mercoledì 30 settembre 2015

Scorie - Le cause (non vere) delle crisi bancarie

"Molte delle crisi recenti sono scaturite dal fatto che le banche ricercano profitti a breve termine elevati ma rischiosi, anziché rendimenti a lungo termine inferiori ma più stabili."
(S. Lutenshlager)

Sabine Lautenschlager è membro del Comitato esecutivo della Bce e vicepresidente del Consiglio di vigilanza del Meccanismo di vigilanza unico sulle banche dell'area euro.

Sostenere che le crisi siano dovute alla ricerca di profitti a breve termine da parte delle banche aiuta indubbiamente a dipingere le banche peggio di quello che sono e a far passare per poliziotto buono chi sulle banche vigila.

Si tratta di una versione dei fatti che accontenta i mezzi di informazione, i politici e il pubblico in generale, soprattutto quello che non ha una particolare conoscenza del funzionamento delle banche e dei sistemi monetari.

Tuttavia, concentrarsi sul presunto atteggiamento "speculativo" delle banche è come guardare la pagliuzza e non vedere la trave. Che, guarda caso, è proprio nell'occhio di quella istituzione nella quale siede Lautenschlager.

Il principale motivo di instabilità delle banche è l'istituzionalizzazione del meccanismo della riserva frazionaria. Non che sia l'unico motivo, ma è certamente quello che pone le basi per far sì che gli altri comportamenti che danno luogo a perdite di fiducia da parte dei depositanti provochino un avvitamento delle banche e, talvolta, un effetto domino e conseguente crisi sistemica.

Invece di moltiplicare le regole, gli adempimenti e i controlli, di fatto ingigantendo le strutture di vigilanza senza risolvere i problemi, sarebbe necessario partire dalla abolizione della riserva frazionaria. Ma il fatto stesso che ciò renderebbe superflue migliaia di persone che oggi vigilano sulle banche non depone a favore di una evoluzione in tal senso.

Mai come in questo caso vigilanti e vigilati sono, al di là delle apparenze, d'accordo.


martedì 29 settembre 2015

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (39)

"Avrei dovuto aspettarmelo: il settore bancario ha risposto alla decisione del Consiglio dei governatori della Federal Reserve di non alzare i tassi con un urlo di rabbia primordiale. E questo, secondo me, ci dice quello che c'è da sapere sulla visione del mondo dei falchi in servizio permanente effettivo."
(P. Krugman)

Paul Krugman pare abbia scoperto l'acqua calda: la politica monetaria avvantaggia le banche. E' davvero un genio, meriterebbe un secondo premio Nobel.

Pensate un po', si è accorto che il margine di interesse soffre quando i tassi arrivano a zero.

"C'è un minimo oltre il quale le banche non possono scendere, per i tassi di interesse che offrono, e se i tassi ufficiali sono bassi il loro margine di profitto si restringe. Per questo i banchieri continuano a pretendere tassi più alti e a inventarsi storie per giustificare una mossa del genere anche in un contesto di inflazione bassa."

Ovviamente se si guadagna meno con il margine di interesse, il denaro facile può comunque essere utilizzato per fare utili in altro modo. Krugman ricorre al suo amico DeLong, perché evidentemente da solo non riusciva ad arrivarci.

"Qualcuno potrebbe obbiettare, come fa l'economista Brad DeLong, che il «denaro facile» nel lungo periodo porta vantaggi alle banche commerciali, che in definitiva il tasso di interesse nominale dipende dal tasso di inflazione e rinchiuderci in una situazione di inflazione bassa o deflazione sarebbe molto negativo per le banche. Ma nessuno ha mai accusato i banchieri di avere le idee particolarmente chiare in materia di macroeconomia; e in ogni caso ai dirigenti delle banche non è il lungo periodo che importa, ma i prossimi anni, perché è nei prossimi anni che si deciderà se avranno o meno le loro corpose gratifiche (tanto nel lungo periodo saranno tutti golfisti full-time)."

Fantastico: il keynesiano Krugman, che ancora oggi si ispira a colui che sentenziò che "nel lungo periodo saremo tutti morti", si scandalizza del fatto che i banchieri pensino ai risultati di breve periodo, invece che a quelli di lungo periodo. Ora, se c'è una categoria quasi unanimemente keynesiana (a volte senza neppure sapere di esserlo) sono i banchieri e ancor più di loro lo sono gli economisti che popolano gli uffici studi delle banche. Qualcuno, è vero, non è keynesiano, ma in materia monetaria è tutt'al più friedmaniano, il che non migliora le cose.

Krugman si rammarica, poi, del fatto che i banchieri siano in grado di influenzare i banchieri centrali.

"Di sicuro questi banchieri sono in grado di autoconvincersi che quello che è buono per loro è buono per l'America e per il mondo intero: e la cosa più allarmante è che forse sono in grado di convincere perfino pubblici funzionari che come stanno davvero le cose dovrebbero saperlo. Forse è questo che spiega la sconcertante divergenza di opinioni tra i funzionari della Fed e persone che della Fed non fanno parte, come l'ex segretario al Tesoro Larry Summers (e il vostro illustrissimo), che la vedono più o meno allo stesso modo su come funziona il mondo, ma sono inorriditi da questa smania di alzare i tassi in un momento in cui l'inflazione rimane al di sotto dell'obiettivo. Non so voi, ma io mi sento come se avessi avuto una rivelazione. E comunque alzare i tassi resta una pessima idea."

Ebbene sì: Krugman ha avuto una rivelazione. Ma se si fosse documentato sulla genesi della Federal Reserve non sarebbe arrivato con tanto stupore a questa "rivelazione" nel 2015. Per il resto, se avesse un minimo di obiettività accetterebbe anche il fatto che se ci si limita a valutare gli effetti della politica monetaria sui prezzi al consumo si gonfiano bolle in serie.

Ma mi rendo conto che sarebbe chiedergli troppo. Una rivelazione alla volta è più che sufficiente.


lunedì 28 settembre 2015

Scorie - Il phishing di Shiller

"Adam Smith scriveva della "mano invisibile" con la quale il perseguimento individuale dei propri interessi sui mercati liberi e competitivi promuoverebbe l'interesse della società tutta. Aveva ragione: i mercati hanno generato una prosperità senza precedenti, per i singoli e per le società. Ma proprio perché possiamo essere manipolati, truffati o anche solo tentati, quei mercati liberi ci convincono a comprare cose che non fanno bene né a noi né alla società. È questa la postilla alla teoria di Smith che io e George Akerlof analizziamo nel nostro nuovo libro intitolato Phishing for Phools: The Economics of Manipulation and Deception."
(R. J. Shiller)

Robert Shiller ha scritto assieme a George Akerlof un libro nel quale l'intervento delle autorità fiscali e monetarie è difeso perché aiuterebbe a correggere comportamenti manipolatori o almeno le loro conseguenze che, a parere degli autori, pare siano inevitabili da parte del mercato.

Purtroppo la tendenza a impersonificare il mercato porta a considerazioni fuorvianti. Il mercato altro non è che l'insieme delle transazioni volontariamente poste in essere da soggetti che scambiano beni o servizi. Ne consegue che il mercato in quanto tale non manipola le decisioni di nessuno, né commette truffe.

Sono sempre individui (o gruppi di individui) a manipolare o truffare gli altri. Credo che sarebbe sufficiente utilizzare come punto di riferimento il principio di non aggressione: quando un atto viola il principio di non aggressione, va perseguito (e in questa sede non sto a entrare nella discussione sull'amministrazione della giustizia da parte dello Stato invece che da agenzie private in concorrenza) chi lo ha compiuto.

Shiller ritiene invece che le autorità debbano agire sull'intero mercato, date le reazioni a catena che generano le manipolazioni. In particolare nei mercati finanziari.

"Il phishing può colpire qualsiasi mercato, ma le osservazioni più importanti del nostro libro riguardano i mercati finanziari, e non a caso, dopo il boom dei mercati immobiliari e obbligazionari del 2009 e le turbolenze nei mercati azionari del mese scorso."

Aggiunge, poi:

"quando le azioni gonfiate sono state acquistate con denaro preso a prestito si innesca una concatenazione di perdite. I fallimenti e la paura del fallimento scatenano altri fallimenti che alimentano la paura. Poi il credito finisce e l'economia crolla. Questa spirale al ribasso della fiducia è tipica del phishing – pensiamo alle vittime dello schema Ponzi – ed esce solo quando il periodo di euforia irrazionale è concluso."

Shiller non pare dare importanza alle cause del credito abbondante e a basso costo. Eppure quando il credito è abbondante e a basso costo è perché la politica monetaria espansiva lo rende tale. E la politica monetaria non è endogena al mercato, bensì è determinata a un soggetto – la banca centrale – al quale lo Stato attribuisce il monopolio legale sull'emissione di base monetaria e sulla manipolazione dei tassi di interesse.

Questo non significa che i truffatori non sarebbero tali in assenza di politiche monetarie espansive, ma certamente non si avrebbe l'effetto a palla di neve che solo l'aumento della leva dovuta al credito facile tende a generare.

Shiller tira poi in ballo il 1929.

"E le epidemie, come nella medicina, richiedono interventi drastici e immediati. La risposta delle autorità al Grande Crollo del 1929 fu insufficiente e lenta e l'economia mondiale entrò in un'età buia che si protrasse fino alla Grande Depressione degli anni 30 e alla Seconda guerra mondiale. La crisi del 2007-2009 lasciò presagire uno scenario analogo, ma i governi mondiali e le banche centrali sono intervenuti prontamente. La ripresa è stata debole ma siamo lontani da un'altra età buia. Di questo dovremmo essere sollevati. Tuttavia, qualcuno pensa che le autorità non avrebbero dovuto reagire in modo così tempestivo quando scoppiò la crisi e che la causa prima della crisi sia stato l'azzardo morale: ovvero chi si assume il rischio, si aspetta che le autorità vengano in suo aiuto quando le sue previsioni non si realizzano come vorrebbe e così si sobbarcherà rischi ancora maggiori. Noi pensiamo invece che un rapido aumento dei prezzi rifletta un'euforia irrazionale, alimentata e istigata dal phishing."

Tra le cause della crisi degli anni Trenta del secolo scorso, al pari di quella iniziata nel 2007, Shiller non prende in considerazione la politica monetaria espansiva. Anzi, adotta la spiegazione mainstream (che in questo fa diventare firedmaniano anche chi per il resto detesta Friedman) in base alla quale i danni la Fed non li fece durante gli anni Venti, ma dopo lo scoppio della bolla, per non aver inondato il sistema di dollari.

Scarta anche l'ipotesi dell'azzardo morale, che invece è del tutto ragionevole, facendo riferimento a una "euforia irrazionale" le cui origini attribuisce al phishing. E si rammarica per il fatto che ci sia chi la pensa diversamente.

"La riluttanza a riconoscere il bisogno di un intervento in una crisi si basa su una scuola di economia che non tiene conto dell'euforia irrazionale e che ignora il marketing aggressivo e altre realtà dei mercati dell'età digitale che abbiamo preso in esame nel nostro libro. Abbiamo già visto molti anni fa e con grande rammarico del mondo intero, cosa succede a lasciare che un'epidemia finanziaria faccia il suo corso. La nostra analisi spiega che non ci sono solo forze endemiche e naturali a rendere molto volatile il sistema finanziario, ma che di fronte a un crollo finanziario è necessario un intervento tempestivo ed efficace. Quando una turbolenza finanziaria vira in una crisi, dobbiamo lasciare che le autorità fiscali e monetarie prendano tutte le misure aggressive del caso. Un'epoca buia basta e avanza."

Chi è riluttante a ritenere che le autorità fiscali e monetarie debbano intervenire non lo fa perché ignora il marketing aggressivo, ma pone in evidenza il fatto che sono gli stessi interventi regolatori e monetari a favorire fenomeni di euforia, razionale o irrazionale che la si voglia definire. La politica monetaria distorce il principale dei prezzi (soprattutto in finanza), ossia il tasso di interesse, finendo per distorcere l'intero sistema dei prezzi degli asset.

E nel mercato sono i prezzi a indirizzare le decisioni di chi compra o vende. Va bene contrastare il phishing dei truffatori, ma chiamare a un ruolo salvifico le banche centrali è come chiamare Nerone a fare il pompiere.


venerdì 25 settembre 2015

Scorie - Abenomics 2.0

Appena confermato al vertice del partito liberaldemocratico per altri tre anni, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha promesso di "intensificare le misure di politica economica", con l'obiettivo di portare il Pil nominale a 600.000 miliardi di yen.

Si tratterebbe di una nuova fase della cosiddetta Abenomics, fatta per lo più da deficit di bilancio, politica monetaria ultraespansiva da parte della banca centrale e, in misura molto minore, dalle cosiddette riforme strutturali (concetto che, come in Italia, vuol dire tutto e niente, ma serve a riempire talk show e giornali).

Da quando Abe è primo ministro (fine 2012) il Pil nominale del Giappone è aumentato complessivamente del 5.8 per cento, ossia in media del 2.3 per cento annuo. Per raggiungere i 600.000 miliardi di yen dovrebbe crescere del 20 per cento dai livelli di fine giugno scorso (considerando i dati trimestrali annualizzati pubblicati dall'ufficio di statistica giapponese).

Si tratterebbe, in un triennio, di una crescita media annua del 6.3 per cento, ben 4 punti in più rispetto a quanto fatto finora. Generalmente i governi si danno degli obiettivi in termini di crescita del Pil reale (ossia depurato da una qualche misura di inflazione), ma Abe ha un disperato bisogno di gonfiare il Pil nominale perché, tenendo artificialmente schiacciato il costo del debito grazie al quantitative easing, spera di ridurre il rapporto tra debito e Pil, attualmente allo stratosferico livello del 246 per cento.

Considerando che, nonostante politiche fiscali e monetarie espansive, la crescita reale del Pil è altalenante, alternando trimestri a segno positivo e altri a segno negativo, per ottenere una crescita nominale superiore al 6 per cento annuo sarebbero necessari almeno 5 punti di inflazione (intesa come misurata dai deflatori utilizzati nel calcolo del Pil reale, ossia inflazione sui prezzo al consumo).

Ciò significa che, tra non molto, la cosiddetta Abenomics potrebbe essere potenziata nella sua parte fiscale e, soprattutto, monetaria. In pratica, se già oggi la Banca del Giappone inonda il sistema di yen per l'equivalente di circa 50 miliardi di euro al mese, domani potrebbe addirittura aumentare la dose.

Il tutto sulla base della convinzione che quello che non ha risolto i problemi del Giappone negli ultimi 25 anni li risolverà nei prossimi; basta aumentare il dosaggio.

Robe da pazzi, che con ogni probabilità non faranno altro che peggiorare la situazione. Ma c'è da stare sicuri che, a fronte di risultati deludenti, la soluzione sarà aumentare ulteriormente il dosaggio. Il limite sarà raggiunto solo quando si innescherà una crisi di fiducia nello yen da parte degli stessi giapponesi. Non dico che sarà domani, ma non si può sostenere che ciò non accadrà mai, come pure sembrano ritenere i tanti ammiratori della Abenomics.


giovedì 24 settembre 2015

Scorie - La società (in)giusta

"Una società giusta segue un criterio di proporzionalità: chi possiede grandi patrimoni e ottiene profitti elevati da transazioni finanziarie sia chiamato a pagare di più."
(L. Boldrini)

La "presidenta" della Camera dei deputati sostiene, da quanto pare di capire leggendo la dichiarazione che ho riportato, il principio di proporzionalità dell'imposizione fiscale. Se così fosse, sarebbe paradossalmente contraria all'articolo 53 della Costituzione, il che suppongo non sia nelle sue intenzioni.

Boldrini non è esperta di scienza delle finanze, ma anche un bambino che abbia imparato le quattro operazioni fondamentali dell'aritmetica sarebbe in grado di farle notare che, aumentando la base imponibile, il carico fiscale aumenta, anche se l'aliquota di imposta non è progressiva. Quindi ciò che lei invoca come qualcosa da realizzare, è già una realtà. Anzi,nel caso delle imposte progressive la realtà è anche peggiore.

E in effetti l'intento della "presidenta" era in realtà di appoggiare una tassazione progressiva, nel senso di colpire con aliquote maggiori le basi imponibili superiori a determinate soglie. Il che, poi, è un cavallo di battaglia di tutte le sinistre più o meno comuniste presenti in Italia (e non solo).

Resta da chiarire come si possa definire "giusta" una società che istituisce diritti universali il cui esercizio comporti inevitabilmente la violazione del diritto di proprietà di un numero più o meno consistente di soggetti.

La posizione è ingiustificabile, se non ritenendo inesistente il diritto di proprietà o - il che non è poi tanto differente - considerandolo comprimibile in nome del volere del legislatore di turno. Cosa ovviamente del tutto coerente con l'identificazione tra legge e legislazione che fa parte del bagaglio culturale dei campioni della democrazia alla Boldrini.


mercoledì 23 settembre 2015

Scorie - Sul debito pubblico figli e nipoti non dormano sonni tranquilli

"Vogliamo abbassare il debito, pensiamo sia giusto verso i nostri figli e nipoti, il debito ci preoccupa. Tuttavia lo facciamo con una manovra espansiva e non di rigore."
(M. Renzi)

Nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che prelude alla stesura della Legge di stabilità per il 2016, il governo ha aumentato le stime di crescita del Pil per il 2015 e il 2016 e, al tempo stesso, ha rialzato anche gli obiettivi di rapporto tra deficit e Pil, rinviando ulteriormente il pareggio strutturale di bilancio, come scrivevo anche pochi giorni fa.

Quanto al rapporto tra debito e Pil, il governo prevede quest'anno che si attesti al 132,8 per cento (in rialzo dello 0,3 per cento rispetto alla stima del Def di aprile) e al 131,4% del 2016 (doveva essere al 130,9% secondo le stime di aprile).

In pratica, secondo il governo l'economia italiana crescerà di uno 0,2 per cento in più rispetto alle stime della scorsa primavera sia nel 2015 sia nel 2016, ma prevede che deficit e debito in rapporto al Pil, pur in lieve discesa, lo siano meno di quanto indicato precedentemente come obiettivi.

Come sempre in questi casi, poi, l'abbassamento di deficit e debito va invece accelerando negli anni successivi al primo (su 5 di previsione, in omaggio alle migliori tradizioni di pianificazione socialista). Salvo poi operare di volta in volta revisioni simili a quella appena effettuata.

Gli anni scorsi la revisione al rialzo delle stime di deficit e debito erano giustificate dal fatto che le stime di crescita del Pil finivano con il rivelarsi, a distanza di un semestre, troppo ottimistiche. Questa volta, al contrario, il governo ha aumentato le stime di crescita del Pil (e, soprattutto per il 2016, la cosa a me pare azzardata), alzando anche gli obiettivi di deficit e debito rispetto a un semestre fa.

In altre parole, la "flessibilità" non è altro che maggiore deficit, dato che le minori tasse (nel caso di Iva e accise, in realtà, è corretto parlare di mancati aumenti) saranno almeno in parte finanziate in deficit.

Considerando che le circostanze eccezionali che comprimono il costo del debito non dureranno in eterno, spostare sempre più in avanti i tagli di spesa e le dismissioni di patrimonio necessari a ridurre strutturalmente deficit e debito segnalano grande miopia, a mio parere. Nessuna (reale) riduzione di tasse potrà essere strutturale in queste condizioni, anche se la Commissione europea deciderà politicamente di concedere un supplemento della tanto richiesta "flessibilità".

Non c'è nessuna azione concreta che segnali la preoccupazione di ridurre il debito. Alla faccia di figli e nipoti.


martedì 22 settembre 2015

Scorie - Corralito alla catalana

"Dire che in Catalogna c'è un rischio di corralito se diventa indipendente è immorale, indecente e denota una immensa irresponsabilità… Sanno che non è vero, che non ci sarà un corralito, è pura intossicazione, con l'obiettivo di fare paura alla gente."
(A. Mas)

Qualche giorno fa le associazioni delle banche spagnole hanno minacciato di lasciare la Catalogna in caso di secessione dalla Spagna. A loro ha dato man forte il governatore della Banca di Spagna, che ha ipotizzato un "corralito", ossia una sospensione dei prelievi dai conti correnti in caso di secessione.

Il presidente catalano (e indipendentista) uscente, Artur Mas, ha reagito sostenendo che non ci sarebbe nessun blocco o restrizione dei prelievi dai conti correnti, accusando il governatore della banca centrale di voler fare paura alla gente.

Mas ha ragione quando sostiene che è in atto una campagna volta a far paura alla gente, ma purtroppo ha torto quando afferma che non vi sia il pericolo di restrizioni sui prelievi, quanto meno per le banche che hanno sede legale in Catalogna.

Come è noto e (dal suo punto di vista) comprensibile, lo Stato spagnolo non è disposto ad accettare di perdere una parte del proprio territorio, per di più una parte economicamente più forte della media del Paese. E lo Stato spagnolo ha l'appoggio da parte degli altri Stati dell'Unione europea e delle istituzioni della Ue stessa.

Ciò significa che, in caso di secessione, almeno inizialmente la Catalogna non farebbe parte né della Ue, né della Uem. Di conseguenza, le banche catalane perderebbero accesso ai finanziamenti della Bce. Questo è il motivo per cui potrebbero seriamente trovarsi a corto di euro in tempi rapidi, rendendo di fatto necessarie, come alternativa al collasso sistemico, delle restrizioni ai prelievi dai conti correnti.

Questo è l'onnipresente problema dei sistemi a riserva frazionaria. Ciò non significa che sarebbe la fine del mondo e che chi crede nell'indipendenza della Catalogna debba per questo rinunciarvi. Però le minacce del governatore della Banca di Spagna hanno un fondamento. Le banche che non hanno sede legale in Catalogna non avrebbero lo stesso tipo di problema, ma non hanno alcun interesse a sostenere gli inevitabili costi legali, men che meno a operare contro il volere della Banca di Spagna e della Bce, i cui ammonimenti, che passano sotto la definizione di "moral suasion", sono di fatto delle "offerte che non si possono rifiutare", in stile don Vito Corleone.

A dire il vero per la Catalogna questa potrebbe anche essere l'occasione per adottare un sistema monetario non basato sul monopolio dell'emissione di denaro fiat da parte di una banca centrale e su banche a riserva frazionaria. Un obiettivo che denoterebbe, da parte di un movimento indipendentista, la volontà di porre fine a una delle peggiori manifestazioni dell'interventismo statalista. Non mi pare, però, che questo sia un obiettivo di chi vuole l'indipendenza della Catalogna.


lunedì 21 settembre 2015

Scorie - Il rinvio infinito

"Preoccupano gli sviluppi dell'economia globale. E la Fed monitora, consapevole che la debolezza economia mondiale potrebbe pesare sull'inflazione."
(J. Yellen)

Fino allo scorso anno, gli esponenti di vertice della Federal Reserve erano soliti ripetere che le decisioni di politica monetaria venivano prese avendo riguardo esclusivamente della situazione economica statunitense, e in particolare dell'andamento dell'occupazione e di un indice ei prezzi al consumo, ossia le due variabili che, per statuto, la Fed deve "ottimizzare".

Dopo le stagioni dei diversi Qe, che hanno portato il bilancio della Fed a raggiungere la cifra non irrisoria di 4.500 miliardi di dollari (creati dal nulla) affluiti in diverse parti del mondo alla ricerca di opportunità di carry da parte dei primi beneficiari di quei flussi di moneta fiat (ossia, principalmente, le banche che vendevano i titoli alla Fed nell'ambito del Qe), Bernanke prima e Yellen poi hanno prospettato un inizio di inversione nella politica monetaria al raggiungimento di un tasso di disoccupazione del 6 per cento.

Ebbene, il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 6 per cento a settembre 2014 e il mese scorso si è attestato al 5.1 per cento (sia pure con un tasso di partecipazione al mercato del lavoro su livelli minimi degli ultimi quattro decenni), ma la Fed ha continuato a rimandare il primo rialzo dei tassi di interesse, dando evidentemente più importanza al fatto che i prezzi al consumo non crescono in linea con il target (arbitrario) del 2 per cento annuo.

Formalmente, da mesi sostiene che entro il 2015 un piccolo ritocco del tasso sui Fed Funds verrà fatto, ma a ogni riunione del FOMC (il comitato che decide la politica monetaria della Fed; la quintessenza della pianificazione centralizzata), la decisione viene rinviata a larga maggioranza. E in prossimità delle riunioni del FOMC non si contano le analisi per lo più di economisti keynesiani, soprattutto quelli a libro paga delle banche di investimento, che sconsigliano la Fed dall'alzare i tassi di interesse, per non tarpare le ali alla crescita dell'economia.

Che la (peraltro non stratosferica) crescita del Pil statunitense sia stata ampiamente dopata dalla politica monetaria è evidente, anche se gli stessi fautori delle politiche di tassi a zero e allentamenti quantitativi in serie sostengono spesso che si tratti di crescita robusta. Cadendo poi in contraddizione quando lanciano allarmi preventivi sui danni provocati da un aumento dei tassi di un quarto di punto percentuale. Se davvero un quarto di punto è sufficiente a far tornare l'America in recessione, a me pare evidente che quella degli ultimi anni sia stata una crescita in gran parte fittizia.

Adesso Yellen tira in ballo anche la situazione economica internazionale, il che, ragionando da pianificatore centralizzato, è una delle cose meno assurde che potesse fare, dato che effettivamente la politica monetaria della Fed ha ripercussioni globali. Ma se è impossibile "governare" l'economia di una parte del mondo, a maggior ragione non è possibile "governare" quella del mondo intero.

Resta il fatto che i signori alla guida della Fed avrebbero dovuto pensare alle ripercussioni globali di ciò che facevano anche quando stampavano dollari giorno e notte; dollari che hanno gonfiato i prezzi delle attività finanziarie e il debito in giro per il mondo, abbassando un po' ovunque il costo del denaro (anche perché le politiche monetarie espansive della Fed hanno generato reazioni "difensive" altrettanto espansive da parte della altre banche centrali).

Non so se la Fed effettivamente agirà entro fine anno o se troverà ancora qualche pretesto per rinviare. Personalmente sono dell'idea che la cosa migliore sarebbe un mondo di monete non gestite da banche centrali, per cui ogni intervento monetario lo trovo distorsivo, al pari di ogni provvedimento statale o parastatale di fissazione del prezzo di qualsivoglia bene o servizio.

Ma credo che ormai dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti quello che per chi analizza l'economia dalla prospettiva della scuola austriaca era evidente fin dall'inizio: ossia che la risposta monetaria data a una crisi che aveva origini prevalentemente monetarie avrebbe generato problemi peggiori (ossia nuove bolle alimentate da debito) di quelli che intendeva risolvere.

La Fed continua a prendere tempo, e a peggiorare le cose.


venerdì 18 settembre 2015

Scorie - Dietro la lavagna

"Quando la Federal Reserve americana cominciò la politica dell'espansione quantitativa della moneta (Quantitative easing), i soliti teorici del complotto gridarono all'inganno: gli Stati Uniti sviliscono la moneta e il dollaro debole fa guadagnare competitività ai produttori americani, a spese dei loro concorrenti. I complottardi avrebbero fatto meglio a pazientare. La Qe ha sostenuto l'economia americana e il dollaro si è rafforzato, tanto che in quattro degli ultimi cinque mesi le esportazioni sono scese."
(F. Galimberti)

Fabrizio Galimberti sostiene che il Qe della Fed (ma il discorso è valido in generale) non aveva come scopo (anche) quello di indebolire il dollaro, e la prova sarebbe da individuare nel rafforzamento registrato negli ultimi tempi dal dollaro stesso.

Sostenere che il rafforzamento del dollaro in corso grosso modo dal secondo semestre 2014 sia frutto del Qe è davvero assurdo, dato che il Qe statunitense era in realtà nella fase di "tapering", ossia la Fed stava riducendo la quantità di base monetaria aggiuntiva stampata ogni mese (il tapering è terminato a ottobre 2014), mentre la Banca del Giappone andava in direzione contraria e la Bce si apprestava a fare il proprio Qe, poi lanciato a inizio 2015. E questo solo per citare le principali banche centrali.

Tra le altre distorsioni a tassi di interesse e moneta, la Fed ha fatto tre Qe a partire dal dicembre 2008, e fino a quando ha stampato denaro relativamente più delle altre banche centrali, il dollaro è stato relativamente debole. Il movimento del dollaro durante e dopo il Qe della Fed è pertanto del tutto coerente con l'idea che se una banca centrale adotta una politica monetaria relativamente più espansiva rispetto alle altre, la moneta emessa e gestita da quella banca tende a deprezzarsi nei confronti delle altre.

La cosa buffa è che affermazioni come questa Galimberti le fa in una rubrica settimanale su Plus24 del Sole 24 Ore il cui titolo è "Dietro i numeri". A me pare evidente che, pur di non voler vedere la realtà, questo signore sia disposto anche a guardare ai numeri con lenti deformanti. E, più che dietro ai numeri, dovrebbe stare dietro la lavagna.


giovedì 17 settembre 2015

Scorie - I promessi tagli

"Qualche giorno fa il Ministro dell'Economia Padoan ha confermato l'intenzione del Governo di ridurre le imposte nella prossima legge di stabilità ed ha precisato che questa riduzione riguarderà non solo le persone fisiche, ma anche le imprese. A quest'ultimo riguardo risulta, in particolare, che tra le varie ipotesi allo studio vi è una riduzione generalizzata dell'aliquota dell'imposta sulle società (Ires) di due/tre punti percentuali. L'annunciata intenzione del governo di ridurre il carico fiscale sulle imprese non può che essere accolta con favore."
(A. Silvestri)

Posto che è quasi ovvio chiedersi, come pure stanno facendo diversi osservatori, dove Renzi e Padoan troveranno le risorse per finanziare tutti i tagli di tasse che vanno annunciando – il primo con i suoi soliti toni da fanfarone, il secondo tenendo un atteggiamento più professorale – ben venga ogni riduzione di tasse, purché effettiva.

Finora di effettivo non c'è stato alcunché: chi ha avuto una riduzione di qualche tassa, ha pagato di più qualche altra tassa, e ovviamente qualcuno ha solamente pagato di più, con buona pace delle storie che racconta Renzi. Un'altra parte è stata finanziata con un deficit superiore al previsto, cosa che Renzi conta di fare ancora, continuando a rimandare nel tempo gli impegni di pareggio strutturale di bilancio (concetto molto politico quando si tratta di definire cosa è "strutturale") e di riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil.

Ciò detto, quello che non trovo condivisibili sono gli appelli al governo affinché non opti per riduzioni generalizzate di una determinata imposta, bensì per riduzioni condizionate a questo o quel settore, oppure a una determinata iniziativa da parte di un'impresa.

Condizionare una riduzione dell'Ires a un incremento degli investimenti significa introdurre una distorsione nelle decisioni imprenditoriali, oltre tutto con il serio rischio di generare incrementi di investimenti che durano lo spazio dell'incentivo fiscale, per poi ridursi nuovamente.

Lo Stato non dovrebbe (cercare di) sostituire la propria volontà a quella di chi rischia in proprio. La tassazione è già di per sé distorsiva, oltre a essere una aggressione del diritto di proprietà; introdurre deduzioni, detrazioni o crediti di imposta soggetti a condizioni (per di più spesso astruse) non fa che aggiungere distorsione a distorsione.

Si taglino le tasse punto e basta. E ovviamente l'unico modo per poterlo fare, a maggior ragione in Italia, è tagliando seriamente la spesa pubblica. Ecco perché le tasse, in realtà, credo continueranno a non calare. Checché ne dica Renzi.


mercoledì 16 settembre 2015

Scorie - I laburisti inglesi tornano al socialismo allo stato puro

"Nella prima settimana di governo laburista, riprenderemo diretto controllo del meccanismo economico decisionale, togliendo alla Banca d'Inghilterra il potere d'agire sui tassi d'interesse e, analogamente, costringeremo le banche nazionalizzate a concedere credito."
(J. McDonnell)

Dopo la svolta a sinistra del partito laburista inglese, è stato formato un nuovo governo ombra, del quale John McDonnell è cancelliere dello Scacchiere (l'equivalente inglese del ministro del Tesoro). La dichiarazione che ho riportato, risalente qualche anno fa, chiarisce quali sarebbero le intenzioni McDonnell qualora, un domani, si trovasse davvero a governare. Non so se passerebbe dalle parole ai fatti, ma limitiamoci alle parole.

Quella di togliere alla Banca d'Inghilterra il potere di agire sui tassi di interesse (e toglierle anche ogni altro potere monetario) sarebbe un'idea condivisibile, a patto di non sostituire la banca centrale con il ministero del Tesoro, bensì di togliere di mezzo lo Stato dalla moneta.

McDonnell, al contrario, vorrebbe togliere potere alla BoE per gestire la sterlina direttamente dal Tesoro, con quali effetti non serve essere un genio per capirlo. Per di più forzerebbe le banche nazionalizzate a concedere credito, evidentemente a chi pare al governo.

In pratica, socialismo allo stato puro. Poi c'è chi si preoccupa per la Brexit…


martedì 15 settembre 2015

Scorie - Quale politica monetaria causa le crisi

"Quattro volte, negli ultimi quarant'anni, la Fed ha deciso di tirare il freno alla politica monetaria. In ognuna di queste occasioni, le iniziative della Fed hanno messo in moto processi che hanno provocato calo dell'occupazione e della produzione molto più accentuato di quello che la Banca centrale Usa avesse previsto. Ora che la Fed si prepara a dare una stretta alla politica monetaria, un attento esame di questa storia – e della situazione in cui versa l'economia – induce a temere che gli Usa stiano per addentrarsi in un territorio pericoloso."
(J. B. DeLong)

Brad DeLong, noto storico dell'economia di ispirazione keynesiana, è tra coloro che auspicano che la Federal Reserve rinvii il più possibile il rialzo del tasso sui Fed Funds. Si tratterebbe della prima volta che la Fed alza il tasso sui Fed Funds dal 2006. In ogni caso, i periodi di politica monetaria restrittiva sono ampiamente minori, sia per frequenza, sia per durata, rispetto a quelli in cui la Fed ha tagliato i tassi o creato dollari come se fossero coriandoli.

In merito all'ultimo periodo in cui la Fed ha rialzato il tasso sui Fed Funds, DeLong sostiene che:

"L'episodio più recente – fra il 2004 e il 2007 – è stato il più devastante dei quattro. Né Greenspan né il suo successore, Ben Bernanke, si erano resi conto di quanto fossero diventati fragili il mercato immobiliare e il sistema finanziario dopo un lungo periodo di deregulation. Questi due errori gemelli – la deregulation seguita da una sconsiderata stretta monetaria – continuano ancora oggi a far sentire il loro effetto sull'economia americana."

Sembra che la crisi che è iniziata nel 2007 sia dovuta a deregulation e alla stretta monetaria. DeLong ignora completamente che la politica monetaria era stata decisamente espansiva all'indomani dello scoppio della bolla della cosiddetta "new economy", e che tassi di interesse distorti al ribasso sono stati un eccezionale carburante per la bolla immobiliare. Un fatto che neppure buona parte degli economisti mainstream mette più in discussione.

Quanto alla cosiddetta "deregulation", credo si tratti di un termine fuorviante. Non sono state tolte delle regole: semplicemente sono state modificate, ma nel corso dei decenni il settore finanziario è stato soggetto a un numero crescente, non decrescente, di regole. Regole sbagliate, che hanno incentivato 'azzardo morale, la proliferazione del debito e la sua diffusione tramite cartolarizzazioni sistematicamente mal valutate dalle società di rating e dagli investitori. Ma pur sempre regole, scritte da autorità politiche e tecnocratiche. Quindi dare l'idea che il problema fosse l'assenza di regole è del tutto fuorviante.

DeLong sostiene, poi, che la stretta monetaria porterà turbolenze economiche, quindi la Fed sarà costretta a fare marcia indietro.

"Se la storia è di qualche insegnamento, una stretta della politica monetaria non farà altro che portare, nel breve periodo, a ulteriori turbolenze economiche, seguite da una veloce marcia indietro con ritorno a tassi di interesse bassi. Imbarcarsi su questa strada dovrebbe essere motivo di preoccupazione per chiunque."

Il ragionamento è coerentemente keynesiano, dato che si chiede una politica monetaria che mantenga costantemente gonfie le bolle che si sono gonfiate, onde evitare "turbolenze economiche", appunto.

Un modo di argomentare tanto semplice, quanto dannoso. Nessuno dubita che le strette monetarie espongano al fallimento i malinvestimenti posti in essere durante il periodo di politica espansiva. Fallimenti che provocano periodi di recessione, i quali sono tuttavia inevitabili se si vuole che il sistema economico, tramite il mercato, torni ad allocare le risorse sulla base di domande e offerte non distorte da interventismi vari.

Non è la stretta monetaria a dover essere imputata, bensì la precedente espansione. Evitando accuratamente di prendere in considerazione gli effetti dell'espansione monetaria a eccezione di quelli sull'andamento dei prezzi al consumo, i DeLong di questo mondo pongono invece le basi per poter sostenere, in qualsiasi momento, che una rimozione dell'espansione monetaria è dannosa. E che loro l'avevano detto.

Il guaio è che in molti non mettono minimamente in discussione queste sciocchezze. E a ogni scoppio di bolla finiscono per dare la colpa alla politica monetaria restrittiva, invece che a quella espansiva.


lunedì 14 settembre 2015

Scorie - Molto peggio di una sciocchezza

"Dire che le tasse si abbassano solo tagliando la spesa è una sciocchezza, non sarà la strada dell'Italia… non sforeremo il 3 per cento, ma ci serviremo di quella flessibilità prevista dal fiscal compact."
(M. Renzi)

In attesa di conoscere come sarà la legge di stabilità per il 2016, capita un giorno sì e l'altro pure di sentire annunci su imminenti e corposi tagli di tasse da parte di Renzi.

Ovviamente la prima domanda che ogni persona dotata di un minimo di buon senso e di una conoscenza anche approssimativa dei conti pubblici della Repubblica italiana è: dove troverà il governo le risorse per finanziare tutti quei tagli di tasse?

Dato che oltre 16 miliardi servono solo per evitare aumenti di Iva e accise e che dalla famosa spending review finora sono arrivate tante parole e fatti impalpabili, la risposta a la domanda è fondamentale per capire se si sta parlando al vento oppure no.

Considerando che la legge di stabilità sarà, pare, nell'ordine di 25 miliardi e che dalla spending review, peraltro per lo più sotto forma di riduzioni di agevolazioni fiscali (il che, nella sostanza, genera un aumento di gettito fiscale ed è quindi un aumento di tasse per chi perde quelle agevolazioni), arriveranno, per chi ci vuole credere, 10 miliardi, è evidente che per far quadrare i conti ci sono solo due possibilità: altre tasse, oppure altro deficit.

Renzi finora ha praticato entrambe le vie, ovviamente occultando (o cercando di farlo) l'aumento di talune tasse e usando il termine "flessibilità" per descrivere il maggior deficit. E' vero che l'Italia sta contenendo il deficit entro il 3 per cento del Pil, ma ogni anno contratta con la Ue qualche decimale di deficit in più degli obiettivi fissati l'anno prima, rimandando sia il raggiungimento del pareggio di bilancio, sia la riduzione del rapporto tra debito e Pil.

La convinzione è che fare più deficit sia benefico per l'economia. Purtroppo il Pil, soprattutto nel breve periodo, può in effetti risultare gonfiato da una crescita del deficit, dato che la spesa pubblica è un componente positivo del prodotto medesimo.

Ma accumulando deficit si gonfiano sia l'invadenza dello Stato nell'economia, sia il debito pubblico. Sommando entrate e uscite, lo Stato italiano "pesa" sull'economia per il 100,3 per cento del Pil. Ovviamente i keynesiani giustificano i risultati deludenti di questo attivismo statale sostenendo che i soldi sono stati spesi male, gonfiando la spesa corrente e riducendo gli investimenti. Promettono anche che in futuro le cose potrebbero andare meglio se solo il deficit servisse a finanziate gli investimenti giusti. Il problema è che questi investimenti giusti latitano. Sarà sempre stata sfiga? Io ne dubito.

Nel frattempo, però, più deficit oggi corrisponde a un conto più salato domani. Per cui tecnicamente Renzi ha ragione: le tasse possono essere abbassate senza ridurre la spesa. Ma tagliare le tasse allargando il deficit, a maggior ragione in Italia, non sarebbe altro che una pericolosa presa in giro di chi pagherà le tasse domani. Molto peggio di una sciocchezza.


venerdì 11 settembre 2015

Scorie - Soliti rimedi peggiori dei mali

"La famosa Qe (espansione quantitativa della moneta) ha inaugurato una nuova fase della politica monetaria e adombrato una nuova fase della politica economica tout court. Questo perché ci si comincia a domandare se politica monetaria e politica di bilancio non possano confluire: nel senso di procedere a spese in deficit (politica di bilancio) finanziate direttamente dalla Banca centrale (politica monetaria). Non vi è dubbio che la misura espansiva più potente è appunto questa: spesa pubblica finanziata con creazione di moneta. Un "uno-due", questo, finora considerato tabù (è esplicitamente proibito dallo statuto della Bce), per ovvie ragioni. Sarebbe troppo facile, e una tentazione troppo grossa per i politici, pescare nel pozzo di San Patrizio della Banca centrale per procurarsi la liquidità necessaria per spendere e spandere. Ma, come ho detto in precedenza, a mali estremi estremi rimedi. Nell'emergenza di un'economia che non cresce e di operatori che non spendono, è lecito tentare nuove vie. La Banca centrale non deve scegliere gli investimenti da finanziare; questo lo fa il Governo. Ma può, statuti a parte (che vincolano solo la Bce, non la Fed o la Banca del Giappone), finanziarli."
(F. Galimberti)

Dato che la monetizzazione indiretta non ha finora sortito gli effetti sperati, bensì ha ingolfato il mondo di ulteriore debito e denaro fiat, gonfiando i prezzi degli asset finanziari e comprimendo i tassi di interesse a livelli che non si sarebbero certamente raggiunti in un libero mercato, la conclusione che ne trae il keynesiano Fabrizio Galimberti non è che sarebbe meglio mettere in discussione l'intero impianto di quelle politiche economiche. Al contrario, bisognerebbe andare oltre.

Nello specifico, passare alla monetizzazione diretta della spesa pubblica, che finora è stata considerata un tabù, per usare le parole di Galimberti. Il quale, bontà sua, ricorda anche il perché: togliere allo Stato la necessità di contrarre un debito per finanziare la spesa pubblica eccedente il gettito fiscale, finirebbe per rendere politicamente "indispensabile" ogni sorta di voce di spesa, ben oltre quanto – ahimè – è avvenuto finora.

Ciò nonostante, Galimberti la mette sul "a mali estremi estremi rimedi": quindi avanti con la stampante monetaria accreditando direttamente i conti del Tesoro, che saprà certamente come "investire" quel denaro per il bene di tutti.

Anche volendo credere (e sarebbe erroneo) alla storia degli investimenti pubblici profittevoli per tutti, non c'è ovviamente alcun pasto gratis, né la creazione di denaro dal nulla è miracolosa. Come già avviene con la monetizzazione indiretta, ma in misura ancor più marcata, ci sarebbero beneficiari (definibili "consumatori di inflazione") e ci sarebbe chi paga il conto ("pagatori di inflazione") ossia chi perde potere d'acquisto.

E i rimedi sarebbero peggiori dei mali.


giovedì 10 settembre 2015

Scorie - Insulse speranze sulla benevolenza del grande fratello

"La sostanziale cancellazione del segreto bancario e il conseguente annientamento dei paradisi fiscali, lo strapotere dell'anagrafe tributaria, le nuove regole sull'autoriciclaggio, la possibilità di concordare con l'amministrazione fiscale percorsi sicuri per operazioni fiscali e societarie anche più complesse con varie forme di interpello e di ruling, l'allargamento della legge 231 sulla responsabilità d'impresa in materia fiscale, infine una più precisa definizione dell'abuso di diritto, hanno completamente mutato lo scenario nel quale si trovano ad operare le imprese e i loro consulenti fiscali."
(M. Longoni)

Marino Longoni elenca una serie di elementi che hanno modificato notevolmente la capacità di intrusione del fisco nei conti delle imprese (e anche degli individui, a dire il vero). Fisco che si serve di intermediari finanziari e professionisti come gabellieri (non pagati) e fornitori di dati (non pagati) sempre più dettagliati sui loro clienti.

In buona sostanza, il fisco oggi somiglia parecchio al grande fratello orwelliano, ed effettivamente le imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, ormai concordano preventivamente col l'amministrazione fiscale come trattare (ossia quante tasse pagare) determinate operazioni.

Prosegue Longoni:

"Per le società di maggiori dimensioni si tratta di un dato ormai acquisito: non vale più la pena correre rischi difficili anche da calcolare per risparmiare qualche euro d'imposta. La trasparenza e la leale collaborazione pagano di più."

In definitiva, vi è la rinuncia a difendere il reddito prodotto. Si preferisce "la trasparenza e la leale collaborazione". In pratica, dato che difendersi sarebbe costoso e probabilmente inutile, si preferisce alzare le mani preventivamente e chiedere direttamente al fisco quanto pretende su una determinata operazione.

Queste sono considerate buone notizie dagli estensori degli articoli che le riportano: la vittoria dei buoni contro i cattivi evasori fiscali. La vittoria della legalità.

Ciò che a me preme sottolineare, invece, è che quando un individuo o un'impresa arrivano a non avere, di fatto, alcun strumento di difesa che non sia il contenzioso presso strutture giudiziarie a loro volta emanazione dello Stato, significa che non è possibile arginare in alcun modo le pretese del fisco.

A quel punto si può solo sperare nella benevolenza dello Stato. Speranza a mio parere alquanto insulsa.


mercoledì 9 settembre 2015

Scorie - Tentativi dannosi

"Ci sono certamente un sacco di cose che non capiamo della macroeconomia e delle sue "strutture". Gli imperi declinano, le età dell'oro finiscono. Ma ciò non dovrebbe scoraggiarci dal tentare politiche economiche risolutive. Se il declino è inevitabile, che sia, ma non c'è motivo per non fare il nostro meglio per prevenirlo."
(N. Smith)

Molti economisti ritengono che sia loro compito suggerire a chi governa cosa fare per ottenere i risultati desiderati. In linea di massima si tratta sempre di avere un'economia in crescita (intendendo con ciò la crescita del Pil) e una bassa disoccupazione. Alcuni aggiungono anche una certa distribuzione della ricchezza.

La maggior parte di quegli economisti trova mille difetti nel mercato, molto probabilmente senza aver voluto accettare l'idea che il mercato non è un'entità a sé stante, bensì l'insieme di relazioni e scambi volontari posti in essere da una moltitudine di soggetti. Generalmente quegli economisti definiscono "fallimento del mercato" una situazione in cui la domanda e/o l'offerta (che altro non sono che le azioni poste in essere dalla moltitudine di soggetti di cui sopra) non si comportano come essi vorrebbero. E ovviamente hanno le loro ricette per ovviare a quel "fallimento".

Noah Smith è evidentemente uno di essi. Pur ammettendo che "ci sono certamente un sacco di cose che non capiamo della macroeconomia e delle sue "strutture", il che lascia intendere che ammetta anche che gli interventi suggeriti ai governi potrebbero non essere risolutivi o addirittura peggiorare le cose, ritiene che l'astenersi dal consigliare interventi ai governi o consigliare ai governi di astenersi dall'intervenire non siano opzioni accettabili.

Quindi se un intervento non funziona, se ne deve provare un altro, procedendo per tentativi. Questo è un principio che ha certamente senso se si fanno esperimenti in laboratorio o si devono risolvere problemi inerenti la produzione di un bene o servizio. Ma adottare lo stesso approccio quando in ballo ci sono lo Stato e i cittadini non è la stessa cosa, dato che questi ultimi sono obbligati a sottoporsi agli esperimenti statali, pagandone pure le conseguenze.

Sarebbe molto meglio che lo Stato non intervenisse, perché l'interventismo, di intervento in intervento, conduce prima o poi al socialismo, come sosteneva Mises. Quanto meno, sarebbe bene che constatando l'inefficacia o, peggio, la dannosità di un intervento, lo Stato si astenesse dall'intervenire ancora.

Ovviamente ogni governo preferisce economisti alla Smith. Come stupirsene.


martedì 8 settembre 2015

Scorie - Tutte le tasse sono ingiuste

"Mi piace pensare che gli italiani al di là del governo stiano vedendo un Paese più solido più tranquillo e più giusto. Io lo giudico un fatto di giustizia non pagare le tasse sulla prima casa dopo che magari uno per trent'anni ha pagato un mutuo... Trovo giusto che non si paghino le tasse sulla prima casa, ma chi ha la seconda, la terza o quarta è guato che paghi le tasse."
(M. Renzi)

Non so se gli italiani vedano il Paese come Renzi vorrebbe lo vedessero. Qualche dubbio ce l'ho, ma non è questo che mi interessa commentare dell'affermazione del presidente del Consiglio.

Renzi sostiene che non pagare le tasse sulla prima casa sia "un fatto di giustizia". Sono d'accordo, anche se non importa nulla se uno abbia pagato la casa con un mutuo trentennale oppure no.

Il problema è che dietro alle affermazioni di Renzi, come spesso gli accade (a dire il vero come spesso accade a chi punta a mantenere o aumentare il proprio consenso elettorale), non c'è alcuna logica, alcun sistema coerente di valori etici. A rendere un fatto di giustizia il non pagare una tassa non è il fatto che la casa sia la prima o l'ennesima, né che si tratti di un monolocale o di un castello, bensì il rispetto del diritto di proprietà, l'applicazione del principio di non aggressione.

Un concetto che vale non per una tassa specifica o una parte di essa, bensì per ogni forma di tassazione. L'idea di giustizia invocata da Renzi è invece del tutto priva di basi etiche solide, e in effetti con altrettanta arbitrarietà c'è chi sostiene che dovrebbe essere tassata tutta la proprietà immobiliare.

Renzi avrebbe potuto affermare, con argomenti ugualmente privi di senso, che è giusto esentare dal pagamento delle tasse le persone more, mentre andrebbero tassati i biondi. I castani, magari, potrebbero avere delle detrazioni.

Nessuna tassa è giusta. Chi afferma il contrario sostiene, anche non intenzionalmente, il diritto di un gruppo di persone (i consumatori di tasse) a ridurre in schiavitù un altro gruppo di persone (i pagatori di tasse).

Queste sono le basi da cui partire quando si parla di tasse, non il fatto che uno abbia comprato casa con o senza mutuo.


lunedì 7 settembre 2015

Scorie - ONU, baraccone settantenne

"Le Nazioni Unite celebreranno il loro settantesimo anniversario tra un mese, e in quell'occasione i leader mondiali si riuniranno in assemblea presso la sede centrale di New York. Si parlerà molto di questo evento, ma anche così il valore dell'Onu – che non è soltanto l'innovazione politica più importante del XX secolo, ma anche la migliore impresa che abbia portato a compimento il pianeta— non sarà riflesso in maniera adeguata."
(J. Sachs)

Con l'approssimarsi del settantesimo anniversario della fondazione dell'ONU, Jeffrey Sachs ha scritto un articolo nel quale arriva a considerarla "l'innovazione politica più importante del XX secolo, ma anche la migliore impresa che abbia portato a compimento il pianeta".

A mio parere Sachs sopravvaluta di molto l'ONU, un'organizzazione nella quale lavorano indubbiamente persone motivate da nobili sentimenti, ma dove proliferano anche parassiti della peggior specie, che con la solidarietà frutto (non sempre volontario) dei soldi altrui fanno carriere ottimamente remunerate in giro per il mondo.

Sachs enumera poi gli obiettivi raggiunti in questi settant'anni; obiettivi non sempre quantificabili in termini monetari. Ciò nonostante, ritiene che siano necessari maggiori contributi.

"Il valore preciso della pace, della riduzione della povertà, della cooperazione ambientale rese possibili dalle Nazioni Unite è sicuramente incalcolabile. Nondimeno, in termini monetari potremmo stimare il loro valore nell'ordine di migliaia di miliardi di dollari l'anno, un'esigua percentuale dei centomila miliardi di dollari del Pil mondiale annuo. Ciò nonostante, le spese di tutti gli organi e le attività delle Nazioni Unite nel 2013 ammontavano a 45 miliardi di dollari circa, più o meno 6 dollari a testa. Questo non è propriamente un affare: si tratta di un significativo sotto-investimento. Tenendo presente la crescente necessità di cooperare a livello globale, l'Onu non può continuare a contare unicamente sul suo budget attuale. Detto ciò, la prima riforma che suggerirei è pertanto un aumento dei finanziamenti, strutturato in modo tale che i paesi a reddito più alto contribuiscano con almeno 40 dollari pro-capite, quelli a reddito medio-alto con otto e quelli a basso reddito con uno."

Che si tratti di un "significativo sotto-investimento" è un parere di Sachs, anche se non mi stupisce affatto che quella sia la sua opinione. In fin dei conti non si è mai sentito invocare una riduzione dei contributi a una qualsiasi organizzazione pubblica (men che meno se multilaterale) da parte di soggetti che per quella organizzazione lavorano da anni e anni, e che dalla stessa traggono visibilità globale, oltre che denaro.

Se Sachs lavorasse per una organizzazione umanitaria non governativa che opera unicamente grazie a contributi volontari, non avrei nulla in contrario alla sua richiesta di ottenere più generosità dai donatori. Ma vi è un'enorme differenza quando i contributi provengono da Stati, perché ciò significa che il denaro versato all'organizzazione non è frutto di donazioni volontarie, bensì di imposizione fiscale. E, a mio parere, non vi è alcun fine che giustifichi l'imposizione fiscale. Men che meno fornire più contributi all'ONU.


venerdì 4 settembre 2015

Scorie - Tasse e diritto di proprietà

"Nemmeno il 5% delle famiglie italiane può essere classificato con grandi patrimoni, questi vanno tassati non la gente normale."
(A. Furlan)

Mesi fa la Cisl lanciò una raccolta firme per proporre l'abolizione delle imposte sulla prima casa e un bonus da mille euro annui per tutti i titolari di redditi fino a 40mila euro, finanziato con una bastonata fiscale sulle "grandi ricchezze". Le firme raccolte hanno raggiunto la soglia di 500mila, per cui Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, ha presentato, piena di soddisfazione, il disegno di legge alla Camera.

Che un disegno di legge di iniziativa popolare nel quale si propongono più soldi e meno tasse per una fetta di popolazione più consistente rispetto a quella che dovrebbe pagare il conto raggiunga 500mila firme, non deve stupire nessuno. A maggior ragione in Italia, dove per celare il movente dell'invidia si alza il paravento di due parole, tanto abusate quanto fraintese, come solidarietà ed equità.

Chiaramente la redistribuzione mediante il fisco non ha nulla di solidale, men che meno di equo, se non ci si limita a punti di vista del tutto soggettivi dei redistributori (anche qualora costoro brandiscano costituzioni o legislazioni varie).

Questa notizia, comunque, mi induce a esprimere una considerazione mai sufficientemente ribadita: l'avversione per qualsiasi forma di tassazione non deve essere basata prioritariamente su considerazioni utilitaristiche o di efficienza economica, bensì sull'affermazione del principio di non aggressione della proprietà dei soggetti tassati.

Altrimenti, anche andando oltre alle sgangherate considerazioni di sindacalisti assetati di tasse altrui, si finisce per imbattersi in dotte (o pretese tali) disquisizioni di economisti che raccontano che alzando quella tassa e abbassando quell'altra si ottiene una crescita del Pil di un decimale in più.

Anche prendendo per buoni i risultati prospettati da tali disquisizioni (in realtà spesso basate su simulazioni econometriche che non ha alcun senso prendere per oro colato), bisognerebbe fare attenzione all'impostazione sottostante tali ragionamenti, perché, seguendone la logica, si finirebbe per appoggiare la totale espropriazione di soggetti proprietari di (più o meno ingenti) ricchezze ritenute impiegate in modo non conforme al parere illuminato del governante o dei suoi consiglieri economici.

Un'idea che chiunque voglia avere un minimo di rispetto per il diritto di proprietà dovrebbe considerare inaccettabile.


giovedì 3 settembre 2015

Scorie - Più soldi (altrui) sui propri figli

"Le polemiche sono naturali ma è giusto dire che sulla scuola ci sono 100mila posti lavoro in più, è la prima volta che l'Italia mette più soldi sui propri figli."
(M. Renzi)

Non sono un esperto di scuola dell'obbligo, e a dire il vero mi disgusta l'idea che lo Stato detenga, di fatto, il monopolio dell'istruzione, imponendo in buona sostanza il contenuto dei programmi anche alle scuole private.

Non so se effettivamente il problema principale della scuola pubblica italiana sia la carenza nel numero di insegnanti. Non credo, tuttavia, che spendere soldi dei pagatori di tasse per dare uno stipendio ad altre 100mila persone corrisponda esattamente a mettere "più soldi sui propri figli".

Di sicuro corrisponde a mettere più soldi nelle tasche di quelle 100mila persone, le quali, quando hanno scelto un percorso di studi che avesse come sbocco professionale l'insegnamento, avevano già tutti gli elementi per sapere che sarebbero finiti a ingrossare le fila dei precari, non fosse altro per il fatto che il settore dell'istruzione è caratterizzato da decenni da un eccesso di offerta. E le dinamiche demografiche dell'Italia non fanno certo prospettare una riduzione, in futuro, di questo eccesso di offerta.

Ovviamente comprendo il calcolo elettoralistico di Renzi, che peraltro sta facendo i conti con proteste da parte di sindacati che, evidentemente, avrebbero preferito che le assunzioni fossero ancora di più di quelle 100mila e che ogni precario stabilizzato ottenesse una cattedra a 500 metri da casa sua.

Trovo però eccessivo sostenere che quei soldi siamo messi sui figli. Non è detto che a più insegnanti assunti a tempo indeterminato corrisponda un miglioramento effettivo della cosiddetta offerta formativa. Ma ammetto che il mio punto di vista dipende dal fatto che quelli che vengono solitamente definiti efficaci modi di comunicare (nel caso specifico, da parte di Renzi) a me sembrano null'altro che manifestazioni di ipocrisia. Credo che ogni mossa tesa ad aumentare il consenso elettorale sia nient'altro che l'investimento dei soldi altrui sul futuro, al più, dei propri figli, non di quelli dell'Italia intera.


mercoledì 2 settembre 2015

Scorie - Tutto sotto controllo, parola di banchiere centrale keynesiano

"La Fed ha risposto in modo appropriato alla debolezza dell'economia e alla bassa inflazione degli anni recenti assumendo una politica monetaria molto accomodante. Impegnandoci a spingere l'inflazione verso l'obiettivo del 2 per cento, stiamo rafforzando la credibilità della politica monetaria e supportando la continua stabilizzazione delle aspettative di inflazione. Per fare ciò che la politica monetaria può fare per raggiungere i nostri obiettivi di massimizzare l'occupazione e di stabilità dei prezzi, e assicurare che questi obiettivi continueranno a essere raggiunti col passare del tempo, dovremo molto probabilmente procedere in modo cauto nel normalizzare la politica monetaria."
(S. Fischer)

Stanley Fischer è vice presidente della Federal Reserve. Intervenendo al simposio annuale di Jackson Hole, Fischer, il cui discorso era il più atteso da chi segue la politica monetaria, ha concluso con le parole che ho riportato.

Tutto il discorso in realtà è un esercizio di retorica keynesiana nel quale Fischer non ha detto nulla di nuovo, salvo rivendicare quanto sono stati fin qui bravi lui e i colleghi della Fed. Se si fosse riferito alla bravura nel gonfiare bolle in modo seriale, in effetti non ci sarebbe granché da dire, ma Fischer non ha neppure preso in considerazione gli effetti della politica monetaria "accomodante" (un eufemismo bello e buono) sui prezzi, per esempio, delle attività finanziarie. Al contrario, ha disquisito di inflazione dei prezzi al consumo e di decimali di distanza dall'obiettivo – del tutto arbitrario – di una crescita del 2 per cento annuo di un indice costruito in modo altrettanto arbitrario.

Da diversi mesi la Fed sta cercando di usare una retorica che prepari gli intossicati dal denaro fiat a costo zero a un lieve rialzo del tasso sui Fed Funds, in modo tale da evitare, se possibile, che il castello di carte imploda. Ovviamente senza riconoscere che quel castello è stato edificato grazie alla politica monetaria espansiva della Fed (e delle altre principali banche centrali).

Finora ogni pretesto è stato utilizzato per rimandare questo inizio di "normalizzazione" (per usare il termine utilizzato dagli stessi banchieri centrali, anche se di normale nella fissazione di tassi di interesse da parte di una banca centrale non c'è assolutamente nulla, finché si crede che sia il mercato a dover determinare i prezzi, quello del denaro incluso), e l'ultimo pretesto in ordine di tempo è il rallentamento dell'economia cinese.

Secondo Fischer, lui e i suoi colleghi stanno "rafforzando la credibilità della politica monetaria" e la Fed dovrà "molto probabilmente procedere in modo cauto nel normalizzare la politica monetaria".

Tutto sotto controllo, siamo in buone mani. Parola di banchiere centrale keynesiano. Per chi gli vuole credere.


martedì 1 settembre 2015

Scorie - Peggio che quando danno i numeri

"Ancora una volta, la promessa di ridurre le imposte parte dal prelievo sulla casa. Perché il presidente Renzi ha fatto questa scelta? Dal punto di vista economico, c'è poco da discutere: è chiaro che si tratta di una scelta infelice."
(G. Tabellini)

Qualcuno potrebbe pensare che gli economisti diano il peggio di sé quando, con una (del tutto ingiustificata) buona dose di sicumera, prevedono quale sarà l'andamento del Pil o di altre variabili negli anni a venire, fornendo dati precisi al centesimo di punto percentuale.

Questo è certamente un esercizio tanto inutile quanto rivelatore della tendenza degli economisti mainstream a scimmiottare fisici e ingegneri, ma credo che su una cosa gli economisti facciano ancor più danni: quando disquisiscono di politiche fiscali, indicando a chi governa quali tasse aumentare e quali diminuire.

Guido Tabellini fornisce un esempio di questo atteggiamento, criticando l'ipotesi di rimozione della tassazione patrimoniale sulla prima casa, che a suo parere dovrebbe semmai essere aumentata. A diminuire dovrebbe essere, invece, il cuneo fiscale sul lavoro.

"Premesso che la pressione fiscale è troppo alta e va ridotta, il prelievo sugli immobili forse andrebbe alzato, certamente non diminuito. La vera anomalia italiana è il cuneo fiscale sul lavoro, che è tra i più alti al mondo (il più alto in Europa)."

Tabellini si chiede, quindi, perché Renzi abbia scelto di partire dalla promessa di togliere la Tasi e l'Imu su taluni tipi di immobili.

"L'annuncio di abolire Imu e Tasi, ovviamente, è il risultato di un calcolo politico. Probabilmente i sondaggi dicono che è un provvedimento popolare, in vista delle elezioni amministrative e, chissà, magari anche di elezioni anticipate. Ma questo sposta l'interrogativo. Perché l'imposta patrimoniale sugli immobili è così odiata, rispetto alle altre forme di prelievo? Perché è così difficile spiegare che staremmo tutti meglio se, invece di abolire Imu e Tasi, si riducessero altre imposte? Non è un fenomeno solo italiano. L'imposta sulla casa è la più impopolare anche in altri Paesi."

Che tutte le scelte politiche siano frutto di un calcolo in termini di consenso elettorale è un fatto incontestabile. Ma che dire dell'affermazione di Tabellini secondo cui "staremmo tutti meglio" se le tasse ridotte fossero altre? Qui, a mio avviso, siamo di fronte alla tipica tendenza a considerare l'utilità secondo punti di vista soggettivi con la pretesa che siano oggettivi. Si tratta di un grosso limite di molte persone che si occupano di macroeconomia. Io non credo sia possibile sostenere che "staremmo tutti meglio", a maggior ragione quando non solo si propone di abbassare altre tasse, bensì, addirittura di tagliarne alcune aumentandone altre.

Ed ecco perché pare che le imposte sugli immobili siano così (globalmente) odiate.

"Una spiegazione plausibile è che l'imposta sugli immobili è più odiata perché è più visibile delle altre: per pagarla dobbiamo fare un versamento dai nostri conti in banca. Uno studio recente di due economiste americane, Marika Cabral e Caroline Hoxby, suffraga questa tesi."

In pratica "dove le imposte sono meno visibili e meno note, sono anche più alte."

Cosa conclude Tabellini?

"Tutto questo ci insegna una lezione. Se mai ci sarà di nuovo un governo che, come il governo Monti, costretto dall'emergenza finanziaria e senza preoccuparsi del consenso elettorale, farà salire di nuovo l'imposta sugli immobili, dovrà anche cercare di renderla meno visibile. Vi è un esempio di come farlo: in Irlanda i datori di lavoro hanno l'obbligo di offrire ai loro dipendenti la facoltà di farsi trattenere mensilmente dallo stipendio l'imposta sugli immobili, che poi il datore di lavoro verserà per conto del dipendente proprietario. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Vale anche per le tasse."

In pratica, meglio sfilare il portafoglio ai cosiddetti contribuenti senza che se ne accorgano piuttosto che puntando loro una pistola. Mi si passi la voluta esagerazione, ma la sostanza della proposta mi pare questa.

Ovviamente, per far stare tutti meglio.