lunedì 6 luglio 2015

Scorie - Meno male che ci rassicura lui

"Anche i denari che abbiamo messo da parte per la Grecia sono già computati nel conto del debito. Quindi gli italiani non devono avere paura. Certo c'è una questione politica, la partita è complessa."
(M. Renzi)

Nel cercare di tranquillizzare gli italiani alla vigilia del voto sul referendum in Grecia (nel quale ha poi nettamente prevalso il no, con oltre il 61 per cento delle preferenze di chi ha votato), Matteo Renzi ha detto che "i denari che abbiamo messo da parte per la Grecia sono già computati nel conto del debito".

La cosa è vera solo in parte, e in ogni caso questo non significa che si possa stare tranquilli come se niente fosse. Tra prestiti bilaterali e contributi al fondo salva stati EFSF, i pagatori di tasse italiani sono esposti nei confronti della Grecia per circa 37 miliardi, che effettivamente sono già stati contabilizzati nel debito pubblico, contribuendo ad aumentarlo e a portarlo oltre alla non rassicurante soglia del 130 per cento del Pil.

A fronte del debito, nel bilancio dello Stato sono però iscritti crediti che, sebbene già ristrutturati nel 2012 (questo Renzi non lo ha voluto ricordare) mediante un allungamento delle scadenze di 15 anni e una cospicua riduzione dei tassi di interesse, sono ancora considerati "in bonis". Ovviamente si tratta di una mera finzione contabile, dato che la Grecia è sostanzialmente impossibilitata a raccogliere denaro sul mercato da cinque anni a questa parte. In altri termini, la Repubblica ellenica è un debitore tenuto artificialmente in vita dai suoi creditori pubblici, ossia per lo più dai contribuenti degli altri Paesi europei.

E' abbastanza chiaro che la Grecia non ha né la possibilità, né la volontà politica di pagare quei debiti, se non in parte. Questo significa che i pagatori di tasse italiani (oltre a quelli degli altri Paesi europei) hanno già perso soldi; si tratta solo di vedere quando i governanti europei decideranno di riconoscere la realtà, riducendo il valore di quei crediti.

Un'altra cosa che Renzi non ha detto è che l'esposizione dei pagatori di tasse italiani (oltre a quelli degli altri Paesi europei) nei confronti della Grecia non si esaurisce con i 37 miliardi di cui sopra, bensì lievita fino a oltre 63 miliardi se si include la quota parte dell'esposizione della BCE tramite i titoli di Stato greci acquistati negli anni scorsi e la liquidità di emergenza erogata (soprattutto) negli ultimi mesi per consentire alle banche greche di far fronte ai prelievi disposti dai depositanti ellenici.

Ora, in caso di insolvenza tecnica di una banca centrale, potendo essa creare dal nulla il denaro con il quale ricapitalizzarsi, in teoria il buco creato dall'insolvenza della Grecia (ammonta a quasi 150 miliardi l'esposizione totale della BCE) potrebbe essere tappato senza gravare direttamente sui contribuenti dell'area euro. Si tratterebbe, però, di aumentare ulteriormente la quantità di denaro fiat emesso dalla BCE, con conseguente perdita del potere unitario d'acquisto di ogni euro. Va anche detto che, molto probabilmente, l'azionista di riferimento della BCE, ossia la Germania tramite la Bundesbank, non sarebbe d'accordo (come dar loro torto) nel tappare i buchi mediante ulteriori monetizzazioni.

Ciò che mi sembra certo, in definitiva, è che a prescindere da quali saranno le ripercussioni degli eventi di questi giorni in Grecia sul costo del debito pubblico italiano (ovviamente a carico dei pagatori di tasse italiani), qualche timore è più che legittimo.

E questo anche se Renzi non ha usato la formula magica (notoriamente nociva per i destinatari) "state sereni".


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