudamericana, il cui capofila, spiace doverlo dire, oggi sembra essere il Papa).

Quando l'intervistatore di turno le chiede dove reperire le risorse per finanziare tutte quelle elargizioni, scatta la parola magica: "patrimoniale". Ora, non so quali conti abbiano fatto alla Cgil, ma ammettiamo pure che la loro proposta riuscisse a coprire il fabbisogni finanziario generato.

Quello che io ritengo allucinante è l'idea che il diritto di proprietà si comprimibile a piacere, facendo passare come insignificante il fatto che la ulteriore compressione riguarderebbe "meno del 5% delle famiglie". L'idea di andare a prendere i soldi dove si ritiene ve ne siano tanti non è per nulla diversa da quella di qualsiasi criminale che progetta di compiere una rapina. E' evidente che, dovendo scegliere in quale casa entrare, darà la precedenza a quelle dove ritiene che vi sia più refurtiva. Meglio un solo colpo da un milione che mille colpi da mille euro.

A qualcuno questo paragone parrà inopportuno, ma invece di mostrarsi scandalizzato dovrebbe spiegare, nella sostanza, quale differenza vi sia tra la violazione del diritto di proprietà da parte di un ladro e quella da parte del fisco. In entrambi i casi chi vede diminuire la consistenza di ciò che è di sua proprietà non interagisce volontariamente con il proprio interlocutore, bensì lo fa dietro la minaccia dell'uso della violenza.

Una differenza, in realtà, la evidenziò Lysander Spooner, quando scrisse che: "Il bandito di strada assume su di sé tutta la responsabilità, il pericolo e la criminalità del suo atto. Egli non pretende di avere un giusto titolo al vostro denaro, né di volerlo usare a vostro beneficio. Non pretende di essere altro che un rapinatore. Non è tanto impudente da affermare di essere semplicemente un "protettore" e di prendere il denaro dei passanti contro la loro volontà solo per essere in grado di "proteggere" quei viaggiatori che si illudono di essere perfettamente capaci dì difendersi da soli o che non apprezzano il suo peculiare sistema di protezione. Il ladro si limita a rapinarvi: non cerca di rendervi il suo zimbello e il suo schiavo, come fa lo Stato ogni qualvolta vi obbliga a fare qualcosa dicendo che è per il vostro bene, ergendosi ad arbitro morale delle vostre vite".

Spooner non sarebbe evidentemente stato iscritto alla Cgil.


martedì 10 novembre 2015

Scorie - Soluzioni non risolutive

"Alcuni correttivi proposti dall'INPS di Tito Boeri avevano un valore di equità: si sarebbe chiesto un contributo a chi ha avuto più di quanto versato. Non mi è sembrato il momento: dobbiamo dare fiducia agli italiani. Se metti le mani sulle pensioni di gente che prende 2.000 euro al mese, non è una manovra che dà serenità e fiducia. Per carità, magari è pure giusto a livello teorico. Ma la linea di questa legge è la fiducia, la fiducia, la fiducia. E, dunque, non si tagliano le pensioni."
(M. Renzi)

Da quando è presidente dell'INPS, Tito Boeri propone con una certa frequenza correttivi al sistema pensionistico pubblico.

L'ultima proposta, in estrema sintesi, prevede l'introduzione di un reddito minimo di 500 euro al mese per gli over 55 che perdano il lavoro, a patto che abbiano determinati requisiti. Prevede inoltre l'introduzione di flessibilità in uscita, consistente in buona sostanza in una decurtazione della pensione in funzione dell'aspettativa di vita qualora si esca anticipatamente. Infine, punta su un cavallo di battaglia di Boeri, ossia il ricalcolo delle pensioni retributive con il metodo contributivo, onde ridurre gli oneri per l'INPS e la sproporzione finanziaria tra contributi versati e pensione percepita.

Il presidente di Consiglio dice che non gli è sembrato il momento, perché con la Legge di stabilità – che nella versione presentata dal Governo comporta una significativa espansione del deficit rispetto al tendenziale – vuole dare agli italiani "serenità e fiducia".

Il problema di tutti i sistemi di welfare pubblici è che, non essendovi connessione tra pagamenti e prestazioni, tende a crearsi la percezione che si tratti di benefici gratuiti. Ciò ha il non indifferente inconveniente, anche prescindendo da considerazioni etiche, di generare un eccesso di domanda per i servizi di welfare. E non vi è da stupirsi se chi governa è ben lieto di soddisfare tale domanda, dato che i benefici e i beneficiari sono chiari e individuabili (Bastiat direbbe "ciò che si vede"), mentre chi paga il conto è meno chiaro e individuabile ("ciò che non si vede", o quanto meno si vede poco chiaramente), anche perché spesso il conto sarà salato per chi verrà in futuro.

Resta il fatto che, da un punto di vista etico, non vi è alcuna giustificazione per qualsivoglia sistema di redistribuzione, a meno che si consideri del tutto relativo e comprimibile il diritto di proprietà degli individui. Evidentemente molti ritengono che, effettivamente, il diritto di proprietà sia comprimibile "democraticamente"; il problema è che non è argomentabile in alcun modo logico che ciò sia compatibile con una parità di trattamento degli individui (da parte dello Stato).

Ciò detto, con riferimento al ricalcolo delle pensioni retributive ho già sostenuto in diverse occasioni che ciò andrebbe fatto senza alcun limite minimo. Ma nessun ricalcolo sarà risolutivo fino a quando il sistema sarà a ripartizione, ossia fino a quando a pagare gli assegni pensionistici sarà chi oggi versa i contributi. Questo non ha nulla di diverso rispetto a uno schema Ponzi, che, date le dinamiche demografiche, è comunque destinato a riservare amare sorprese a chi dovrà (dovrebbe) andare in pensione nei prossimi decenni.

Solo il passaggio a un sistema a capitalizzazione può rimuovere il rischio tipico dello schema Ponzi. Meglio ancora sarebbe concedere a ogni individuo la totale libertà (e annessa responsabilità) di pensare come meglio crede al proprio futuro previdenziale.

Ma è chiaro che un passaggio simile, anche restando nell'ambito di un sistema pubblico (soluzione a me non gradita), sarebbe ben difficilmente effettuabile senza ammettere esplicitamente il default del sistema attuale. Per cui si preferisce rimandare il problema, parlando a vanvera di fiducia come fa Renzi. Quello che doveva rottamare i vecchi politici e invece ipoteca il futuro dei giovani.


lunedì 9 novembre 2015

Scorie - I danni del monopolio (statale)

Di ritorno dal (consueto) periodo in Nepal, non ho frasi particolari da commentare, benché potrei sceglierne una delle tante pronunciate da persone probabilmente note da quelle parti ma del tutto sconosciute altrove. Mi limito a riportare gli effetti nefasti dello Stato e dello statalismo sulla vita delle persone.

Come se non fosse bastato il tremendo terremoto dello scorso aprile, da oltre un mese il Nepal è a corto di carburante, per via di una disputa fomentata dalla parte "indiana" della popolazione contro la costituzione approvata di recente dopo anni di stallo.

Il problema è che l'India, pur adducendo questioni di sicurezza, ha chiuso i rubinetti al Nepal per motivi politici. Ed essendo l'India, di fatto, l'unico fornitore di carburanti del Nepal, la conseguenza è una carenza ormai insostenibile di derivati del petrolio nel piccolo Paese himalayano.

Ho personalmente assistito a lunghe code ai distributori, costantemente presidiati dalla polizia per evitare risse tra persone che, dopo decine di ore, possono rifornirsi con il contagocce. In caso di black out, eventi praticamente quotidiani a Kathmandu durante le ore in cui manca la luce del sole, chi poteva (per lo meno ristoranti e alberghi) utilizzava generatori a gasolio. Adesso neppure quelli funzionano. Molte attività sono costrette alla chiusura o soggette a forti limitazioni operative. Diversi voli (soprattutto interni) sono cancellati, mentre quelli internazionali sono spesso costretti a scali temporanei in India al solo scopo di rifornirsi (esperienza che ho vissuto direttamente un paio di giorni fa).

I nepalesi sono persone particolarmente miti, con una forte capacità di sopportazione e, direi, di rassegnazione. Difficilmente altrove si assisterebbe a code di diverse centinaia di metri ai distributori di benzina senza che si scatenassero risse.

Non so come evolverà la situazione, ma non posso fare a meno di riflettere sulle cause di tutto quello che sta succedendo. Innanzi tutto alla base della disputa vi sono questioni legate a una costituzione della quale, con ogni probabilità, la gran parte dei nepalesi non conosce il contenuto, né sente la necessità di averla.

Quanto alla questione dei carburanti, in Nepal la materia è monopolizzata dalla Nepal Oil Corporation, società statale. E l'unico fornitore è la società statale indiana. L'alternativa sarebbe rifornirsi dai cinesi, ma il trasporto via terra è molto meno agevole, per via della catena himalayana che rappresenta il confine naturale tra Nepal e Cina.

Se lo Stato non avesse istituito un monopolio, è ragionevole supporre che diverse società private, sia nepalesi, sia indiane, avrebbero operato per soddisfare la domanda di carburanti della popolazione nepalese. Ma, ahimè, la transizione dalla monarchia alla repubblica ha portato il Nepal sempre più verso il socialismo, nonostante la gran parte della popolazione sia, di fatto, indifferente alla politica e, fondamentalmente, vorrebbe solo essere lasciata in pace dallo Stato.