venerdì 31 luglio 2015

Scorie - Solidarietà e schiavitù fiscale

"Il Rapporto Svimez 2015 conferma le condizioni drammatiche, sempre più gravi, del nostro Mezzogiorno: questione nazionale completamente scomparsa dall'agenda del governo. In tale quadro, è evidente quanto sia sbagliata la politica economica attuata e promessa dall'esecutivo: eliminare la Tasi per tutti, ridurre a pioggia l'imposizione sui profitti delle imprese e coprire con tagli alla Sanità e ai Comuni vuol dire determinare effetti recessivi e spostare risorse dal Sud al Nord del Paese. Si aggravano le prospettive dell'Italia intera e il Mezzogiorno va ancora più a fondo. Il governo si fermi. Basta manovre elettorali. E' irresponsabile."
(S. Fassina)

Stefano Fassina, di recente uscito dal PD e da sempre oppositore di Renzi, approfitta dell'ennesimo rapporto Svimez in cui si evidenziano i problemi del Mezzogiorno per scrivere una nota polemica nei confronti delle riduzioni di tasse recentemente promessi da Renzi, bollandole come "manovre elettorali" e dando al suo avversario dell'"irresponsabile".

Suppongo che Fassina ipotizzi che tutti quanti credano che chi invoca (altri) interventi a favore del Mezzogiorno non lo faccia contando sui voti dei beneficiari di quei provvedimenti redistributivi e assistenziali. In altre parole, i fini elettoralistici riguardano sempre le dichiarazioni altrui, mai le proprie.

Non voglio certo negare che le promesse di Renzi siano poco credibili, ma non è tanto di questo che vorrei occuparmi. Ciò che trovo interessante è il passaggio in cui Fassina sostiene che "eliminare la Tasi per tutti, ridurre a pioggia l'imposizione sui profitti delle imprese e coprire con tagli alla Sanità e ai Comuni vuol dire determinare effetti recessivi e spostare risorse dal Sud al Nord del Paese".

Quando viene ridotta l'imposizione fiscale, l'effetto principale è che il legittimo proprietario viene privato di una quantità inferiore di denaro da parte dell'ente impositore (sia esso lo Stato o un ente locale). Questo non comporta, quindi, un trasferimento di risorse dall'ente impositore al cosiddetto contribuente, bensì un minore trasferimento da parte di quest'ultimo al primo. Si tratta, in definitiva, di ridurre l'entità della violazione del principio di non aggressione (della proprietà del soggetto tassato).

Venendo alla redistribuzione territoriale delle risorse derivanti dalla tassazione, che a livello macro vede storicamente i flussi passare da Nord a Sud via Roma (dove pure viene assorbita una parte non marginale del bottino), una riduzione della tassazione non significherebbe "spostare risorse dal Sud al Nord del Paese", bensì lasciare le risorse in questione ai legittimi proprietari (che storicamente sono in prevalenza al Nord).

Adottare il punto di vista di Fassina implica considerare quelle stesse risorse di proprietà genericamente del Mezzogiorno, ancorché prodotte da chi paga le tasse al Nord. Il che, a sua volta, comporta considerare chi produce quelle risorse (almeno) in parte schiavo di chi le consuma.

Ovviamente i pagatori netti di tasse sono (almeno) in parte schiavi dei consumatori netti di tasse a prescindere da considerazioni di carattere territoriale, anche se Fassina stesso ammette che, a livello macro territoriale, il flusso del gettito fiscale è sostanzialmente unidirezionale.

Conosco già le obiezioni che tirano in ballo gli obblighi di solidarietà previsti dalla Costituzione, ma a tale proposito condivido in pieno questo aforisma che mi è capitato di leggere di recente e del quale mi sfugge l'autore: "le tasse stanno alla solidarietà come lo stupro sta all'amore".


giovedì 30 luglio 2015

Scorie - Esproprio mascherato male

"L'intervento fiscale di riduzione del debito non deve avvenire sotto forma di una patrimoniale secca di natura espropriativa, ma con un contributo commisurato alle possibilità reddituali e patrimoniali di ogni soggetto coinvolto, a fronte del quale deve sussistere un preciso impegno di restituzione."
(G. M. Pignataro)

Giuseppe Maria Pignataro non è nuovo  proposte per la riduzione del gigantesco debito pubblico italiano. Si tratta sempre di interventi sostanzialmente forzosi, in base ai quali una parte di italiani sarebbe saccheggiata, ovviamente a fin di bene (secondo l'autore delle proposte).

Per non spaventare le potenziali vittime sacrificali con il termine "patrimoniale", Pignataro afferma che il contributo richiesto sarebbe, in effetti, commisurato a reddito e patrimonio, ma, a fronte di quella somma più o meno ingente estorta al malcapitato, dovrebbe "sussistere un preciso impegno di restituzione".

Ora, ci si può girare attorno finché si vuole, arzigogolando su questioni di forma e convenzioni contabili. Ma una cosa è certa: se oggi Tizio viene tassato in via straordinaria per 100 euro allo scopo di ridurre di 100 euro il debito pubblico, la riduzione, a parità di altre condizioni, avviene realmente solo se Tizio non rivedrà mai più quei 100 euro.

A mio parere, poi, la parità di altre condizioni è del tutto teorica, perché se i 100 sono prelevati a Tizio dal fisco, non potranno essere utilizzati dal legittimo proprietario per consumi, investimenti o quant'altro volontariamente deciso dallo stesso.

Pur volendo mantenere in piedi tale ipotesi, resta il fatto che se lo Stato assumesse un "preciso impegno di restituzione" saremmo di fronte a un prestito forzoso che, oltre a violare la proprietà di Tizio, non farebbe altro che sostituire un debito rappresentato da obbligazioni con un debito rappresentato da un credito di imposta a favore di Tizio. Il vantaggio per lo Stato potrebbe risiedere nel minor costo (con ogni probabilità il credito di imposta sarebbe infruttifero), ma ciò non abbasserebbe in misura significativa il debito pubblico (ripeto: a prescindere dalle convenzioni contabili).

Resta, infine, una domanda: l'impegno di restituzione sarebbe credibile? Visti i precedenti dell'eurotassa, prelevata nel 1997 dall'allora governo Prodi per entrare da subito nell'Unione monetaria e restituita nel 1999 solo per il 60%, direi proprio di no. Si consideri che all'epoca si trattava di un importo pari allo 0,6% del Pil, mentre Pignataro propone un intervento pari a circa il 30% del Pil.

Gira e rigira, si sta parlando né più né meno che di un mega salasso patrimoniale "di natura espropriativa".


mercoledì 29 luglio 2015

Scorie - A proposito di austerità e risparmio

"Negli ultimi anni l'austerità non è stata certamente una buona cosa: l'acqua disseta, ma troppa acqua annega. Ed è stupefacente come questi primi abbrivi di ripresa dell'economia italiana che si stanno manifestando siano emersi malgrado la politica di bilancio continui a essere restrittiva."
(F. Galimberti)

Negli ultimi anni "austerità" è uno dei termini più utilizzati (soprattutto) dai keynesiani, quasi sempre a sproposito. L'austerità sarebbe colpevole di aver tarpato le ali alla possibile ripresa dell'economia. Il tutto perché non si è lasciato correre allegramente il deficit senza porre alcun freno. Ma cercare di contenere il deficit (peraltro in virtù di vincoli esterni, non certo per la volontà dei governanti di turno) non equivale a praticare l'austerità, a meno che la politica fiscale restrittiva non sia posta in essere solo mediante riduzione di spesa pubblica.

Cosa che non è affatto avvenuta, anche se i fautori della spesa pubblica come veicolo di crescita economica amano ripetere che in questi anni si sono fatti tagli per il semplice fatto che è diminuito il trend di crescita (di alcune voci) della spesa. Il problema è che, come ho documentato in altre occasioni, la riduzione nel trend di crescita della spesa è stata inferiore alla riduzione nel trend di crescita del Pil nominale.

La vera austerità, quindi, è stata imposta ai pagatori netti di tasse, che hanno visto aumentare ulteriormente il già pesante fardello fiscale preteso dallo Stato (e dalle sue articolazioni territoriali).

Con meno freni alla crescita della spesa pubblica le cose sarebbero andate meglio? L'esperienza ultraventennale del Giappone e quella più recente della Francia (che se ne è bellamente fregata dei vincoli europei e sta facendo deficit a volontà da diversi anni) non sembrano portare acqua al mulino keynesiano. Quanto all'Italia, negli anni in cui la spesa cresceva e il deficit pure, non si è fatto altro che porre le basi per i problemi dai quali oggi si stenta a uscire, non da ultimo perché la spesa pubblica crea dipendenza sia in chi ne beneficia, sia nei politici che la erogano.

Galimberti cita poi i fattori a sostegno dell'economia che ormai come un disco rotto si sentono ripetere dal mainstream: il calo del prezzo del petrolio, la svalutazione dell'euro e il quantitative easing. Al cui proposito sostiene che

nel caso del Qe (l'espansione quantitativa della moneta), la discesa dei tassi è un bene per i prenditori di fondi, ma un male per i prestatori, a cominciare dalle famiglie che risparmiano. Tuttavia, queste si possono consolare con altre destinazioni del risparmio, a cominciare dalla Borsa e dalle obbligazioni societarie: maxi o mini-bond societari, della cui promozione c'è un gran bisogno, dato che, in Europa e specialmente in Italia, è cruciale svezzare le imprese dalla loro dipendenza dai prestiti bancari.

Il problema è che quando i tassi di interesse sono bassi non per un eccesso di risparmio reale ma per effetto di politiche monetarie espansive, quelli che Mises definiva "malinvestimenti" appaiono artificialmente profittevoli. Tuttavia, una successiva interruzione (o riduzione) delle politiche inflattive ne determinerà il fallimento, con annessa distruzione anche dei risparmi di coloro che sono stati spinti a cercare un rendimento in attività rischiose perché sono stati azzerati (o addirittura portati sotto zero) i tassi di interesse sulle attività meno rischiose.

L'alternativa per il risparmiatore "prudente" diventa quindi quella tra vedere erodere il potere d'acquisto dei propri risparmi, oppure assumere il rischio di perdite in conto capitale in un futuro più o meno distante.

Altrimenti può ridurre il risparmio e aumentare la spesa, per la felicità dei keynesiani, che gioiranno per la crescita immediata del Pil. E poco male se in futuro non avrà risorse a cui attingere per far fronte ai problemi che potessero insorgere. Tanto "nel lungo periodo saremo tutti morti".




martedì 28 luglio 2015

Scorie - La strategia è proprio chiara

"La strategia è chiara: intanto combattiamo l'evasione. Se paghiamo tutti, paghiamo meno."
(M. Renzi)

Come è noto, negli ultimi giorni Matteo Renzi ha cercato di rilanciare il consenso verso il proprio governo annunciando tagli fiscali per circa 50 miliardi entro fine legislatura. Lui parla di nuovi tagli ritenendo di averne già fatti, anche se una logica stringente vorrebbe che le tasse siano calate quando tutti pagano meno, e non quando si lima un tributo aumentandone altri, come è avvenuto finora.

Ovviamente c'è il problema di far quadrare i conti, ossia di evitare di finanziare (interamente) in deficit l'ipotizzato taglio delle tasse. Considerando che mancano ancora all'appello i soldi per evitare l'incremento di Iva e accise con decorrenza gennaio 2016, non si tratta di una questione banale.

Renzi parte quindi da uno slogan (ab)usato da tutti i politici di ogni schieramento ed epoca: pagare tutti per pagare meno. Quindi: combattere l'evasione fiscale. Non voglio entrare nel merito della lotta all'evasione fiscale, ma se sono veri i numeri pomposamente diffusi dal governo e dell'Agezia delle entrate di anno in anno, parrebbe che la famosa lotta all'evasione fiscale qualche risultato lo stia dando. Ne consegue che, se non proprio tutti, stiano pagando le tasse più soggetti di prima (il che non esclude che chi già pagava ne stia pagando di più).

Ebbene: finora non è dimostrabile la seconda parte dello slogan, ossia il pagare meno. E non lo è per il semplice fatto che è indimostrabile, perché ogni euro di gettito in più viene speso (spesso, a dire il vero, viene speso prima di essere estorto a qualche cosiddetto contribuente). E solo un grande ingenuo può ritenere credibile lo slogan "pagare tutti, pagare meno". La realtà è "pagare tutti, spesa pubblica in aumento".

L'altro punto su cui stanno lavorando i consulenti di Renzi è la famosa revisione della spesa, di cui tanto si parla senza mai concretizzarla. Anche in questo caso le voci di spesa che il governo intende ridurre sono le cosiddette "tax expenditures", ossia le deduzioni e detrazioni fiscali. In altri termini, ogni riduzione delle deduzioni e detrazioni comporterà un aumento del carico fiscale per qualcuno.

Esiste più di un motivo per preferire una riduzione delle aliquote (il cui livello ideale sarebbe zero) all'introduzione di deduzioni e detrazioni, che nella migliore delle ipotesi altro non sono se non distorsioni volte a correggere altre distorsioni. Tuttavia, che il governo intenda iniziare da quelle voci per ridurre la spesa significa che ogni euro tagliato corrisponderà a un euro di maggiori tasse per qualcuno.

La strategia è proprio chiara.




Scorie - Tutte le tasse violano la proprietà

"Non è la Chiesa cattolica ad affamare l'Italia. A scegliere le scuole paritarie sono un milione e 300 mila studenti, con grandi risparmi per lo Stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo."
(N. Galantino)

Monsignor Nunzio Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana, ha reagito alla recente sentenza della corte di Cassazione pronunciatasi in merito a un contenzioso tra il comune di Livorno e le scuole cattoliche di quella città relativamente al pagamento dell'Ici (oggi Imu) sugli immobili utilizzati per fornire il servizio scolastico.

Tutto ruota attorno alla destinazione ad attività commerciale dell'immobile: in base alla pronuncia della Cassazione è sufficiente che l'attività sia potenzialmente commerciale per rendere obbligatorio il pagamento dell'imposta.

A me non interessa tanto il merito della vicenda: da un organo di uno Stato sempre più affamato di tasse e perennemente a corto di denaro per via di spese mai messe sotto controllo, è logico attendersi decisioni come quella in questione.

E da libertario considero una violazione della proprietà ogni forma di imposizione fiscale, a prescindere dal fatto che colpisca una scuola paritaria (teoricamente) no profit oppure il dickensiano Ebenezer Scrooge.

Ho sempre provato un certo fastidio, quindi, nel constatare il richiamo da parte dei vertici della chiesa cattolica sul dovere di pagare le tasse rivolto ai fedeli, salvo poi opporsi al pagamento delle imposte sulle sue proprietà. Non che si tratti di un atteggiamento inusuale: il mondo è pieno di gente che vorrebbe azzerare il proprio carico fiscale spostandolo sugli altri, che si scaglia contro l'evasione fiscale degli altri non disdegnando, quando possibile, di evitare una tassa.

E' un esercizio massimamente ipocrita, oltre che filosoficamente ed eticamente insostenibile. O si è contro tutte le imposte e tasse, coerentemente essendo anche contrari a ogni spesa pubblica e intervento statale, oppure si accetta di essere tassati al pari degli altri.

Perché la prima posizione, quella libertaria, è da preferire? Perché è l'unica compatibile con il rispetto del diritto di ognuno a non vedere violato ciò che è di sua proprietà. As simple as that.




venerdì 17 luglio 2015

Scorie - Lo schema Ponzi va abbattuto, non peggiorato

"Non bisogna agire su ciò che è stato fatto dal Governo Monti per peggiorarlo. Sulle pensioni è necessario fare una riforma vera, per migliorare le porcherie che sono state fatte dal Governo Monti. E cioè abbassare l'età pensionabile, ripristinare le pensioni di anzianità e superare un sistema puramente contributivo. Perché questo per i giovani vuol dire non avere la pensione."
(M. Landini)

Tutti i sistemi pensionistici a ripartizione sono degli schemi Ponzi che stanno in piedi finché vi sono crescita economica e demografica. Le pensioni sono infatti pagate dai contributi di chi lavora e gli eventuali ulteriori deficit sono coperti dalla fiscalità generale. Quando crescita economica e demografica scarseggiano o addirittura vanno in territorio negativo, lo schema è destinato a saltare.

Questo vale sia per un sistema retributivo, in base al quale la pensione è calcolata in funzione della retribuzione del pensionando, sia per un sistema contributivo, basato sulla rivalutazione dei contributi versati da pensionando medesimo.

Il sistema contributivo consente per lo meno di evitare alcune macroscopiche distorsioni del sistema retributivo, dato che in questo caso se negli ultimi anni di lavoro c'è un forte incremento del reddito, l'assegno pensionistico è inevitabilmente privo di copertura in maniera più o meno consistente. E ovviamente nel settore pubblico con il sistema retributivo si sono viste cose che fanno ribollire il sangue, tipo nomine a posizioni apicali negli ultimissimi anni di carriera, con salto retributivo sostanzioso e, di conseguenza, assegno pensionistico del tutto scorrelato dal montante contributivo (il quale, sia detto per inciso, altro non è se non il frutto delle tasse pagate dai cosiddetti contribuenti).

Per uscire dallo schema Ponzi sarebbe necessario passare a un sistema a capitalizzazione, nel quale il pensionato beneficia dei contributi versati rivalutati in base all'andamento del fondo a cui ha aderito. Dal punto di vista libertario, la scelta di aderire o meno a un fondo pensione e quanto accantonare dovrebbe essere lasciata a ogni individuo, mettendo in chiaro che ognuno è responsabile di se stesso e, nel caso non sia previdente, non potrà contare sui pagatori di tasse, bensì unicamente su aiuti offertigli volontariamente da altri individui o associazioni.

La riforma delle pensioni del governo Monti (elaborata dall'allora ministro Elsa Fornero) ha certamente penalizzato alcune fasce di persone, per esempio i cosiddetti esodati. Tuttavia, se quella riforma, al pari delle precedenti, ha un problema, è che non è risolutiva, in quanto non prevede un'uscita dallo schema Ponzi.

Sentire il segretario della Fiom, Maurizio Landini, invocare l'abbassamento dell'età pensionabile, il ripristino delle pensioni di anzianità e il superamento del sistema puramente contributivo (suppongo per tornare a mettere elementi del retributivo), è pertanto deprimente.

Peggio ancora è sentire Landini sostenere che con il sistema attuale i giovani non avranno la pensione. Il fatto è che con le sue proposte la situazione prospettica dei giovani sarebbe ancora peggio, a beneficio forse degli attuale (quasi) sessantenni.

Quando i giovani di cui parla a sproposito avranno 70 anni e con ogni probabilità dovranno (come oggi) arrangiarsi per tirare a campare, Landini sarà ultranovantenne. Dubito che i giovani di oggi gli saranno grati del suo operato.


giovedì 16 luglio 2015

Scorie - Il fallimento non è semi, ma completo

"La propaganda tedesca è riuscita a imporre l'immagine di una Grecia in disfacimento, un Paese talmente mal governato che merita solo di essere messo sotto tutela, anzi non riesce neanche a cavarsela nonostante sia stato generosamente aiutato. È tutto il contrario: la Grecia è in queste condizioni a causa, non nonostante l'intervento europeo. E poi non è vero che è semi-fallita: dalla metà degli anni '90 all'inizio della crisi la Grecia è cresciuta più della media dell'Ue, il 3,9% contro il 2,4% annuo."
(J. Stiglitz)

Joseph Stiglitz, uno degli economisti (assieme a Paul Krugman) preferiti da gran parte dei partito politici italiani (non solo a sinistra), è tra coloro che ritengono che la Grecia sia in crisi a causa dell'intervento della toika.

In effetti quando per circa trent'anni un sistema economico vive di statalismo, non si può pretendere che possa passare indenne a un contesto vagamente meno statalista. Che una riduzione della spesa pubblica abbia nel breve periodo un impatto negativo sul Pil non deve stupire, non fosse altro per il fatto che ogni euro di spesa pubblica è considerato un euro di Pil.

Personalmente credo che quando si arriva a una situazione di forte indebitamento, il risanamento debba avvenire agendo prevalentemente sulla spesa pubblica (tagliandola) e sulla riduzione della presenza dello Stato (come attore o regolatore) nell'economia. Ma tutto questo deve essere accompagnato da una ristrutturazione del debito, altrimenti il sistema rimane ingessato e il debito insostenibile.

Certamente la strategia peggiore è quella conseguita dai creditori pubblici europei, che hanno concesso 240 miliardi alla Grecia (e fatto rinunciare "volontariamente" a 107 miliardi di crediti ai privati) a fronte di un mix di provvedimenti che, in parte perché errati all'origine e in parte perché non implementati, hanno di fatto peggiorato la situazione.

D'altra parte la ricetta keynesiana del far aumentare il Pil e diminuire il peso relativo del debito ricorrendo all'inflazione, oltre a essere (come sempre) truffaldina, in questi casi corre pure il serio rischio di essere inefficace, dato l'enorme peso del debito (cosa che vale anche per l'Italia, checché ne dica il ministro Padoan).

Venendo all'affermazione di Stiglitz sulla crescita della Grecia nel periodo tra metà anni 90 e l'inizio della crisi, come sempre, da buon keynesiano, guarda solo a un lato della medaglia. Ciò che Stiglitz non dice, infatti, è che tra il 1995 e il 2008, per ogni euro (euro equivalente, finché c'era la dracma) di Pil il debito pubblico greco è aumentato di 1,15 euro.

Quando si cresce così, prima o poi i nodi arrivano al pettine. La Grecia non è semi-fallita. E' completamente fallita. Ed è in buona compagnia.


mercoledì 15 luglio 2015

Scorie - Il tiki-taka verbale non cambia la realtà

"Penso che il Pd non possa star chiuso nel catenaccio, dobbiamo raccontare cosa stiamo cambiando per l'Italia, non ne possiamo più di un racconto in negativo. Per restituire fiducia all'Italia occorre anche saper raccontare meglio."
(M. Renzi)

Matteo "tiki-taka" Renzi sostiene che nel Pd non si stia facendo abbastanza (soprattutto gli altri, ovviamente) per raccontare quante belle e buone cose il governo ha fatto e continuerà a fare per i cittadini.

Non è la prima volta che Renzi si lamenta della narrazione negativa che viene fatta del'Italia, soprattutto dai mezzi di informazione. La cosa, ovviamente, è abbastanza bizzarra, considerando l'elevato tasso di renzismo dei principali giornali e televisioni italiani.

Il problema è che ci sono cose che non vanno poi così bene come Renzi sostiene, quindi lui e i suoi colleghi parlamentari possono raccontare anche delle bellissime favole, ma la fiducia ha bisogno di fatti, non solo di parole.

E i fatti, per quanto ben raccontati, dicono che molte cose non sono cambiate, e quelle che sono cambiate sono talvolta peggiorate. Non credo che si tratti di scegliere tra tiki-taka o catenaccio, ma di tenere gli occhi chiusi o aperti.


martedì 14 luglio 2015

Scorie - Finzioni contabili e perdite reali

"La rimodulazione del debito pubblico greco, il cosiddetto debt relief, potrebbe prevedere tre concessioni o una o due delle tre possibili per la Grecia: un abbattimento degli interessi, un allungamento delle scadenze per rinviare il rimborso del capitale e un'estensione del periodo di grazia su interessi o quota capitale… L'unica ristrutturazione del debito pubblico greco che implica una perdita per l'Italia è quella dell'haircut, al momento anche questa non sul tavolo delle trattative."
(I. Bufacchi)

Isabella Bufacchi, giornalista del Sole 24 Ore, si occupa prevalentemente di questioni legate ai mercati obbligazionari, e in particolare ai titoli di Stato. Analizzando le conseguenze delle ipotesi di rimodulazione del debito greco, tende a rassicurare i lettori circa l'impatto poco significativo per i contribuenti italiani.

Il problema, in questi casi, è confondere le rappresentazioni contabili e la realtà. In una situazione ideale, le scritture contabili e il bilancio dovrebbero fornire una rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale ed economica del soggetto di cui trattasi, sia esso una impresa, una famiglia o uno Stato.

Ma i principi contabili, che altro non sono se non convenzioni, spesso portano a una deformazione della realtà. Nel caso in questione, la realtà, sotto gli occhi di tutti coloro che non vogliano fingere di non vedere, evidenzia che la Repubblica ellenica è insolvente, quindi i crediti nei suoi confronti dovrebbero essere svalutati in misura consistente.

La contabilità pubblica consente però agli Stati creditori di evitare di svalutare i crediti nei confronti della Grecia finché non si arriva a un default vero e proprio, con successiva ristrutturazione che comporti una decurtazione del valore nominale dei crediti stessi.

Ne consegue la preferenza, da pare dei creditori, per forme di rimodulazione consistenti in allungamenti di scadenze e sospensioni dei pagamenti da parte del debitore. Sta di fatto che il valore attuale di quei crediti, così rimodulati, diminuisce in misura significativa, quasi azzerandosi se i flussi di cassa (sempre più remoti nel tempo) sono scontati a un tasso che incorpori il premio per il rischio di credito prevalente sul mercato secondario dei titoli di Stato greci.

Ma nessuno Stato valuta quei crediti attribuendo loro prudenzialmente un valore ridimensionato in funzione del consistente rischio di credito che essi incorporano. Quindi finché si mantiene la finzione che la Grecia non sia insolvente, si finge che i contribuenti europei non stiano perdendo nulla.

Nel caso italiano, tra l'altro, la perdita è già presente fin dall'inizio, dato che gli interessi percepiti (prima della sospensione) erano comunque inferiori a quelli pagati sul debito emesso per finanziare la Grecia; quello che può a tutti gli effetti essere definito un carry trade negativo.

Quindi, comunque vada, i pagatori di tasse italiani di soldi ne stanno già perdendo e ne perderanno altri. Quali che siano le finzioni contabili.


lunedì 13 luglio 2015

Scorie - UberPop über alles

Il tribunale di Milano ha deciso la sospensione di UberPop, confermando la decisione del giudice delle imprese che un mese fa aveva disposto la sospensiva cautelare a seguito di un ricorso avanzato da cooperative di taxisti.

Tra le altre cose, il tribunale ha affermato che "nel suo complesso il sistema dei prezzi di UberPop non ha regole predeterminate e trasparenti, e non va a vantaggio dei consumatori".

La cosa appare alquanto bizzarra, perché si suppone che i consumatori non siano tutti quanti incapaci di intendere e di volere; quindi se volontariamente pagano per usufruire di un servizio è evidente che il prezzo richiesto per quel servizio è ritenuto inferiore al valore che essi stessi gli attribuiscono.

D'altra parte, qualora il sistema dei prezzi di UberPop non andasse a vantaggio dei consumatori, nulla vieterebbe a questi ultimi di rivolgersi ai taxi "tradizionali". E qualcosa mi fa supporre che se effettivamente UberPop non fosse ritenuto conveniente dai consumatori, non avrebbe successo, né, quindi, avrebbe provocato le proteste dei taxisti.

Proteste che possono anche essere comprensibili, ma che, a mio parere, si rivolgono contro l'obiettivo sbagliato. Lo svantaggio competitivo dei taxisti nei confronti di UberPop è dato dalla regolamentazione, la cui utilità è evidentemente ritenuta dubbia da tutti coloro che ogni giorno si rivolgono a UberPop spostarsi.

Il fatto poi che una licenza per fare il taxista passi di mano a caro prezzo è dovuto non già al valore che i consumatori attribuiscono al servizio taxi, bensì alle barriere all'entrata poste dalle regolamentazioni pubbliche, che generano una rendita oligopolistica.

UberPop vanifica quelle barriere all'entrata e questo, checché ne dica il tribunale di Milano, evidentemente è ritenuto vantaggioso da una quantità crescente di consumatori. Ovviamente i taxisti ritengono di trovarsi azzoppati nella competizione con UberPop, ma la richiesta di eliminare questo concorrente considerato a sproposito sleale è la classica invocazione protezionista tipica di ogni corporazione.

La soluzione consiste nel rimuovere le barriere all'entrata e lasciare che domanda e offerta stabiliscano liberamente gli standard del servizio di trasporto di persone, evitando di imporre regole che generino vantaggi o svantaggi per questo o quel concorrente.

Resterebbe la questione delle licenze: i taxisti di lungo corso contano sulla monetizzazione al momento di cessare l'attività, mentre i nuovi entrati impiegano anni ad ammortizzare il costo. Il loro valore andrebbe a zero, azzerandosi la rendita oligopolistica per la quale sono pagate. Non è una questione banale, ovviamente, e immagino che da più parti verrebbero avanzate proposte/richieste di indennizzi.

Occorre però considerare che tutti coloro che operano in settori non protetti sono esposti continuamente al rischio di fallire per via dell'arrivo di un nuovo concorrente e restano anch'essi esposti al rischio che variazioni legislative (peraltro solitamente restrittive della libertà di impresa) danneggino la loro attività, senza ricevere alcun indennizzo.

Allo stato attuale, quindi, sarebbe condivisibile una richiesta tesa a eliminare i vincoli regolamentari che penalizzano i taxisti rispetto a UberPop.

Ma, credo non a caso, i taxisti non chiedono questo, bensì di eliminare il concorrente. La concorrenza è bella, ma sempre se riguarda gli altri.


venerdì 10 luglio 2015

Scorie - Sovranisti a vanvera

"Nelle ultime 3 settimane il mercato finanziario cinese si è contratto di circa il 30%, per un controvalore di 3200 miliardi di dollari. Negli ultimi giorni altre 200 aziende quotate hanno sospeso la contrattazione delle loro azioni sul mercato per impedire nuove vendite, e il totale delle aziende coinvolte in questa operazione ammonta ormai a 745, il 26% del totale. La Cina è di fronte al classico fenomeno della bolla speculativa che ora rischia di sgonfiarsi gettando nel panico prima i mercati asiatici, col Giappone in prima linea, e poi quelli occidentali, considerando che la Cina è la seconda economia del mondo e grazie ai suoi avanzi commerciali garantisce da anni ingenti investimenti nelle economie europee."
(N. Morra)


Nicola Morra, senatore del M5S, si è improvvisato cronista/analista di questioni finanziarie, occupandosi dei recenti ribassi dei mercati azionari cinesi.

In Cina da anni prosegue una colossale espansione del credito, con la conseguente espansione del debito. Per le sole imprese il debito è passato dal 98 per cento del Pil nel 2007 al 155 per cento del Pil nel 2014. Le autorità cinesi hanno voluto incentivare il riequilibrio (più capitale, meno debiti) spingendo sulle quotazioni di società in borsa e favorendo la diffusione dell'investimento azionario tra i risparmiatori. Anche questi, però, l'hanno fatto ricorrendo al debito. Quindi non deve generare stupore il fatto che si siano formate bolle finanziarie.

Morra, però, non fa alcun riferimento all'espansione creditizia e alla manipolazione dei tassi di interesse da parte della banca centrale cinese, finendo per utilizzare l'andamento dei mercati azionari cinesi come pretesto per (stra)parlare di sovranità.

"La realtà è che in un mondo in cui la finanza è globalizzata e sovrana sugli Stati nazionali, o si inverte la rotta, ripristinando le sovranità perdute, o ci si abbandona ai tracolli periodici dei mercati di tutto il mondo, scaricati prontamente su lavoratori e le piccole-medie imprese".

Ora, se c'è un posto dove la sovranità statale è esercitata in modo fin troppo pieno è proprio la Cina, dove non si muove foglia che lo Stato (alias il partito comunista) non voglia. E infatti la reazione delle autorità cinesi è stata di porre restrizioni o veri e propri divieti alle vendite, nonché di acquistare direttamente azioni, contribuendo inevitabilmente a peggiorare le cose, dato che la formazione dei prezzi risulta totalmente manipolata e le oscillazioni crescono ulteriormente.

Se l'obiettivo è evitare i tracolli periodici dei mercati di tutto il mondo e ciò che ne consegue, bisogna in primo luogo tenere alla larga la sovranità statale, nell'accezione cara ai Morra di questo mondo, da moneta, credito e mercato.

L'esatto contrario di ciò che vorrebbero i sovranisti.


giovedì 9 luglio 2015

Scorie - Chiede rispetto prendendo per i fondelli chi paga il conto

"La scelta coraggiosa del popolo greco, in condizioni senza precedenti, non è una scelta di rottura con l'Europa ma è la scelta di tornare ai valori che stanno alla base dell'Ue. E' un messaggio chiarissimo. Occorre rispetto per la scelta del nostro popolo… La proposta della Grecia non è disegnata per mettere del peso extra sui contribuenti europei."
(A. Tsipras)

Intervenendo al Parlamento europeo, Alexis Tsipras ha ribadito che i greci non vogliono uscire dall'euro e dalla Ue, chiedendo rispetto per la scelta del popolo greco.

Come ho già sostenuto più volte nei giorni scorsi, Tsipras e il suo governo riscuotono successo tra i solidaristi con i soldi altrui che affollano l'Italia, mentre nei Paesi nei quali il tenore di vita è inferiore a quello della Grecia e che sono usciti dal comunismo da poco più di vent'anni, l'atteggiamento del premier ellenico provoca una notevole irritazione, che io ritengo del tutto condivisibile.

Che buona parte del debito greco non verrà mai pagato a me pare inevitabile, ma proprio per questo imporre ai pagatori di tasse degli altri Paesi dell'area euro di finanziare ulteriormente la Grecia sarebbe pura follia.

I greci sono in maggioranza insofferenti nei confronti delle imposizioni della troika e rivendicano sovranità nella condotta della loro politica di bilancio. In effetti si dovrebbe lasciare loro tutta la sovranità che vogliono, purché si eviti di fornire ancora loro supporto finanziario.

Il signor Tipras mandi il suo nuovo ministro delle finanze a cercare soldi presso gli investitori di tutto il mondo; veda così se trova qualcuno disposto a finanziare di tasca propria la Grecia e, se sì, a quali condizioni.

E' evidente che il non voler uscire dall'euro e dalla Ue è dovuto non tanto a improbabili fratellanze, ma al fatto che dal 1981 la Grecia è beneficiario netto del bilancio comunitario per una cifra annua ancora oggi attorno al 3 per cento del suo Pil. Circostanza che è servita a sviluppare non già l'economia greca, bensì il suo statalismo assistenziale.

Alla luce di tutto ciò, sostenere, come fa Tsipras, che "la proposta della Grecia non è disegnata per mettere del peso extra sui contribuenti europei", a me pare una colossale e insopportabile presa per i fondelli.


mercoledì 8 luglio 2015

Scorie - La solidarietà di chi non paga il conto

"La Merkel difende il suo Paese, il proprio elettorato, Renzi non si capisce cosa difenda. Porta avanti una linea miope, contraria agli interessi dell'Italia... Non sono andato ad Atene per costruire un'altra maggioranza di governo, ma per affermare l'idea che c'è un Pd non d'accordo su questo appiattimento totale sulla Merkel."
(A. D'Attorre)

Tra i tanti parlamentari italiani che domenica scorsa sono andati ad Atene prima a sostenere poi a festeggiare il NO al referendum indetto da Tsipras, c'era anche Alfredo D'Attorre, che è ancora nel PD, collocandosi alla sinistra di Renzi.

Penso anche io che durante la visita della settimana scorsa a Berlino Renzi sembrasse uno scolaretto di quelli che puntano a ingraziarsi la maestra con atteggiamenti vagamente servili. Ma credo che sia molto più miope (per non usare vocaboli più crudi) l'atteggiamento dei solidaristi italiani, che credono che la soluzione della crisi in Grecia consista nel tagliare una parte più o meno consistente di debito e nel fornire nuovi aiuti a oltranza.

Come ho già sostenuto in altre occasioni, la Repubblica ellenica è indubbiamente un debitore insolvente tenuto artificialmente in vita dai propri creditori (ora per lo più pubblici) da almeno 5 anni (ma la storia dell'accumulazione di debiti in Grecia è ultratrentennale). Finora si è rimandato il problema, ingigantendolo, ma è evidente che buona parte di quei crediti sono inesigibili.

Proprio per questo, però, continuare a finanziare la Grecia sarebbe autolesionista. I pagatori di tasse italiani si sono trovati, a fronte di una esposizione che nel 2009 tra banche e altri investitori privati era inferiore a 5 miliardi, a sopportare oggi oneri per circa 37 miliardi, oltre ad altri 26 miliardi tramite la BCE.

Va bene non appiattirsi sulla Merkel, ma quali sarebbero i benefici per i pagatori di tasse di questo malmesso Paese nel continuare a finanziare la Grecia, francamente mi pare inspiegabile. Se non inquadrando le prese di posizione dei vari D'Attorre nel contesto della guerriglia politica interna, ben sapendo che gli oneri della "solidarietà" ai greci saranno a carico di altri.


martedì 7 luglio 2015

Scorie - Cosa (non) fare in Europa

"Bisogna prendere atto che il debito greco è carta, solo carta, e il futuro della Grecia non dipende di certo da un punto in più o in meno di aliquota Iva, da finzione su finzione, tra un accordo e l'altro, ma dalla ripresa degli investimenti e dalla capacità di cambiare dei cittadini greci e della loro macchina pubblica. L'Europa, piuttosto, colga l'occasione per correggere i suoi peccati di omissione, l'eccesso di zelo rigorista e per sanare gli errori evidenti. E compia, finalmente, scelte politicamente coraggiose che dimostrino di avere ritrovato lo spirito solidaristico."
(R. Napoletano)

Roberto Napoletano, direttore del Sole 24 Ore, di solito scrive solo quando ritiene che vi siano fatti epocali di cui occuparsi. Domenica scorsa, giorno del referendum in Grecia, lo ha fatto e, come era prevedibile, dopo aver sostenuto che "bisogna prendere atto che il debito greco è carta, solo carta", ha tirato fuori la retorica della "solidarietà".

Ecco, quindi, le cose da fare secondo Napoletano:

"si prenda una delle tante proposte formulate, alcune anche dai think tank più illuminati in Germania, e si vari un Fondo unico che raccolga gli "eccessi" nazionali di debito pubblico (rispetto al tetto del 60% del pil, uno degli errori iniziali) e si misurino le virtù dei singoli Paesi, liberati da fardelli insostenibili durante la più lunga e strutturale delle crisi mondiali".

In effetti da qualche anno spuntano periodicamente delle proposte per una mutualizzazione più o meno consistente di debito pubblico. Ma se già è illegittimo, ancorché legale, caricare sulle spalle dei pagatori di tasse nazionali gli oneri del debito pubblico, non sarebbe certo meno illegittimo operare una redistribuzione su scala sovranazionale. Quella non sarebbe "solidarietà" autentica, perché non sarebbe attuata volontariamente da coloro che fossero chiamati a farsi carico di debiti altrui. E ovviamente non è strano che queste idee tanto piacciano a chi si troverebbe a "sbolognare" del debito verso altri, tacciati magari di egoismo" se storcono il naso.

Altra cosa da fare:

"ci si impegni tutti, di comune accordo, a rispettare vincoli ragionevoli nei conti pubblici e nei conti con l'estero per contenere ragionevolmente gli squilibri"

Ogni vincolo è "ragionevole" o meno a seconda dei punti di vista. Anche i vincoli attuali sono stati concordati, ma quasi ovunque i governi non hanno fatto granché per rispettarli. Se oggi si mettessero vincoli più laschi (il che garantirebbe ulteriori aumenti del debito, dato che la richiesta di vincoli "ragionevoli" è mirata solo a poter aumentare la spesa pubblica, ancorché definita "investimenti"), tra qualche anno li si riterrebbe troppo stringenti.

E, infatti:

"si somministri una cura da cavallo di eurobond innovativi e di project bond che faccia ripartire le economie più deboli con investimenti materiali e immateriali sani, infrastrutturali, di lungo termine".

Questa è una variante della prima proposta, ossia fare debito in comune, ben sapendo che vi sarebbe una redistribuzione a senso unico. Sempre a proposito di "solidarietà".

Infine:

"si dimostri, con i fatti, che non esiste l'Unione del Nord Europa ma di tutta l'Europa sui terreni geopolitici decisivi del terrorismo e dell'immigrazione, qui si formeranno e misureranno l'anima e il corpo del nuovo cittadino europeo per l'oggi e per il domani".

Credo che l'idea di "cittadino europeo" che prevale negli europeisti dogmatici sia ben distante dalla realtà. Quando si vuole imporre dall'alto alle persone come rapportarsi con le altre, forzando comunanze di valori e culture che non hanno riscontro nei fatti, è alquanto probabile ottenere reazioni di rigetto. Come puntualmente accade. Le persone dovrebbero interagire su base volontaria e nei limiti di quanto ritengono vicendevolmente benefico, non in base ai desiderata di governanti, burocrati e (pseudo) intellettuali illuminati.

Ma questo, in fin dei conti, è ciò che caratterizza ogni costruzione socialista. E l'Unione europea, in buona sostanza, altro non è se non una costruzione fondamentalmente socialista.


lunedì 6 luglio 2015

Scorie - Meno male che ci rassicura lui

"Anche i denari che abbiamo messo da parte per la Grecia sono già computati nel conto del debito. Quindi gli italiani non devono avere paura. Certo c'è una questione politica, la partita è complessa."
(M. Renzi)

Nel cercare di tranquillizzare gli italiani alla vigilia del voto sul referendum in Grecia (nel quale ha poi nettamente prevalso il no, con oltre il 61 per cento delle preferenze di chi ha votato), Matteo Renzi ha detto che "i denari che abbiamo messo da parte per la Grecia sono già computati nel conto del debito".

La cosa è vera solo in parte, e in ogni caso questo non significa che si possa stare tranquilli come se niente fosse. Tra prestiti bilaterali e contributi al fondo salva stati EFSF, i pagatori di tasse italiani sono esposti nei confronti della Grecia per circa 37 miliardi, che effettivamente sono già stati contabilizzati nel debito pubblico, contribuendo ad aumentarlo e a portarlo oltre alla non rassicurante soglia del 130 per cento del Pil.

A fronte del debito, nel bilancio dello Stato sono però iscritti crediti che, sebbene già ristrutturati nel 2012 (questo Renzi non lo ha voluto ricordare) mediante un allungamento delle scadenze di 15 anni e una cospicua riduzione dei tassi di interesse, sono ancora considerati "in bonis". Ovviamente si tratta di una mera finzione contabile, dato che la Grecia è sostanzialmente impossibilitata a raccogliere denaro sul mercato da cinque anni a questa parte. In altri termini, la Repubblica ellenica è un debitore tenuto artificialmente in vita dai suoi creditori pubblici, ossia per lo più dai contribuenti degli altri Paesi europei.

E' abbastanza chiaro che la Grecia non ha né la possibilità, né la volontà politica di pagare quei debiti, se non in parte. Questo significa che i pagatori di tasse italiani (oltre a quelli degli altri Paesi europei) hanno già perso soldi; si tratta solo di vedere quando i governanti europei decideranno di riconoscere la realtà, riducendo il valore di quei crediti.

Un'altra cosa che Renzi non ha detto è che l'esposizione dei pagatori di tasse italiani (oltre a quelli degli altri Paesi europei) nei confronti della Grecia non si esaurisce con i 37 miliardi di cui sopra, bensì lievita fino a oltre 63 miliardi se si include la quota parte dell'esposizione della BCE tramite i titoli di Stato greci acquistati negli anni scorsi e la liquidità di emergenza erogata (soprattutto) negli ultimi mesi per consentire alle banche greche di far fronte ai prelievi disposti dai depositanti ellenici.

Ora, in caso di insolvenza tecnica di una banca centrale, potendo essa creare dal nulla il denaro con il quale ricapitalizzarsi, in teoria il buco creato dall'insolvenza della Grecia (ammonta a quasi 150 miliardi l'esposizione totale della BCE) potrebbe essere tappato senza gravare direttamente sui contribuenti dell'area euro. Si tratterebbe, però, di aumentare ulteriormente la quantità di denaro fiat emesso dalla BCE, con conseguente perdita del potere unitario d'acquisto di ogni euro. Va anche detto che, molto probabilmente, l'azionista di riferimento della BCE, ossia la Germania tramite la Bundesbank, non sarebbe d'accordo (come dar loro torto) nel tappare i buchi mediante ulteriori monetizzazioni.

Ciò che mi sembra certo, in definitiva, è che a prescindere da quali saranno le ripercussioni degli eventi di questi giorni in Grecia sul costo del debito pubblico italiano (ovviamente a carico dei pagatori di tasse italiani), qualche timore è più che legittimo.

E questo anche se Renzi non ha usato la formula magica (notoriamente nociva per i destinatari) "state sereni".


venerdì 3 luglio 2015

Scorie - Talenti di Stato

"Dico però che quando al vertice delle aziende ci sono le persone giuste è raro assistere a un insuccesso. Dal mio punto di vista avere dei "talenti" che vogliono lavorare per lo Stato è una grandissima notizia, che fa passare tutto il resto in secondo piano."
(A. Guerra)

Andrea Guerra, già amministratore delegato di Luxottica, è un renziano doc. Da quando è uscito da Luxottica per divergenze con il fondatore e azionista di riferimento Leonardo Del Vecchio, Guerra fa il consulente a titolo gratuito del presidente del Consiglio.

Tra i suggerimenti forniti a Renzi ci sarebbe anche quello di cambiare presidente e amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, che secondo Guerra dovrebbe avere un ruolo più attivo. In buona sostanza, dovrebbe svolgere maggiormente il ruolo di braccio finanziario per l'interventismo statale senza che la sua operatività sia consolidata nel bilancio dello Stato.

Contrariamente a Guerra, io credo che lo Stato non dovrebbe acquisire partecipazioni in società; al contrario, dovrebbe dismettere quelle (troppe) ancora detenute. Né credo che sia una "grandissima notizia" se persone di talento vogliano lavorare per lo Stato.

Si può anche far finta che le aziende partecipate dallo Stato, soprattutto se non operano in monopoli locali ma sono aperte alla concorrenza internazionale, debbano essere gestite come se fossero totalmente private. Ma la verità è e resterà sempre che i dirigenti apicali di quelle società sono al loro posto perché politicamente (quantomeno) non distanti da chi detiene il potere pro tempore, e sovente agiscono mossi da obiettivi non squisitamente economico-finanziari.

Il tutto a prescindere dalle capacità eventualmente dimostrate in precedenti esperienze nel settore privato. Questo sì che passa in secondo piano.


giovedì 2 luglio 2015

Scorie - Si dicono liberali, poi tifano per il comunista ellenico

"Forza Italia voterà contro l'articolo 8 della legge di delegazione europea 2014, oggi in Aula a Montecitorio, che prevede il cosiddetto 'bail in', ovvero il salvataggio delle banche attingendo a risorse interne, con prelievi anche dai correntisti, e non più facendo ricorso al 'bail out', il salvataggio dall'esterno tramite le casse pubbliche. In estrema sintesi: dall'1 gennaio 2016 se le banche saranno in default potranno attingere dai conti correnti sopra i 100 mila euro, dalle azioni e dalle obbligazioni dei propri clienti-risparmiatori. Una misura inaccettabile per Forza Italia, un vero e proprio prelievo forzoso contro le famiglie, contro le imprese, e solo nell'interesse delle grandi banche. Ci opporremo con ogni mezzo a chi vuol metter le mani nelle tasche degli italiani."
(R. Brunetta)

Quando uno sente parlare Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, si rende conto che le parole "liberalismo" e "libertà", tanto care a chi milita in quel partito, sono continuamente abusate da oltre vent'anni.

In fin dei conti Brunetta, come tanti di quelli che hanno ricoperto posizioni di rilievo in Forza Italia (nelle sue diverse fasi e denominazioni) prima della "discesa in campo" di Berlusconi era un socialista. E tale è rimasto.

Tra le tante iniziative tecno-burocratiche dell'Unione europea, una delle meno peggio è quella della disciplina che entrerà in vigore dal 2016 per la gestione delle crisi bancarie. Mentre finora ha prevalso il cosiddetto "bail out", ossia il salvataggio dall'esterno, dal 2016 si passerà al "bail in", ossia il salvataggio dall'interno. Non so se e come funzionerà, ma il principio non dovrebbe essere osteggiato da uno che si dice liberale, soprattutto non dovrebbe essergli preferito il "bail out".

In pratica, con il "bail out" le banche, anche se non vi era alcun obbligo al riguardo, finivano per essere salvate mediante l'intervento dello Stato; i costi erano quindi interamente a carico dei pagatori di tasse. Il modello ha favorito l'azzardo morale da parte dei banchieri, dato che i profitti erano privati e le perdite, se tali da portare alla bancarotta, erano socializzate.

Con il "bail in", al contrario, i costi del salvataggio ricadranno in primo luogo sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti subordinati, poi sugli obbligazionisti non subordinati, quindi sui depositi oltre la soglia di 100mila euro. Qualora il costo del salvataggio superi l'8 per cento delle passività totali, allora ci sarà l'intervento pubblico. In pratica, un rischio per i contribuenti rimane, ancorché attutito. A questo, semmai, si dovrebbe opporre chi non vuole che siano coinvolti i pagatori di tasse.

Non vedo per quale motivo chi è azionista o creditore di una società non dovrebbe sopportare i rischi di un fallimento di quella società. In linea di massima, quando una società è insolvente, o si trovano nuovi capitali, oppure andrebbero azzerate le azioni e convertiti i debiti in capitale. In alternativa rimane la liquidazione, e in quel caso gli azionisti comunque perderebbero tutto e i creditori perderebbero una parte più o meno consistente dei loro crediti.

Secondo Brunetta, invece, il "bail in" sarebbe "un vero e proprio prelievo forzoso contro le famiglie, contro le imprese, e solo nell'interesse delle grandi banche". Il che lo porta ad annunciare un'opposizione "con ogni mezzo a chi vuol metter le mani nelle tasche degli italiani".

Ora, il fatto è che le mani nelle tasche degli italiani le si mettono molto di più con il "bail out", dato che in quel caso il salvataggio è totalmente a carico dello Stato, ossia dei pagatori di tasse. Nel caso del "bail in", al contrario, si fanno sopportare gli oneri prima ad azionisti e creditori.

Semmai si dovrebbe pretendere che non vi fosse nessun intervento dello Stato neppure nell'ambito del "bail in". E se davvero si avesse a cuore la sorte dei depositanti, si dovrebbe fare opposizione alla riserva frazionaria. Perché non c'è sistema di garanzia dei depositi che tenga in modo assoluto, se non un coefficiente di riserva pari al 100 per cento.

Invece ci tocca di sentire invocare un giorno sì e l'altro pure il quantitative easing della Bce e fare il tifo per il comunista in salsa ellenica Tsipras, da parte di chi continua senza pudore a usare del tutto a sproposito parole come libertà e liberalismo.


mercoledì 1 luglio 2015

Scorie - Il Mr. Wolfe di Rignano sull'Arno non ama le telecamere

"Il nostro posto in passato era tra i problemi, adesso è tra quelli che provano a risolvere i problemi. Che l'Europa debba cambiare lo diciamo da mesi e qualcosa sta finalmente accadendo. Ma purtroppo un'organizzazione così burocratica si cambia con la logica dei piccoli passi, non con le rotture. Quanto ai vertici ristretti non ho mai partecipato, nonostante gli inviti a farlo. E non inizierò adesso. I luoghi dove si fanno le trattative non sono quelli a favore di telecamere."
(M. Renzi)

In una lunga intervista al Sole 24 Ore, Matteo Renzi, come spesso gli capita, rivendica risultati e fatti che non trovano riscontro nella realtà.

Da tempo va intestandosi l'accelerazione verso il Qe da parte della Bce (una cosa di cui non si dovrebbe essere fieri, ma che in base al pensiero mainstream è cosa buona e giusta), l'accento sul mantra (tanto caro ai keynesiani) "crescita e investimenti" in ambito europeo (scarsa la prima e latitanti i secondi, e considerando che sarebbero fatti con nuovi debiti e inflazione monetaria, anche in questo caso meno ce ne sono meglio è), fino all'essere un risolutore alla Mr. Wolfe in Pulp Fiction, quando prima l'Italia era un problema.

Quanto al fatto che, sulle cose che contano davvero, alla fin fine la Germania e la Francia fanno il bello e il cattivo tempo chiamando poi gli altri a ratificare quanto già deciso, Renzi sostiene: "ai vertici ristretti non ho mai partecipato, nonostante gli inviti a farlo". E' comprensibile che non voglia ammettere che l'Italia, in fin dei conti, non ha peso politico pari al contributo economico che i suoi pagatori di tasse sopportano ogni anno per l'Europa; tuttavia lo fa in modo abbastanza maldestro, sostenendo che "i luoghi dove si fanno le trattative non sono quelli a favore di telecamere".

Detto da uno non particolarmente schivo ad apparire a favore di telecamere, mi sembra davvero ridicolo.