venerdì 16 ottobre 2015

Scorie - La legge del bengodi

Un (come sempre) torrenziale Matteo Renzi ha presentato ieri la il disegno di legge di Stabilità licenziato dal Consiglio dei ministri. Ho raccolto alcune delle sue dichiarazioni, dalle quali si evince che nessuno farà sacrifici e ci saranno tanti più soldi da spendere. Un bengodi, parrebbe.

"Scherzando stanotte con Pier Carlo ricordavamo che dopo la finanziaria i cittadini dicevano: dove ci fregano? Quest'anno - è una cifra identitaria del nostro governo - non solo le tasse non aumentano ma vanno giù. Per la prima volta nella recente storia in modo sistematico, costante e, per molti, anche sorprendente."

Credo di non sbagliare sostenendo che i primi a essere sorpresi sarebbero i pagatori di tasse. Ma dubito che quella (bella) sorpresa si materializzerà. A maggior ragione tenendo presente che diverse riduzioni fiscali annunciate da Renzi sono coperte con maggior deficit, che di certo non può essere considerato una copertura strutturale e, inevitabilmente, presenterà il conto in un futuro più o meno prossimo.

La parola magica è "flessibilità", che significa poi maggior deficit di bilancio, appunto.

"La clausola riforme vale più di 8 miliardi: 0,5% del Pil. La clausola infrastrutture e investimenti vale 5 miliardi: 0,3% del Pil. Rispettando le regole europee fatte dai governi precedenti, grazie al lavoro del nostro governo, oggi c'è uno spazio di flessibilità in Ue che vale circa 13 miliardi."

Ovviamente questa "flessibilità" non può essere strutturale, ed è ragionevole attendersi che sarà pagata a caro prezzo negli anni a venire.

"Se ci verrà riconosciuto dalla Commissione Ue lo 0,2, circa 3,3 mld, per l'evento migratorio eccezionale anticiperemo al 2016 misure previste per il 2017: l'Ires e i denari per ulteriori investimenti nelle scuola.

E quando, l'anno prossimo, quella "flessibilità" non ci sarà più, come verranno coperti gli sgravi fiscali e le spese in più per la scuola?

Siccome volevamo dare il messaggio del non aumentare le tasse sul niente, non tocchiamo neanche la parte di tax expeditures che andavano tagliate e forse andavano messe in ordine e andranno messe in ordine. Alcune detrazioni potevano essere toccate ma avrebbero dato il la alla discussione: con una mano danno, con l'altra tolgono."

In effetti tagliare le detrazioni avrebbe comportato un aumento di imposte per qualcuno. In ogni caso non è con il deficit che si risolve il problema. A maggior ragione quando c'è un lungo elenco di spese, come segue.

"Contro la povertà saranno stanziati 600 milioni quest'anno, 1 mld nel 2017 e altrettanti nel 2018. Più 100 mln nel rapporto proficuo con le fondazioni bancarie, i comuni e il terzo settore."

Ovviamente non si sa con quali coperture, dato che i tagli di altre spese latitano e le tasse secondo Renzi non aumentano per nessuno.

"Il masterplan per il Sud prevede finanziamenti per 450 milioni di euro, di cui i primi 150 già nel 2015."

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"Il fondo della Sanità era di 109 miliardi un anno fa, 110 oggi e saranno 111 nel 2016. Più soldi ma spendiamoli meglio!"

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"Crescono i fondi per la cooperazione internazionale, soprattutto in Africa: 121 milioni nel 2016 poi saliranno a 260 milioni."

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"Nella legge di stabilità ci sono 500 assunzioni nella cultura. Il ministro Franceschini alle 17 illustrerà plurimi interventi. La legge di stabilità mette 100 milioni di euro in più sulla cultura."

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"Più sociale: mettiamo 400 milioni sul fondo, sulla legge per il dopo di noi, sull'aumento del servizio civile. Di alcuni nostri concittadini con disabilità la politica si è occupata un po' troppo poco e bisogna pensare a loro con più attenzione. La legge sul dopo di noi, che riguarda la persona con sindrome di Down che sopravvive ai genitori, dovrà essere approvata nel 2016. E' una riforma strutturale molto più di quel che sembra."

Nobili intenzioni, ma siamo sempre al vedi sopra sulle coperture. Per di più:

"Le città metropolitane non hanno tagli nel 2016, le province sì ma vengono salvate le funzioni essenziali: strade e scuola. Il taglio alle province viene ridotto da un miliardo a seicento milioni."

Avanti: più spesa per tutti, siamo nel paese dei balocchi.

Ma c'è anche la spending review, che dai 16-18 miliardi annunciati all'insediamento di Renzi a palazzo Chigi era già passata a 10 sei mesi fa, e adesso è ulteriormente dimezzata a 5 miliardi, peraltro sempre solo nelle intenzioni.

"La spending review è quella che ci aspettavamo, al netto delle tax expeditures. Sostanzialmente sono 5 miliardi."

E ancora

"I tagli dei singoli ministeri nella legge di stabilità sono orientativamente intorno al 3%: non sono lineari, ma specifici e puntuali."

Per ora non è dato sapere di più. Fra 12 mesi non mi stupirei se non si fosse materializzato nulla.

Per di più:

"Occhio perché alcune misure di spending review sono sacrosante ma non producono un risparmio. Riduciamo ad esempio il numero delle partecipate ma a questo non corrisponde una riduzione del bilancio pubblico: non è che riduco i soldi che il Comune teneva da parte per i cda delle aziende. I sindaci se li terranno e li spenderanno in altro modo, io spero per infrastrutture."

Io spererei invece che riducessero alcuni balzelli comunali, anche se credo sia una speranza vana.

Ma alla fine Renzi tranquillizza tutti sulle coperture.

"Avete sempre questa preoccupazione. State tranquilli. Le coperture ci sono tutte."

Dove sono? Quali sono? In quale slide erano indicate?


giovedì 15 ottobre 2015

Scorie - Falsi paladini dei consumatori

Secondo le associazioni di consumatori Adusbef e Federconsumatori, "la domanda va sostenuta attraverso la redistribuzione dei redditi e la creazione di nuove opportunità di lavoro, non certo con l'innalzamento del limite all'utilizzo dei contanti a 3.000 euro".

La dichiarazione era a commento dell'ultimo dato sulla crescita dei prezzi al consumo, che a settembre è stata pari allo 0.2 per cento su base annua. Dato che evidentemente non soddisfa queste due associazioni, ma per motivi diversi rispetto ai "concorrenti" di "Unione consumatori".

Infatti, mentre questi ultimi hanno parlato, come di consueto, di "stangata", constatando che i prezzi per il cosiddetto carrello della spesa sono aumentati del'1.2 per cento su base annua, le prime considerano troppo bassa la crescita dei prezzi, il che sarebbe dovuto a una domanda carente.

Non entro nel merito dei numeri, mentre vorrei evidenziare l'impostazione tipicamente keynesian-socialista di Adusbef e Federconsumatori che vorrebbero sostenere la domanda mediante la redistribuzione dei redditi e la creazione di nuove opportunità di lavoro. In barba al diritto di proprietà di chi subisce la redistribuzione e, oltre tutto, come se il lavoro potesse essere creato per decreto. A poter essere creati per decreto sono stipendi, a loro volta sempre derivanti da redistribuzione, non certo il lavoro.

A onor del vero, in Italia degli stipendi creati e mantenuti in quel modo ce ne sono fin troppi. E mentre i consumi di chi percepisce quegli stipendi senza produrre nulla ritenuto utile da chi li paga si vedono, ciò che non si vede sono i mancati impieghi volontari ai quali chi subisce la redistribuzione potrebbe aver destinato il denaro necessario a pagare quegli stipendi.

Oltre tutto, se l'effetto della redistribuzione fosse una maggiore crescita dei prezzi al consumo, per i soggetti che queste associazioni dicono di voler tutelare il risultato potrebbe essere una invarianza, o addirittura un peggioramento del potere d'acquisto.

Non poteva, poi, mancare una nota polemica nei confronti dell'annuncio da parte di Renzi di riportare il limite per le transazioni in contanti da mille a 3mila euro (vedremo poi se la cosa andrà in porto). Invece di considerarlo un seppur timido allentamento di un limite alla libertà individuale, ecco la denuncia di chi vede solo malaffare ovunque. Secondo Adusbef e Federconsumatori, l'aumento del limite all'utilizzo del contante favorirà solo "chi si occupa di traffici illeciti e dubbie transazioni".

Saranno lieti del commento rilasciato dal tassatore per antonomasia, l'ex ministro Vincenzo Visco: "Se dipendesse da me lo abbasserei a 500 euro". Scommetto che non ha detto "zero" per non apparire troppo radicale.


mercoledì 14 ottobre 2015

Scorie - Parole proibite

Nei giorni scorsi mi è capitato di commentare l'idea di un ministro socialista francese di correggere le favole per adeguarle al politicamente corretto. Ma pare che tutto il mondo sia paese: ho infatti appreso dall'ANSA che la California è "il primo stato americano a vietare alle scuole pubbliche di utilizzare il nome 'Redskins' per le proprie squadre o mascotte sportive. Il governatore Jerry Brown ha firmato una legge chiamata 'California Racial Mascots Act', che a partire dal 2 gennaio 2017 bandisce l'uso del nome, considerato dispregiativo nei confronti dei nativi americani, alla stregua di un insulto razziale."

Addirittura tre mesi orsono un giudice federale ha ordinato all'ufficio dei marchi e brevetti di cancellare la registrazione dei 'Washington Redskins', definendo il nome della squadra di football americano dispregiativo nei confronti dei nativi americani.

Episodi come questo, tanto ridicoli quanto, ahimè, realmente accaduti, mi fanno tornare alla mente "Vietato Parlare!", un bel libro di Giorgio Bianco edito da Leonardo Facco nel 2007. Il tempo passa, ma il politicamente corretto, anziché esser finalmente considerato un vero e proprio demenziale attacco alla libertà delle persone, avanza inesorabile. Anzi, chi si ribella e trasgredisce ai canoni del politicamente corretto rischia perfino di incorrere in sanzioni.

Sempre la stessa ANSA riportava la soddisfazione espressa dal Congresso Nazionale degli Indiani d'America, cosa che non deve stupire. Ciò che stupisce è che, in onore al politicamente corretto, la denominazione non sia ancora stata cambiata in Congresso Nazionale dei Nativi d'America.


martedì 13 ottobre 2015

Scorie - Buoni propositi per il 2016

"Nel 2016 aggrediremo 8 mila partecipate pubbliche."
(M. Renzi)

In vista della stesura della Legge di stabilità per il 2016, Matteo Renzi va da diverse settimane annunciando sgravi fiscali un po' per tutti. Tra l'altro, continua a sostenere che si tratterebbe di proseguire l'opera di riduzione delle tasse iniziata da quando è al governo.

In realtà finora Renzi ha concesso sgravi ad alcune categorie di soggetti, mentre in altri casi ha introdotto aggravi. Ovviamente di quelli non parla mai. Solo per citare un esempio, sui fondi pensione ha inasprito la tassazione in due occasioni nel corso del 2014, con buona pace di chi deve accumulare un po' di risparmi in vista di una pensione pubblica che nei prossimi decenni sarà molto simile al nulla.

Sta di fatto che, quando si tratta di coperture finanziarie ai provvedimenti strombazzati di giorno in giorno, l'unica certezza sono alcuni decimali di deficit in più rispetto al previsto. La chiamano "flessibilità", ma è bene tenere presente che non si tratta di un pasto gratis, checché ne dicano i fautori del deficit spending.

Un'altra fonte di copertura dovrebbe essere la revisione della spesa, un argomento nel quale Renzi esordì con slides roboanti annunciando tagli anche superiori a quelli che riteneva attuabili l'allora commissario Carlo Cottarelli, salvo poi produrre risultati impercettibili quando si trattava di concretizzare.

E tra le voci ricorrenti vi era la decimazione delle società a partecipazione pubblica, che Renzi disse sarebbero passate da 8000 a mille. Il numero ideale sarebbe zero, ma il passaggio da 8000 a mille potrebbe essere un buon inizio. Peccato che finora non sia neppure iniziato questo disboscamento.

Però si può stare tranquilli: è nell'elenco dei buoni propositi per il 2016.


lunedì 12 ottobre 2015

Scorie - Abolizione, non riduzione

"Non mi interessa come si paga, mi interessa che si paghi. Non so se il discorso con Enel può essere tecnicamente possibile, lo studieremo. Ma il governo pone l'urgenza di una soluzione, vorrei concorrere a risolvere tale urgenza. C'è un dato che fa vergogna: un terzo degli utenti italiani non paga la bolletta. E' l'unico caso in Europa. Negli altri paesi Ue sull'evasione si va dall' 1,5 al 2%. E certo se la bolletta la pagassimo tutti potrebbe costare meno."
(G. Guelfi)


Guelfo Guelfi, componente del consiglio di amministrazione della Rai, ha risposto così a chi gli chiedeva un parere sull'ipotesi che circola da diverso tempo e recentemente rilanciata da Renzi, di ridurre l'evasione sul canone Rai mettendolo nella bolletta elettrica.

Suppongo che poi abbia confuso bolletta con canone; in ogni caso, se quest'ultimo passasse in bolletta elettrica, l'evasione verrebbe fortemente ridotta, restando confinata sostanzialmente agli allacciamenti abusivi alla rete elettrica.

Renzi ha proposto un abbassamento da 113 a 100 euro, e probabilmente Guelfi si riferiva a questo quando ha detto che se pagassero tutti il costo diminuirebbe. Peccato che, con la riduzione ipotizzata da Renzi, la Rai raccoglierebbe ben più di quanto raccoglie ora (fino a circa 1 miliardo all'anno). Che fine farebbe quel miliardo? Ovviamente verrebbe speso.

Pur sorvolando sul fatto che non tutti i contratti per la fornitura di elettricità sono relativi a immobili in cui sono presenti televisori, il punto vero è che la Rai pubblica non ha alcun motivo di esistere se non come cassa di risonanza delle maggioranze politiche di turno. Andrebbe pertanto privatizzata, con immediata abolizione del canone.

Così probabilmente il signor Guelfi perderebbe il posto in Cda – circostanza della quale credo che potremmo farci una ragione – ma certamente tutti pagherebbero meno. Zero, per la precisione.


venerdì 9 ottobre 2015

Scorie - I socialisti vogliono correggere politicamente anche le favole

"I nuovi programmi delle elementari sono un'occasione importante per migliorare i libri di scuola prevenendo stereotipi discriminazioni che alimentano l'ineguaglianza tra gli alunni."
(N. Vallaud-Belkacem)

Najat Vallaud-Belkacem, ministra (socialista) dell'Istruzione francese, potrebbe mettere al bando perfino le più diffuse favole della cultura popolare, come Cappuccetto Rosso, Cenerentola o Hansel e Gretel, perché, stando a uno studio condotto dal centro Hubertine Auclert (apprendo dall'ANSA che trattasi di un'associazione parigina impegnata per la parità tra i sessi), sono spesso "imbottite di rappresentazioni sessiste".

In pratica, ci sono persone che passano le loro giornate (a carico per lo più di chi paga le tasse) a caccia di quelli che considerano stereotipi politicamente scorretti, di cui sarebbero "imbottite" favole e manuali per scuole elementari. E altre persone (del tutto a carico di chi paga le tasse) che si avvalgono degli "studi" da costoro prodotti per legiferare anche sul contenuto delle favole.

Mi è capitato in diverse occasioni di sottolineare che, quanto a tasso di socialismo e statalismo, peggio dell'Italia in Europa c'è sicuramente la Francia. Questa ne è l'ennesima conferma. A volte penso anche che si tratti di paragoni che sarebbe meglio non fare, perché si corre il serio rischio che qualcuno finisca per rivalutare i peggiori politici italiani.

Resta da capire a non andare bene è solo Cappucetto Rosso o se anche il lupo va messo in discussione.


giovedì 8 ottobre 2015

Scorie - I socialisti vorrebbero lo Stato anche dentro le mutande

"Ogni maggiorenne la cui menzione relativa al sesso nello stato civile non corrisponde all'intima esperienza della sua identità e al sesso in cui viene percepita dalla società può chiedere una modifica."

Questo è il contenuto di una proposta di legge del partito socialista francese (attualmente in maggioranza), ovviamente in nome della tutela dei diritti delle minoranze.

Personalmente credo che se un individuo nato maschio si sente femmina o viceversa debbano essere affari suoi. Se decide di cambiare sesso sono altrettanto affari suoi (purché, in nome di diritti inventati, non si arrivi a voler fare pagare a tutti quanti i costi per l'intervento chirurgico). Come e con chi vive la propria sessualità sono massimamente affari suoi, finché non viola il principio di non aggressione.

Chi crede che iniziative legislative come questa servano a estendere e/o tutelare dei diritti non si rende conto che, al contrario, sono l'ennesima intrusione dello Stato nella vita degli individui.

Lo Stato, non pago di intromettersi nelle tasche della persone (in Francia molto più che altrove, tra l'altro), dovrebbe evitare di intromettersi perfino nelle loro mutande.


mercoledì 7 ottobre 2015

Scorie - Keynesiani contro il bitcoin

"C'è un'antica vena libertaria che afferma come anche la moneta debba sottostare alle leggi di mercato. Oggi la moneta è gestita dalla Banca centrale. Ma perché non potrebbero esserci vari istituti di emissione della moneta, perché questo essenziale lubrificante dell'economia non dovrebbe essere sottoposto alla libera concorrenza – e vinca il migliore?"
(F. Galimberti)

In una delle sue consuete lezioni domenicali destinate ai giovani lettori del Sole 24 Ore, Fabrizio Galimberti si è occupato del bitcoin e, in generale delle monete elettroniche peer-to-peer. Non c'è da stupirsi che il suo giudizio sia complessivamente negativo. Nessun keynesiano, in fin dei conti, può giudicare positivamente qualsiasi tentativo di superare le monete fiat gestite da banche centrali.

Dunque, Galimberti ricorda che c'è chi vorrebbe che la moneta sottostesse alle leggi di mercato, dopodiché introduce il bitcoin.

"Un geniale e misterioso esperto – Satoshi Nakamoto – ha creato nel 2009 una moneta – denominata bitcoin – che ambisce a sostituire le monete attuali. Come funziona il bitcoin? E può diventare una vera moneta?... Lo scopo del bitcoin era quello di creare un mezzo di pagamento che possa crescere nel tempo, a seconda della domanda per il suo uso, ma che raggiunga a un certo punto un limite massimo, oltre il quale non si può andare. Queste caratteristiche sono care a coloro che vogliono sottrarre il governo della moneta ai mutevoli umori di governi e Banche centrali."

Effettivamente, avere una moneta che non sia riproducibile in base ai "mutevoli umori di governi e banche centrali" è uno dei motivi fondamentali per andare oltre le monete fiat. Pare, però, che per Galimberti gli svantaggi (ovviamente dal punto di vista keynesiano) superino i vantaggi.

"A parte la diavoleria tecnica, serve davvero un bitcoin? Dopo aver cercato (invano?) di capire come funziona, è difficile sfuggire alla conclusione che il bitcoin sia "una soluzione alla ricerca di un problema". É un misto di trasparenza (tutte le transazioni possono essere rintracciate) e di oscurità (non si sanno i nomi e cognomi di chi le fa, tanto che viene usato anche per riciclare danaro sporco). E poi, la politica monetaria è una cosa seria e la moneta ha bisogno di essere governata, non può essere lasciata alla mercé di un meccanismo automatico. Tanto più che alla fine – quando i bitcoin raggiungeranno – ammetto, nel 2140 – il limite massimo di 21 milioni, i prezzi dovranno scendere: una deflazione che pone – ormai lo sappiamo – più problemi di quanti ne risolve."

Il richiamo al rischio di riciclaggio di denaro frutto di crimini è un classico da parte dei detrattori tanto di monete come il bitcoin, quanto del contante. Costoro omettono, però, un dettaglio non privo di significato: l'eliminazione del contante e l'eventuale divieto all'utilizzo di monete alternative svuoterebbe, di fatto, il diritto di proprietà di tutti coloro che hanno del denaro, dato che lo Stato, ben più di quanto già fa oggi, avrebbe il pieno controllo di tutto e tutti, senza nulla avere da invidiare al Grande Fratello di Orwell.

Quanto al fatto che la moneta abbia bisogno di essere governata, questo è il tipico punto di vista di chi ritiene che qualcuno, più illuminato e competente di altri, debba sostituire il proprio volere a quello degli individui che interagiscono volontariamente. Ed è, a mio parere, il vero motivo di ostilità verso qualsiasi cosa metta in discussione le monete fiat emesse e gestite da banche centrali.

Ovviamente non manca neppure l'allarme sulla tendenza al ribasso dei prezzi che si verificherebbe una volta raggiunto il limite massimo di bitcoin. Un vero problema per chi è indulgente (per usare un eufemismo) nei confronti della svalutazione reale dei debiti mediante inflazione.

Last, but not least, la storia della volatilità delle quotazioni del bitcoin in dollari.

"Il grafico mostra come il bitcoin abbia problemi di stabilità del suo valore. Nei suoi tentativi di diventare una moneta è, in un certo senso, come l'oro: ambedue instabili e ambedue ricorrono, per la creazione, ai "minatori". La differenza è che il metallo aureo è un "barbaro relitto", mentre il bitcoin è un "relitto del futuro"."

Una conclusione che, come dicevo all'inizio, non deve destare stupore. Posto che tutti i beni hanno rapporti di scambio che oscillano (tra di essi e contro le diverse monete fiat oggi in circolazione), quello della instabilità è un falso problema, che tra l'altro può essere risolto senza interventi di Stato o banche centrali. Basta che una moneta non abbia corso forzoso: se è instabile, difficilmente sarà utilizzata da chi decide volontariamente con quale mezzo di pagamento regolare i propri scambi.

Molto probabilmente finora in gran parte dei casi il bitcoin è stato utilizzato più come strumento di trading o di investimento che come mezzo di pagamento. Personalmente credo che diventerà una moneta vera e propria se e quando sarà diffusamente utilizzato e in grande prevalenza come mezzo di pagamento.

Ammesso che non sia prima messo fuori gioco da Stati e banche centrali, per la felicità dei keynesiani. Nel qual caso, sfruttando la stessa logica del block chain, credo che non tarderebbero a essere introdotti nuovi strumenti alternativi alle monete fiat.


martedì 6 ottobre 2015

Scorie - Perché le banche intermediano immobili

L'amico Leonardo Facco ha chiesto un mio parere sul fatto che le banche si siano messe a intermediare immobili come le agenzie immobiliari.

Si tratta di un'attività sviluppatasi a seguito della crisi; a iniziare sono state le banche di maggiori dimensioni, ma non è escluso che lo facciano anche altre in futuro. Perché le banche si sono messe anche a intermediare immobili? Per più di un motivo.

Come è noto, buona parte dei beni ottenuti dalle banche in garanzia per i finanziamenti concessi ai clienti sono proprio immobili. Quando il debitore diventa insolvente, la banca escute la garanzia e si trova ad avere un immobile a fronte del credito divenuto inesigibile.

In tempi "ordinari" l'incidenza dei crediti inesigibili sul totale è generalmente contenuta. Viceversa, in tempi di crisi le insolvenze aumentano, quindi aumentano anche gli immobili che le banche si trovano a dover gestire dopo aver escusso le garanzie.

Per inciso, è sempre la crescita del credito a basso costo precedente la crisi a generare un aumento degli acquisti a debito da parte di soggetti che, poi, diventano insolventi. Tutto sommato in Italia, dove pure il settore immobiliare (e, di conseguenza, l'edilizia) è stato uno dei più colpiti dalla crisi, l'aumento dei prezzi non era stato vertiginoso come in altri Paesi europei, tipo la Spagna o l'Irlanda. Indubbiamente, però, i bassi tassi di interesse negli anni precedenti la crisi avevano spinto al rialzo il debito e i prezzi degli immobili, innescando una spirale rialzista fatta da aumento di debito e di prezzi.

In pratica, i tassi bassi favorivano gli acquisti a debito, i quali spingevano al rialzo i prezzi degli immobili, spingendo altri operatori a comprare/edificare a debito. Le banche concedevano prestiti con analisi del credito sempre più lasche, contente di ottenere a collaterale immobili in continua rivalutazione, anche a imprese immobiliari sostanzialmente prive di mezzi propri o a privati dalle scarse capacità reddituali. Fino a quando il gioco si è inceppato a livello internazionale.

Quando il credito ha cessato di essere a buon mercato (in Italia, per di più, era aumentato vertiginosamente il rischio Paese, il famoso spread), è venuto meno l'ingrediente necessario per spingere continuamente al rialzo i prezzi degli immobili, rendendo profittevole operare a debito.

Ciò ha generato una situazione nella quale i prezzi prima hanno smesso di salire, poi hanno iniziato a diminuire. Molte imprese e privati si sono trovati con debiti che non calavano a fronte di attività (finanziate con quei debiti) che perdevano valore di mercato. Aggiungiamo la crisi economica generale e diventa evidente il perché le insolvenze siano aumentate.

E qui torniamo alle banche, che si sono trovate a dover gestire sempre più immobili. In tempi ordinari, gli immobili derivanti da escussioni di garanzie vengono venduti all'asta. Ma in una situazione in cui si crea eccesso di offerta, i prezzi realizzati alle aste tendono a essere sempre più bassi. Questo ha due conseguenze deleterie per le banche: diminuisce il valore di recupero del credito divenuto inesigibile connesso a quegli immobili, e le costringe a svalutare anche gli immobili a garanzia dei crediti ancora in bonis.

Di qui l'idea di intermediare direttamente quegli immobili (non solo finanziarne l'acquisto da parte dei clienti), cercando di evitare tracolli nei prezzi e ottenere nuove fonti di ricavi. Una iniziativa comprensibile, considerando anche la diminuzione dei ricavi da attività tradizionali e la conseguente sovrabbondanza di personale. Oltre al fatto che operatori di altri settori stanno facendo (e sempre più faranno) concorrenza alle banche in alcuni servizi, per esempio nei sistemi di pagamento.

Il problema, quindi, non è che le banche stiano diversificando l'attività nell'intermediazione immobiliare. Piuttosto, le cause che hanno generato la crisi non sono state rimosse. Anzi, negli ultimi mesi i mutui concessi a tassi estremamente bassi hanno ripreso a correre. Quei tassi non sono bassi perché vi è eccesso di risparmio reale, bensì perché la politica monetaria è molto espansiva. Adesso sembrano tutti felici e contenti: chi si indebita a tassi irrisori e chi fa credito, pur a fronte di margini non elevati.

Quando i nodi torneranno al pettine i debitori si lamenteranno che non c'è più credito e le banche torneranno a essere affogate da crediti inesigibili. E tutti quanti (politici in primis) chiederanno altri euro a buon mercato alla BCE. Non sarà un film mai visto.


lunedì 5 ottobre 2015

Scorie - Straparlare di libero mercato

"Il Qe aveva chiari effetti sulla distribuzione della ricchezza che avrebbero dovuto essere compensati con misure fiscali. Tutti i partiti politici dovrebbero riconoscerlo. E dovrebbe farlo chiunque voglia che il libero mercato mantenga la sua legittimità."
(P. Marshall)

Paul Marshall gestisce, tramite un hedge fund, circa 22 miliardi di dollari. A suo parere il Qe ha avuto effetti redistributivi per lo più a favore delle banche, quindi è d'accordo con il neo capo dei laburisti inglesi, Jeremy Corbin, secondo il quale le banche centrali avrebbero dovuto accreditare i conti correnti dei cittadini.

Posto che anche chi gestisce hedge funds ha avuto un beneficio non indifferente dal Qe (basta che non si sia messo corto sui risky assets), Marshall afferma correttamente che il Qe ha affetti redistributivi. Il fatto è che non solo il Qe ha effetti redistributivi, bensì qualsiasi intervento monetario o fiscale.

La richiesta di Marshall di compensare con misure fiscali gli effetti redistributivi del Qe è tipico di chi ha un assetto mentale keynesian-socialista. Ogni intervento ne attira un altro, procedendo per stratificazioni successive. Anche quando si riconosce che un intervento ha effetti indesiderabili, non ci si limita a invocare un suo smantellamento, bensì si chiede un altro intervento che corregga quegli effetti indesiderabili. Apparentemente senza rendersi conto che il nuovo intervento ne richiederà altri ancora, fino al socialismo totale, come lucidamente sostenne Ludwig von Mises.

E la cosa peggiore è che, secondo Marshall, gli interventi fiscali per compensare gli effetti redistributivi del Qe dovrebbero essere invocati da "chiunque voglia che il libero mercato mantenga la sua legittimità". Se davvero interessa il libero mercato, l'unica cosa da chiedere allo Stato e alla banca centrale è di non intervenire. Tutto il resto non ha nulla a che fare con il libero mercato.


venerdì 2 ottobre 2015

Scorie - Indottrinamento civico

"Abbiamo lanciato questa iniziativa che in pochissime ore sta avendo un riscontro straordinario con migliaia di cittadini che firmano l'appello indirizzato al ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, per riportare l'educazione civica tra gli insegnamenti nelle scuole italiane… E' stato certamente un errore abrogare l'insegnamento della educazione civica. Occorre rimediare a quest'errore ripristinando l'insegnamento e rinnovandone i contenuti, considerato che nel mondo dell'interdipendenza è bene conoscere non soltanto la Costituzione e le leggi fondamentali nazionali, ma anche il diritto comunitario e il sistema dei diritti umani che sempre più vanno assumendo una funzione costituente, attraverso la creazione di nuovi istituti ed autorità."
(G. Pittella)

Gianni Pittella (PD), presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, vorrebbe la reintroduzione dell'insegnamento dell'educazione civica nelle scuole dell'obbligo, ritenendo che sia stato "un errore abrogare l'insegnamento della educazione civica".

Capisco che per chi vive di tasse altrui (a livello nazionale o comunitario poco importa) sia fondamentale poter contare su persone convinte che lo Stato e tutto l'apparato burocratico e legislativo che lo rappresenta siano cose buone e giuste, e che essere un buon cittadino significhi andare diligentemente a votare e attenersi poi scrupolosamente a ogni norma di legge emanata da chi rappresenta le cosiddette Istituzioni democratiche, pagando con gioia ogni balzello che costoro inventano, perché tutto è sempre finalizzato al "bene comune".

In sistemi scolastici monopolizzati dalla scuola statale, nei quali anche le scuole private devono di fatto attenersi ai programmi stabiliti dallo Stato (magari beneficiando di qualche tassa altrui pure loro), si può immaginare quale impostazione verrebbe data alle lezioni di educazione civica.

Ho abbastanza anni per far parte di quelle generazioni che le lezioni di educazione civica se le sono dovute ascoltare. Non so se sia perché ero già inclinato al libertarismo pur non sapendo, all'epoca, di che si trattasse, ma ricordo con un certo disgusto lo zelo che le insegnanti (peraltro, almeno nel mio caso, brave persone) mettevano nel raccontare a dei ragazzini inconsapevoli tante belle cose sul loro datore di lavoro.

Le lezioni di educazione civica sono indottrinamento allo stato puro, roba da Corea del nord. Già gli adulti sono martellati dall'equivalente dell'educazione civica fatta da organi di informazione (e anche questi spesso ricevono somme più o meno cospicue derivanti dalle tasse altrui, altrimenti chiuderebbero i battenti per carenza di lettori paganti). Ma almeno si presume che gli adulti siano in grado di avere un atteggiamento critico nei confronti di ciò che leggono o sentono.

I bambini li si lasci stare e ci si dedichi nei loro confronti all'insegnamento, non all'indottrinamento.


giovedì 1 ottobre 2015

Scorie - Quello che non distrugge, al massimo lo redistribuisce

"Dobbiamo accettare il fatto che ci sono alcuni interventi dello Stato che danno una spinta all'economia, e questi interventi non sono necessariamente equi. Ciò non li rende capitalismo corporativo."
(N. Smith)

In un pezzo nel quale intende respingere le accuse di "crony capitalism" riguardanti le tante imprese che anche negli Stati Uniti (mai come in questo caso tutto il mondo è paese) prosperano o semplicemente sopravvivono grazie a incentivi o distorsioni competitive a loro favore poste in essere dal governo federale, Noah Smith ammette per lo meno che gli interventi pubblici "non sono necessariamente equi".

In realtà sarebbe stato corretto affermare che tali interventi sono necessariamente iniqui. In primo luogo, perché utilizzano la garanzia implicita del denaro dei pagatori di tasse per incentivare attività per le quali non vi sarebbero capitali privati sufficienti alla sopravvivenza, o anche solo alla fase di start-up. In pratica, il governo federale diventa una sorta di fondo di venture capital con il non insignificante dettaglio che le risorse non sono apportate volontariamente da chi sopporta i rischi degli investimenti, men che meno vi è proporzionalità tra i rischi sopportati dal singolo pagatore di tasse e gli eventuali utili prodotti dalle iniziative finanziate dal governo.

In secondo luogo, perché a fronte di imprese che beneficiano di incentivi pubblici ve ne sono altre che devono contare unicamente sulle scelte volontarie di chi le finanzia rischiando in proprio e dei consumatori dei prodotti o servizi che esse offrono. In sostanza, l'intervento pubblico altera inevitabilmente la concorrenza.

Secondo Smith, tutto questo sarebbe giustificato dai benefici che tutti quanti ottengono per merito delle innovazioni dovute a incentivi iniziali da parte del governo. A tale proposito, c'è evidentemente un problema di "cherry picking" sui dati utilizzati come evidenza dei successi dello Stato venture capitalist. Quando tali successi sono documentati da ricercatori a loro volta finanziati col denaro estorto ai contribuenti, è più che lecito il dubbio che costoro preferiscano cercare i casi di successo rispetto ai fallimenti.

Ma se anche fosse dimostrato che in taluni casi le imprese incentivate dal governo portano innovazioni a beneficio di tutti quanti, ciò continuerebbe a non giustificare, a mio parere, alcuna forma di interventismo. Innanzi tutto perché nessuno dovrebbe essere obbligato a finanziare questo o quel settore o singola impresa; poi perché, come evidenzierebbe Bastiat, per ogni caso di successo (ciò che si vede) vi sono molti casi di mancati successi perché le risorse dirottate su taluni progetti non hanno potuto essere utilizzate volontariamente per altri progetti (ciò che non si vede).

In definitiva, corporativismo o non corporativismo, lo Stato non fa altro che beneficiare qualcuno a danno di altri. Quello che non distrugge, al massimo lo redistribuisce.