giovedì 30 aprile 2015

Scorie - Solite keynesianate sulla grande depressione

"La Grande Depressione, possiamo dire, ebbe un'origine complessa. Il consenso oggi vede la GD come il portato di una "convenzionale" svolta recessiva del ciclo, che degenerò perché aggravata dal crollo di Borsa e soprattutto dalla crisi del sistema bancario. Di fronte ai fallimenti dei clienti il sistema bancario non fa più prestiti, e toglie l'ossigeno del credito a un'economia già in crisi. Le banche si chiusero a riccio, molte fallirono e l'intera attività economica si accasciò come un atleta stremato. Venne a nudo la fragilità del sistema bancario, poco vigilato ex ante e poco aiutato (da una Banca centrale alle prime armi) ex post. E dietro alle spiegazioni teoriche e a quelle istituzionali aleggia quel deus ex machina delle crisi finanziarie: l'instabilità dei mercati e dei comportamenti umani, la tendenza della cupidigia a nutrirsi di se stessa, la tendenza dell'homo sapiens (il "sapiens" non è sempre meritato) a esaltarsi nelle spirali di una ricchezza cartacea spingendo la speculazione fino al punto d'insostenibilità, per poi disperarsi nelle spire di una ricchezza distrutta."
(F. Galimberti)

Fabrizio Galimberti dedica una puntata delle sue domenicali lezioni di economia per i giovani lettori del Sole 24 Ore alla Grande Depressione. Stranamente in tutto l'articolo non cita Keynes, ma l'impostazione keynesiana non viene certo meno. Infatti, benedice la spesa pubblica del New Deal come passaggio determinante per uscire dalla depressione.

Ovviamente c'è spazio anche per attribuire al gold standard una parte di colpa (la moneta non sarebbe abbastanza "flessibile", eufemismo per dire che non se ne stampa abbastanza), finendo però per cadere in contraddizione quando parla di crisi del sistema bancario. Soprattutto, non riesce a fare di meglio che tirare in causa l'instabilità dei mercati e la cupidigia umana come cause ultime della crisi.

Il fatto è che il gold standard c'era anche in occasione delle crisi precedenti la grande depressione, e lo stesso può dirsi della cupidigia umana. In occasione delle crisi precedenti, però, il sistema della riserva frazionaria era meno sviluppato, perché non c'era una banca centrale (o era ancor più "giovane" rispetto al periodo della Grande Depressione) a istituzionalizzare il cartello bancario. Se una banca espandeva il credito emettendo banconote e creando depositi in eccesso delle proprie riserve auree correva il serio rischio di incorrere in una corsa agli sportelli.

Anche se l'ideale sarebbe vietare la riserva frazionaria in quanto moltiplicazione del diritto di disporre a vista della stessa somma di denaro, in un gold standard "puro" e senza l'intervento di un prestatore di ultima istanza (ruolo svolto dalla banca centrale) è il rischio di incorrere nella corsa agli sportelli a fungere da freno per le singole banche all'emissione di mezzi sostitutivi (oggi per lo più depositi) in eccesso delle riserve auree.

Durante i "ruggenti" anni Venti, a differenza delle crisi precedenti, l'espansione del credito "vigilata" dalla Fed determinò una distorsione al ribasso dei tassi di interesse senza precedenti, e senza precedenti fu anche l'aumento del credito/debito.

Galimberti sostiene che "l'intera attività economica si accasciò come un atleta stremato", omettendo di specificare che quell'atleta era da tempo pesantemente dopato.

In definitiva, parlare di tendenza dell'uomo a "esaltarsi nelle spirali di una ricchezza cartacea" senza spiegare da dove veniva la "benzina" per alimentare quell'esaltazione collettiva non credo sia di grande aiuto a chi vuole capire qualcosa della grande depressione e anche della crisi degli ultimi anni.

Ma quando l'economia viene letta attraverso lenti keynesiane, non ci si deve stupire di nulla.


mercoledì 29 aprile 2015

Scorie - Crediti di imposta: solo distorsioni e briciole

"È da guardare con favore il meccanismo introdotto che incentiva le Casse di previdenza e i fondi pensione a investire sullo sviluppo del Paese. L'aumento del prelievo fiscale - richiesto in un quadro di generale appello allo sforzo di risanamento finanziario del Paese - viene annullato nel momento in cui investano in alcuni settori per rilanciare l'attività economica. Sono convinto che in questa direzione bisogna procedere con determinazione e coraggio. Si pensi alla possibilità di estendere il credito d'imposta per consentire di partecipare al finanziamento delle Pmi sviluppando in Italia fondi di debito o credit fund."
(S. Tomaselli)

Intervistato in merito all'aumento della tassazione dei rendimenti delle casse previdenziali professionali dal (già elevato) 20 per cento al 26 per cento deciso dal governo con la legge di stabilità 2015 (in quella stessa occasione è stata incrementata anche la tassazione sui risultati maturati dai fondi pensione dall'11.5 al 20 per cento), Salvatore Tomaselli, senatore del PD, cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno, facendo riferimento al credito di imposta previsto nel caso in cui casse previdenziali e fondi pensione investano in alcuni settori individuati dal governo.

Mi sono già occupato di questa faccenda, ma credo valga la pena tornare a farlo.

Provvedimenti come quelli previsti dalla legge di stabilità sono criticabili sotto diversi punti di vista. In primo luogo, incrementare la tassazione degli investimenti previdenziali è un controsenso sia con riferimento alla dichiarata (a vanvera) riduzione delle tasse, sia considerando la necessità di previdenza integrativa che ha chi oggi versa contributi e un domani avrà una pensione pubblica da fame.

In secondo luogo, aumentare la tassazione salvo poi prevedere crediti di imposta vincolati a determinati tipi di investimenti non fa altro che distorcere doppiamente l'allocazione delle risorse. Processo tipico dell'approccio dirigista che ha ancora tanto successo in Italia.

Infine, quando quel credito di imposta è in realtà limitato a poco più di una mancia, come nel caso di specie, ci si trova di fronte al classico "oltre al danno la beffa". Casse e fondi avranno infatti a disposizione un massimo di 80 milioni annui, ossia briciole rispetto all'incremento della tassazione introdotta con la legge di stabilità.

Quindi, contrariamente a quanto affermato da Tomaselli, l'aumento del prelievo fiscale non viene "annullato nel momento in cui investano in alcuni settori per rilanciare l'attività economica". Né ha senso parlare di estensioni del credito di imposta, quando è evidente che le risorse per farlo non ci sono. E il motivo è sempre lo stesso: sull'enorme spesa pubblica da tagliare finora si sono fatte tante chiacchiere e null'altro.


martedì 28 aprile 2015

Scorie - Nuovo trattato, nuovi comsumatori di tasse

"Il nuovo Trattato dell'Eurozona dovrà separare nettamente il livello europeo da quello nazionale, dando al primo responsabilità e risorse proprie e distinte da quelle che attengono al secondo. La confusione dei poteri tra i due livelli è alla base dell'invadenza tecnocratica che si è realizzata durante la crisi dell'euro. Un progetto di integrazione tra paesi asimmetrici non può funzionare se si consente ad alcuni paesi di decidere la politica di altri paesi, motivando tale invadenza con le risorse che i primi forniscono ai secondi. L'Eurozona dovrà dotarsi di un suo budget autonomo, seppure molto limitato, derivato da una fiscalità specifica, non già dai trasferimenti finanziari dei paesi che ne fanno parte. La combinazione di un'autonoma capacità fiscale e di una autorità politica comune darà sostanza democratica all'unione politica dell'euro."
(S. Fabbrini)

Sergio Fabbrini, docente della Luiss e renziano doc, auspica che si giunga a un Trattato dell'Eurozona, che affianchi quello della più ampia Unione europea. Quella del nuovo trattato è una delle tante variazioni sul tema "serve più Europa" del quale mi sto occupando piuttosto di frequente negli ultimi tempi. Tutte le variazioni sul tema arrivano allo stesso punto, una volta rimosse le forme per concentrarsi sulla sostanza.

Secondo Fabbrini l'Eurozona dovrebbe avere "responsabilità e risorse proprie", ossia "un suo budget autonomo, seppure molto limitato, derivato da una fiscalità specifica, non già dai trasferimenti finanziari dei paesi che ne fanno parte". Ciò servirebbe a evitare che alcuni Paesi decidano per tutti, in virtù delle maggiori risorse trasferite al bilancio comunitario e/o direttamente ai partner.

A ben vedere, il budget autonomo derivante da una fiscalità specifica comporterebbe il serio rischio (mi spingerei a dire che sia una certezza) di un aumento del carico fiscale per i cittadini dell'Eurozona, dato che ben difficilmente ciò che verrebbe preteso a livello centrale sarebbe compensato da una diminuzione del carico fiscale a livello statale.

L'asimmetria attuale sarebbe quindi destinata a rimanere tale, con i tedeschi ragionevolmente a fornire più risorse, ma anche ad avere più peso decisionale all'interno della "autorità politica comune".

Né più, né meno di quanto avviene ora, con un conto più salato per i pagatori netti di tasse per far posto a qualche consumatore di tasse in più. Un prospettiva che potrebbe interessare a chi si candida a far parte di questa seconda categoria, ma che dovrebbe far rabbrividire chi, suo malgrado, fa parte della prima.


lunedì 27 aprile 2015

Scorie - Le chiacchiere non sono tagli

"Negli ultimi cinque anni la spesa primaria è cresciuta in termini nominali dell'1,2% l'anno, contro il 4,3% medio del decennio 2000-2009. Nei tendenziali si prevede di mantenere lo stesso profilo di crescita fino al 2019. Con una spesa previdenziale che crescerà del 2,7% l'anno, non sarà facile rispettare questo obiettivo. Per fare ancora meglio, come prevede la manovra, servono, appunto, veri e propri piani industriali settore per settore, sapendo anche che i risultati non saranno immediati."
(G. Pisauro)

Giuseppe Pisauro è presidente dell'Ufficio parlamentare di Bilancio, struttura creata per scimmiottare il Congressional Budget Office statunitense allo scopo di fornire valutazioni "indipendenti" sui provvedimenti di finanza pubblica impostati dal governo e dalla sua maggioranza parlamentare.

Parlando di spending review e DEF, Pisauro snocciola alcuni numeri che rendono evidente, se ancora ve ne fosse bisogno, che la spesa pubblica non solo non è calata finora, ma non calerà neppure in futuro, checché ne dicano da palazzo Chigi e dintorni.

La spesa pubblica negli ultimi 5 anni è aumentata dell'1.2 per cento nominale annuo, e Pisauro ci dice che c'è stato un miglioramento rispetto al ritmo di crescita del 4.3 per cento medio del periodo 2000-2009. Ci dice anche che tendenzialmente la spesa continuerà a crescere nei prossimi anni come negli ultimi 5.

Quindi, come ho più volte sottolineato, la spesa pubblica, nonostante si parli di tagli, non diminuisce in valore assoluto. Se va bene aumenta a un ritmo inferiore rispetto al passato.

Quanto alla riduzione della crescita media annua dal 4.3 all'1.2 nominale, è bene considerare come è andato il Pil nominale negli stessi periodi di riferimento. Ebbene: nel decennio 2000-2009 il Pil è cresciuto del 3.07 per cento medio annuo in termini nominali. Questo significa che la spesa ha avuto un ritmo di crescita del 40 per cento superiore a quella del Pil. Negli ultimi 5 anni, il Pil ha avuto una crescita media annua dello 0.53 per cento in termini nominali. Questo significa che la crescita della spesa pubblica è stata pari al 126 per cento di quella del Pil.

I sostenitori "senza se e senza ma" dello stato sociale tireranno in ballo l'aumento delle prestazioni sociali a fronte della crisi, quindi un Pil calante in termini reali e appena sopra zero in termini nominali.

Il fatto è che non c'è stata e credo non ci sia ancora la volontà di tagliare la spesa. E le conseguenze di questa mancanza di volontà sono ben note: tassazione elevata e, ciò nonostante, debito pubblico in aumento.

Tutto il resto sono chiacchiere.


venerdì 24 aprile 2015

Scorie - Renzi non è Houdini

"Questo governo e il suo premier Renzi hanno una capacità: far credere quello che in realtà non è, un po' come il famoso Houdini."
(G. Barozzino)

Giovanni Barozzino, divenuto noto per una vertenza sindacale in quota Fiom quando era operaio allo stabilimento FIAT di Melfi, è stato successivamente messo in lista da SEL per il Senato, dove ha un seggio dal 2013.

Durante un intervento nel quale ha criticato il governo a proposito del DEF e del Jobs Act, Barozzino ha paragonato Renzi a Houdini.

Le critiche rivolte al governo (sulle quali non mi interessa entrare nel merito, ma che sono un classico del sinistrismo Fiom-SEL), mostrano già in partenza di poggiare su basi del tutto fuorvianti.

Paragonare Renzi a Houdini è, infatti, del tutto fuori luogo, e credo sia una grave offesa alla memoria di Houdini. A differenza di Renzi, Houdini era illusionista di professione e non spacciava i suoi numeri per realtà allo scopo di acquisire consenso politico.

Le prestazioni professionali di Houdini erano a carico del pubblico (volontariamente) pagante o di chi (sempre volontariamente) lo ingaggiava, mentre Renzi è mantenuto da tutti i pagatori netti di tasse, compresi coloro che ne farebbero volentieri a meno (tra i quali il sottoscritto).

Se durante uno spettacolo Houdini si impossessava del denaro di uno spettatore senza mettergli le mani in tasca, alla fine restituiva il denaro al legittimo proprietario. Renzi, al contrario, continua a ripetere che mette soldi (peraltro non suoi) in tasca alla gente, ma poi fa il contrario.

Come diversi suoi predecessori e come con ogni probabilità diversi suoi successori, Renzi non fa altro che spacciare boccette di acqua non potabile per pozioni magiche. Il problema, tipico della tanto idolatrata democrazia, è che gli basta convincere la maggioranza di chi vota (ossia una netta minoranza della popolazione complessiva) per imporre la sua mercanzia a tutti quanti.

Anche a chi sa benissimo che in quelle boccette c'è solo acqua non potabile.


giovedì 23 aprile 2015

Scorie - Mirare correttamente

"Il mondo si trova di fronte alla prospettiva di un prolungato periodo di debole crescita economica. Ma rischio non significa destino: il miglior modo di evitare un esito di questo tipo è capire come incanalare ampi risparmi negli investimenti pubblici in grado di potenziare la produttività."
(M. Spence)

Micheal Spence, un economista insignito del premio Nobel i cui articoli trovo sempre particolarmente noiosi, ritiene che sia necessario rilanciare la domanda aggregata mediante un aumento della produttività. E come fare per aumentare la produttività? Bisogna "incanalare ampi risparmi negli investimenti pubblici in grado di potenziare la produttività".

Se la cosa vi suona vagamente keynesiana il vostro udito funziona correttamente. Prima ancora di discutere l'idea che il rilancio della produttività passi per gli investimenti pubblici, credo valga la pena di chiedersi se davvero il mondo disponga di "ampi risparmi". Nominalmente la cosa è vera, ma si tratta dell'effetto della pesante monetizzazione operata dalle banche centrali, soprattutto negli ultimi sei anni. Confondere dati nominali e reali è abbastanza pericoloso, dato che sull'idea che ci fosse un eccesso di risparmio la Fed, prima con Greenspan, poi con Bernanke, contribuì a gonfiare la bolla del cui scoppio si sentono ancora le conseguenze. E i cui effetti sono stati "tamponati" aumentando ancora le misure espansive, non limitandosi più ad agire sui tassi di interesse a breve termine, bensì aumentando la base monetaria mediante l'acquisto di asset di ogni genere e durata, soprattutto titoli del Tesoro.

Quindi che il mondo sia intasato di risparmi è per lo più un'immagine distorta dovuta all'interventismo monetario. Spence, comunque, ritiene che "investimenti pubblici correttamente mirati possono fare molto per incentivare le prestazioni economiche, generando rapidamente domanda aggregata, alimentando un aumento della produttività, incoraggiando l'innovazione tecnologica e incitando gli investimenti del settore privato con un conseguente aumento dei rendimenti. Pur non riuscendo a risolvere da un giorno all'altro l'ampia carenza di domanda, gli investimenti pubblici potrebbero però accelerare la ripresa e stabilire modelli di crescita più sostenibili".

Come mai non ci si è pensato prima: bastava fare investimenti pubblici "correttamente mirati" per ricreare l'Eden in questa valle di lacrime. Spence pare anche avere idea di come si faccia a "mirare correttamente": "i policymaker dovrebbero abbandonare l'idea sbagliata che gli investimenti con benefici pubblici ampi – per certi versi, non assegnabili – debbano essere interamente finanziati con fondi pubblici. Anzi, dovrebbero stabilire dei canali di intermediazione per i finanziamenti a lungo termine".

Quindi investimenti pubblici cofinanziati da privati. Nulla di nuovo, si tratta dei classici schemi di project financing. Spence sottolinea che "i policymaker debbano trovare il modo di garantire che gli investimenti pubblici forniscano dei rendimenti agli investitori privati".

Aggiunge che "esistono dei modelli come quelli applicati a porti, strade, sistemi ferroviari e al sistema di royalties per la proprietà intellettuale".

Qui il pagatore di tasse/utente di servizi pubblici dovrebbe cominciare ad avere sensazioni sgradevoli, perché se per qualcuno il rendimento è garantito, vuol dire che i rischi sono in capo ad altri. E gli altri, quando c'è di mezzo lo Stato, sono proprio i pagatori di tasse/utenti di servizi pubblici. I rischi si materializzano pagando più tasse per coprire investimenti in perdita in modo da garantire un rendimento ai partner dello Stato, oppure pagando più caro il servizio per rendere proficuo il progetto.

Ma Spence tranquillizza tutti, perché "con un approccio di questo tipo, il "new normal" dell'economia globale potrebbe passare dall'attuale traiettoria mediocre a una fondata sulla crescita robusta e sostenibile".

Bontà sua, sulla crescita almeno ha usato il condizionale. Il fatto che tanti "investimenti pubblici" abbiano portato perdite e lasciato debiti, invece, sarà stata solo una serie di sfortunate circostanze…


mercoledì 22 aprile 2015

Scorie - Figuriamoci gli altri

"Indesit delocalizza in Turchia e Polonia. Paesi che stampano propria moneta. Con l'uscita dall'Euro le aziende farebbero a gara a venire in Italia. Possibile che dobbiamo morire prima di capirlo? Il Governo si ostina a restare nell'Euro e porta la tassazione al 51% per rispettare gli assurdi vincoli europei."
(L. Di Maio)

Luigi Di Maio, deputato membro del direttorio del M5S e vice presidente della Camera dei deputati, è convinto che la delocalizzazione da parte di alcune aziende sia una conseguenza della cessione della sovranità monetaria da parte dell'Italia. A suo parere, se solo l'Italia potesse stampare moneta autonomamente i problemi sarebbero tutti risolti e le aziende " farebbero a gara a venire in Italia".

Premesso che questa gara a venire in Italia non era poi così piena di partecipanti ai tempi della lira, se c'è una cosa che viene stampata a volontà sono gli euro, in particolare negli ultimi anni. Di Maio potrà forse non gradire come questi euro vengono allocati, ma ciò non significa che ce ne siano pochi o che ne vengano stampati pochi. Tra l'altro, i principali beneficiari degli euro freschi di emissione sono gli Stati, Italia inclusa, che si stanno indebitando a tassi di interesse eccezionalmente bassi.

Ciò significa che se la tassazione era, è, e rimarrà elevata non è perché non vi siano alternative per rispettare quelli che Di Maio considera "assurdi vincoli europei". Si potrebbe anche ridurre la spesa pubblica, e di spazio ce ne sarebbe tanto. Ma questo è un argomento del quale ai governanti (più o meno tutti) piace parlare, senza poi dar seguito alle parole.

Magari in Turchia e Polonia le imprese incontrano meno ostacoli burocratici, oltre che fiscali. Non credo proprio che chi decide di aprire un impianto produttivo da quelle parti lo faccia perché stampano moneta propria.

P.S.: dicono che Di Maio sia uno dei migliori del M5S. Figuriamoci gli altri.


martedì 21 aprile 2015

Scorie - La Fed non aiuta l'americano medio

"Ciò di cui la gente non si rende conto è che inflazione e deflazione ci sarebbero anche se non ci fosse la Fed. Prima del 1913, quando venne fondata la Fed, inflazione e deflazione avevano forti sbalzi. Inizialmente la Fed non fermò tali andamenti. Ma in anni recenti ha adottato un target di inflazione del 2 per cento, in che significa che cerca di far sì che l'inflazione cresca a un tasso lento e prevedibile. Questo ha salvato i guadagni di una vita di molte persone dagli andamenti improvvisi un tempo consueti."
(N. Smith)

Quella raccontata da Noah Smith a proposito dell'inflazione e della deflazione è una versione dei fatti caratterizzata da incompletezza e parzialità. Probabilmente il problema è da individuare nel fatto che, come quasi tutti coloro che hanno studiato in facoltà di economia con docenti mainstream, Smith non ha avuto alcuna curiosità di approfondire l'argomento attingendo a fonti alternative, oltre che andando oltre il mero andamento degli indici dei prezzi al consumo.

In fondo quello della definizione di inflazione e deflazione resta un problema non banale: il passaggio pressoché definitivo dal considerare inflazione e deflazione in funzione delle variazioni della quantità di moneta a identificarle con un aumento o una diminuzione di indici dei prezzi al consumo non consente, a mio parere, di valutare correttamente la storia economica, né di avere un impianto teorico adeguato a valutare correttamente gli effetti delle politiche monetarie e del sistema della riserva frazionaria.

Smith constata che anche prima dell'istituzione della Fed non vi era stabilità dei prezzi, ma c'erano oscillazioni. Premesso che quello di stabilità dei prezzi è ovviamente un concetto condizionato da quanti e quali prezzi vengono presi in considerazione e che, anche dato il sottoinsieme arbitrariamente preso a riferimento, non tutti i prezzi variano allo stesso modo, ciò che occorre fare è cercare di verificare se prima dell'istituzione della Fed il sistema fosse privo di manipolazioni monetarie oppure no.

Indubbiamente vi sono cause attribuibili a dinamiche di domanda e offerta di mercato che prescindono da fattori esogeni, ma è bene tenere in considerazione che i periodi che oggi verrebbero identificati come inflattivi e che spesso sono presi a riferimento per dimostrare che il gold standard non funzionava meglio di un sistema fiat erano anche caratterizzati da un'espansione di mezzi sostitutivi della moneta merce ben superiore alle riserve a disposizione delle banche.

Peraltro questa espansione era limitata dal fatto che le banche non avevano una rete di protezione in caso di corsa agli sportelli. E in effetti uno dei motivi fondamentali per l'istituzione della Fed fu di istituzionalizzare il cartello bancario, anche se ufficialmente ciò doveva servire a garantire la stabilità del potere d'acquisto della moneta.

Smith sembra essere stupito del fatto che l'americano medio nutra una certa diffidenza nei confronti della Fed, sostenendo che, al contrario, la banca centrale abbia "salvato i guadagni di una vita di molte persone". In realtà, anche se negli ultimi due decenni la crescita dell'indice dei prezzi al consumo è stata mediamente pari al 2.3 per cento annuo, l'americano medio percepisce un peggioramento del proprio tenore di vita. E' evidente che il problema consiste nel limitare la valutazione dell'operato della banca centrale prendendo come riferimento l'andamento di un (arbitrario) indice di prezzi al consumo.

Il principale effetto redistributivo delle politiche monetarie, infatti, ha avuto per oggetto la variazione dei prezzi delle attività finanziarie e reali, i cui vantaggi non sono andati all'americano medio, bensì a quello benestante, soprattutto se appartenente a coloro che per primi beneficiano del denaro creato dal nulla. Quelli che potrebbero essere definiti, parafrasando Calhoun, consumatori di inflazione.

Tutto ciò detto, un sistema nel quale i prezzi al consumo crescono in modo "lento e prevedibile" per via dell'operato della banca centrale non può al tempo stesso essere "utile" all'economia, come sostengono i fautori dell'inflation targeting, senza essere redistributivo. L'aumento della quantità di denaro non corrisponde, infatti, a un aumento della ricchezza reale. Ammesso e non concesso che il suo effetto sia "prevedibile" quanto all'andamento dei prezzi al consumo, deve essere imprevedibile (quanto meno non prevedibile da tutti) con riferimento ad altri prezzi. Altrimenti non avrebbe alcun senso. Ma il fatto che i debitori "seriali" siano grandi sostenitori dell'attivismo delle banche centrali dovrebbe rendere evidente che il risparmiatore medio ha più di un motivo per essere diffidente nei confronti della Fed.


lunedì 20 aprile 2015

Scorie - La presidenta canta

"Per essere solido un sistema democratico deve dare risposte alle sofferenze; significa dare lavoro ai giovani, sostenere piccoli imprenditori e artigiani piegati dalla crisi. Vuol dire applicare l'art.3 della costituzione."
(L. Boldrini)

Laura Boldrini non dice mai cose particolarmente interessanti. Però se si cerca un carico esorbitante di retorica politically correct si può essere certi che leggendo o ascoltando una sua dichiarazione non si resterà delusi (se così si vuol dire).

Quale migliore occasione, poi, del settantesimo anniversario della Liberazione, con i festeggiamenti che alla Camera sono iniziati con una settimana di anticipo, per la gioia di Boldrini, con tanto di "Bella ciao" intonata (o stonata) sul finale dai deputati sinistrorsi, come se fossero a una qualsiasi festa dell'Unità o in una sezione del loro partito.

E' quasi inevitabile che in una circostanza del genere la presidenta vada oltre le consuete frasi fatte sulla resistenza per ricordarci quali sono i doveri di un sistema democratico. Che sarebbero, nell'ordine: dare risposte alle sofferenze, dare lavoro ai giovani, sostenere piccoli imprenditori e artigiani piegati dalla crisi. In poche parole, applicare l'articolo 3 della costituzione.

Credo che neppure il più comunista dei cosiddetti padri costituenti sarebbe arrivato ad attribuire all'articolo 3 una accezione così grossolanamente egualitaria; ma tant'è.

Il fatto è che riempirsi la bocca di fare del bene al prossimo senza farlo in prima persona, ma pretendendo di imporre ad altri di farlo, a prescindere dal loro punto di vista, finisce per causare sofferenze per alleviare altre sofferenze. Che è poi quanto accade solitamente nei paradisi socialisti.

Il fatto è anche che il lavoro ai giovani non lo si può dare per decreto; per meglio dire, per decreto si può dare uno stipendio a giovani o meno giovani, ma sempre privando altri di risorse di cui sono legittimi proprietari. Un esercizio che, se effettuato su larga scala, oltre a essere ingiusto è pure insostenibile.

Il fatto è, infine, che i piccoli imprenditori e gli artigiani sono stati piegati dalla crisi anche perché zavorrati da uno Stato che non dovrebbe sostenerli, bensì evitare di considerarli tutti potenziali criminali fino a prova contraria, mettendo sulla loro strada ostacoli a ripetizione e pretendendo i due terzi (o più) del frutto del loro lavoro.

A pensarci bene, sarebbe stato meglio se si fosse limitata a cantare "Bella ciao".


venerdì 17 aprile 2015

Scorie - Traduzione

"Qualche giorno fa ho letto un articolo di Marco Piantini, che risulta essere Consigliere per gli Affari europei del Presidente del Consiglio (a proposito: ma quanti consiglieri ha Renzi?), denso di retorica modello "serve più Europa". Ho quindi pensato di prenderne i passaggi più significativi (o meno insignificanti) e di darne un'interpretazione volta a togliere il tipico velo politically correct."

La crisi che colpisce l'Europa dal 2008 avrebbe travolto le nostre economie senza lo scudo dell'euro, ma ha anche mostrato i limiti dell'architettura istituzionale dell'Eurozona. Occorre avere fino in fondo questa duplice consapevolezza: tanto dell'indispensabilità dell'Unione economica e monetaria, quanto della sua incompletezza nonostante i progressi fatti negli ultimi anni, quali il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria e l'Unione bancaria.

Traduzione:

Anche se non si sa come sarebbe effettivamente andata, cominciamo col dire che senza l'euro sarebbe stato "pianto e stridore di denti"; probabilmente adesso saremmo tornati nelle caverne, per cui serve più Europa.

Se il quadro politico complessivo in Europa pone diversi ostacoli su quella via non possiamo però sottrarci alla responsabilità di un forte impegno per superarli. Non deve spaventare questa prospettiva, quanto in primo luogo stimolare a un maggior sforzo nell'informazione e nel dialogo con i cittadini.

Traduzione:

Nonostante la propaganda martellante, sempre più cittadini europei non sono entusiasti dell'Europa, ma questo non deve spaventarci, bensì indurci ad aumentare la propaganda.

Diverse volte in momenti di crisi, la Comunità prima e l'Unione poi ha saputo trovare motivazioni e slancio per ripensare il proprio funzionamento e per trovare soluzioni impreviste, ma coraggiose. Anche stavolta può essere così se saremo consapevoli che non esistono soluzioni facili per la definizione di una architettura istituzionale compiuta. Ma esistono battaglie politiche per le quali vale la pena spendersi a livello nazionale e a livello europeo. Ed esistono percorsi graduali e realistici, guidati da un comune senso di direzione, che puntino a superare diffidenze reciproche e resistenze di vario tipo.

Traduzione:

Far crescere il peso dell'eurocrazia non è stato sempre facile, ma finora ci siamo riusciti e, anche se non sarà facile, l'acquisizione di nuovi poteri è una battaglia politica che vale la pena combattere. Sarà il caso di pensare a percorsi graduali, dato che a forza di infinocchiare i cittadini europei la loro diffidenza è aumentata.

Volendo usare una formula, dopo il whatever it takes finanziario, occorrerebbe da parte delle Istituzioni comunitarie un whatever it takes politico. È ormai evidente infatti che l'unione monetaria, che ci fa da scudo rispetto a un mondo e a una economia sempre più globalizzati, per dare tutti i suoi frutti deve svilupparsi su due fronti: orientare le sue politiche verso la crescita economica e completare la costruzione di strumenti comuni di governo più efficaci e con maggiori garanzie di controllo democratico e di accountability.

Traduzione:

Se la BCE è disposta a fare qualsiasi manipolazione monetaria per cercare di tenere a galla un sistema gonfio di debiti impagabili, la politica non può starsene con le mani in mano. Da un lato deve smetterla di (far finta) di preoccuparsi di deficit e debiti eccessivi, dato che la BCE stampa euro a volontà monetizzando, sia pure indirettamente, quei debiti. Dall'altro deve arrivare a un'unione fiscale.

I quattro presidenti - di Commissione europea, Consiglio europeo, Bce ed Eurogruppo - presenteranno al Consiglio europeo di giugno un rapporto sul futuro della governance dell'Unione economica e monetaria. È auspicabile che il rapporto apra un più ampio dibattito su questo tema, solo all'apparenza di natura tecnica e riservato a cultori di temi istituzionali. E al di là della scadenza del Consiglio europeo di giugno si delinei una prospettiva più ampia. Il vero nodo politico è come costruire realisticamente quella prospettiva.

Traduzione:

I quattro presidenti diranno che serve più Europa. Sarà bene aprire un dibattito e far finta di voler coinvolgere anche chi subirà questi cambiamenti senza avere in realtà alcuna voce in capitolo. Il vero nodo politico è come convincere chi avrà da rimetterci.

Il rapporto dei quattro presidenti può essere una tappa importante per ribadire la necessità di profonde riforme in ciascuno Stato, e insieme per delineare un sistema di incentivi e sostegni; per proporre una capacità fiscale e di prestito autonoma per l'euro, che possa avviare politiche economiche anticicliche, e quindi sostenere attivamente l'economia (Unione di bilancio); per sottolineare che gli attuali squilibri interni all'Unione monetaria sono un rischio; per approfondire quanto può essere fatto a trattato vigente e con lo strumento delle cooperazioni rafforzate; per riprendere la riflessione sullo scenario dell'Unione politica; e soprattutto per avviare un rafforzamento della dimensione sociale e democratica della zona euro e dell'Ue nel suo complesso.

Traduzione:

L'ideale sarebbe convincere chi oggi è contrario ad andare verso un'unione dei trasferimenti a senso unico, in cui qualcuno paga sempre e qualcun altro incassa sempre. Meglio sarebbe con una tassazione su base europea e un debito messo in comune, in modo tale da poter aumentare il deficit senza problemi di divergenze nei rendimenti dei diversi titoli di Stato. I tedeschi devono convincersi che non possono continuare ad avere una bilancia commerciale in attivo per oltre 6 punti di Pil. Se poi, con tutte le apparenze democratiche del caso, si arrivasse a un'unione politica, tanto meglio.

Non è tempo per una vuota retorica, ma per completare la costruzione di un edificio ancora non del tutto compiuto, quello della democrazia europea. È un tema indispensabile per evitare che il processo di integrazione sia considerato dai cittadini europei come causa di problemi piuttosto che come parte fondamentale per la loro soluzione. Da questo punto di vista, è ineludibile che chi ha a cuore il tema della democraticità delle decisioni in ambito di politiche economiche parta dal rafforzamento del metodo comunitario, quindi del ruolo del Parlamento europeo, senza escludere una riflessione su originali modalità organizzative all'interno del Parlamento europeo stesso e con un migliore coinvolgimento dei Parlamenti nazionali per garantirne il controllo democratico su decisioni relative alla zona euro.

Traduzione:

Ovviamente anche se la mia è vuota retorica, lo nego, e riaffermo che serve più Europa. E' indispensabile che i cittadini non percepiscano l'Europa come un problema, ma come una soluzione, quindi è necessario rimescolare le carte e inventare qualche nuovo trucco per far credere loro che con più Europa loro conteranno di più.


giovedì 16 aprile 2015

Scorie - Georgisti di ritorno

"Per combattere la disuguaglianza nella ricchezza, ciò di cui abbiamo realmente bisogno non è redistribuire redditi dalle imprese, ma dai proprietari terrieri. Come si può fare? Consentire di costruire di più nelle aree urbane sarebbe un buon punto di partenza. Ma la vera arma è la tassa di Henry George, o tassa sul valore dei terreni. E' simile a una tassa sulla proprietà, ma tassa solo il valore dei terreni, non il valore delle strutture costruite sui terreni stessi. Incoraggia un uso efficiente dei terreni ed è il modo più efficiente per redistribuire ricchezza."
(N. Smith)

Come è noto, il libro che si occupa di economia che ha avuto più risonanza nei media nel corso del 2014 è "Il Capitale nel XXI secolo" di Thomas Piketty. La tesi contenuta in quel libro è che il tasso di rendimento del capitale è superiore a quello di crescita del Pil, il che porterebbe a un progressivo aumento della diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza a favore dei proprietari di capitale. Per ovviare a tutto ciò, Piketty ipotizza il massiccio ricorso alla scure fiscale a fini redistributivi, togliendo al capitale per dare al lavoro (mi si passi l'estrema semplificazione).

Noah Smith di dice in disaccordo con Piketty, quanto meno su come "combattere la disuguaglianza nella ricchezza". A suo parere, "il modo più efficiente per redistribuire ricchezza" è "la tassa di Henry George", dal nome del suo proponente. Si tratta di una imposta (che nella proposta di George dovrebbe essere unica) che colpisce la rendita dei terreni, con la modica aliquota del 100 per cento. Di fatto sarebbe un modo indiretto per espropriare i proprietari.

Chi sostiene la tassa unica georgista lo fa per motivi economici, per motivi morali, o per entrambi. Dal punto di vista economico, il presupposto sarebbe che il semplice fatto di essere proprietari di un terreno non comporta lo svolgimento di alcun servizio produttivo, pertanto non sarebbe giustificata la percezione di rendite. Dal punto di vista morale, l'argomento principale consiste nel ritenere ingiusto che qualche individuo sia proprietario di beni considerati doni di Dio, pertanto beni di tutti.

Smith vorrebbe introdurre la tassa di Henry George in quanto la ritiene "il modo più efficiente per redistribuire ricchezza", quindi si ferma al punto di vista economico.

In realtà ogni distribuzione di ricchezza non derivante da scambi volontari ha controindicazioni sia dal punto di vista dell'efficienza economica (la storia insegna che il mercato alloca le risorse in modo più efficiente dello Stato), sia con riferimento all'equità, non essendo equo né giusto aggredire la proprietà di Tizio per beneficiare Caio.

Murray Rothbard si occupò a più riprese di mettere in evidenza i limiti tanto economici quanto morali del georgismo (su tutti segnalo "The Single Tax: Economic and Moral Implications" e "A Reply to Georgist Criticism", disponibili su mises.org).

Credo che a Smith non avrebbe fatto male leggere anche Rothbard prima di scrivere quel pezzo.


martedì 14 aprile 2015

Scorie - Crede che siamo tutti DEFicienti?

"Non ci sono tasse nuove, anzi è finito il tempo delle tasse da aumentare. È un punto fondamentale, chiaro, centrale per il paese. Dobbiamo far sì che i sacrifici non li facciano più i cittadini."
(M. Renzi)

Questa affermazione di Matteo Renzi non risale alla primavera del 2014, quando pure credo avrebbe avuto senso accoglierla con scetticismo. E' stata pronunciata dal presidente del Consiglio lo scorso 10 aprile, in occasione della presentazione del Documento di Economia e Finanza (DEF).

Credo che, arrivati a questo punto, lo scetticismo dovrebbe essere il sentimento prevalente anche tra i più convinti sostenitori di Renzi, non fosse altro per il fatto che è sufficiente scorrere lo stesso DEF per rendersi conto che i numeri lo smentiscono già ex ante. Le entrate dello Stato sono previste in aumento, sia in termini assoluti, sia in rapporto al Pil.

Probabilmente Renzi conta sul fatto che quasi nessuno legga quel documento; oppure ritiene che sia sufficiente attribuire la colpa dell'aumento della pressione fiscale alle regole contabili di Eurostat, in base alle quali il bonus da 80 euro viene contabilizzato come aumento di spesa e non riduzione di entrate.

Ma il tempo delle chiacchiere dovrebbe essere ormai abbondantemente scaduto. I soldi per evitare l'aumento di Iva e accise nel 2016 non sono ancora stati trovati, ma Renzi parla addirittura di un "tesoretto" da 1.6 miliardi, e ovviamente il fatto che tra poco si voti in alcune regioni è del tutto casuale.

Credo non sia necessario aggiungere altro.


lunedì 13 aprile 2015

Scorie - Temere la scarsità di debito è davvero troppo

"Tra il 2007 e il 2013 il debito medio nell'euro area è aumentato di 30 punti di Pil ed è ora al 95% del Pil. Non è un livello assoluto alto se confrontato con Usa e Giappone. Ma il fatto che la governance europea sia caratterizzata da una politica monetaria unica e politiche di bilancio decentrate rende la crescente diversità dei livelli di debito da Paese a Paese un problema per la stabilità interna dell'euro area."
(C. Bastasin)

Carlo Bastasin è uno dei tanti sostenitori del "serve più Europa". Anche se cerca di utilizzare argomentazioni tecniche, dietro il velo della retorica si arriva sempre al solito punto: il "più Europa" finirebbe con l'equivalere a "più redistribuzione" su scala europea, cosa che è di per sé discutibile, e lo diventa a maggior ragione quando a perorare cause del genere sono persone che vivono in Stati ingolfati di debito.

Bastasin sostiene che

È importante avere chiare le cause che hanno provocato l'aumento del debito. Secondo dati del Fondo monetario, un terzo dell'aumento del debito è dovuto agli aiuti pubblici alle banche.
La parte preponderante dell'aumento di debito dovuto alla crisi, quasi il 60%, è invece conseguenza della spesa per interessi provocata dalla crisi stessa. Solamente il 4% dell'aumento totale del debito è dovuto a disavanzi primari di bilancio più alti di quanto era consigliabile secondo le regole della governance economica. La regola non scritta del "moral hazard", cioè il timore che i governi abusino dei margini di bilancio in violazione delle regole, è cioè smentita dai fatti. I 18 governi si sono comportati dal punto di vista fiscale in modo molto più virtuoso di quanto tendiamo a credere. Con le buone o con le cattive, durante la crisi la regola del "fare i compiti di casa" è stata internalizzata.

Se la maggior parte dell'aumento del debito (nei Paesi periferici) è riconducibile all'incremento della spesa per interessi, occorre chiedersi perché essa si sia verificata. Se allo scoppio della crisi si fosse stati in presenza di debiti e/o deficit contenuti, non si vede per quale motivo ci sarebbe dovuto essere un andamento divergente nei tassi di interesse sul debito pubblico tra Paesi periferici e Germania.

Ciò detto, la regola del "moral hazard" non è affatto smentita dai fatti. I fatti dicono che negli anni precedenti la crisi, quando il debito dei Paesi periferici era prezzato quasi allo stesso livello di quello tedesco, nei Paesi periferici si è lasciata correre la spesa pubblica (avendo meno interessi da pagare) invece di riportare stabilmente sotto controllo i conti riducendo l'intermediazione statale nell'economia.

I fatti dicono anche che se non c'è stato (o è stato limitato) moral hazard nel mezzo della crisi è perché la disciplina fiscale è stata ottenuta "con le buone o con le cattive", come riconosce lo stesso Bastasin. Avrei capito, tra l'altro, se avesse sottolineato che il rigore riservato ai Paesi periferici non è stato utilizzato nei confronti della Francia, il cui deterioramento nei conti pubblici prosegue da anni senza che arrivino veri strali da Bruxelles o da Berlino.

Dopo aver ricordato il ruolo (a suo dire) positivo svolto dalla Bce, Bastasin arriva al cuore del "serve più Europa", ossia una politica di bilancio comune.

Resta interamente scoperto l'impiego della politica di bilancio per il necessario sostegno della crescita e per una gestione non traumatica dell'eccesso di debito pubblico e dei suoi effetti asimmetrici sui Paesi. Se si vuole ridisegnare una governance economica europea per il futuro bisogna ripartire da una politica di bilancio comune per l'euro area. Gli eurobond non sono una prospettiva realistica.
 
L'impostazione è quella tipicamente keynesiana che vede nell'utilizzo del bilancio pubblico un propulsore di crescita economica. Non entro nel merito, avendolo fatto in tante altre occasioni. Bastasin riconosce che gli eurobond non sono una prospettiva realistica perché la Germania, il cui debito pubblico in rapporto al Pil potrebbe diminuire nei prossimi anni, finirebbe per avere una quota minore di flussi in entrata rispetto alla garanzia apportata al debito in comune.

Il fatto è che qualsiasi soluzione "solidaristica" porta alla stessa conclusione. Basta leggere il passaggio successivo.

Affiancare alle politiche di bilancio nazionali una politica fiscale per l'euro area potrebbe risolvere il problema. Per esempio ponendo un obiettivo di riduzione del rapporto debito/Pil al 60% per l'euro area nel suo insieme, l'area rimarrebbe la più stabile del mondo, ma i Paesi più indebitati avrebbero margini comodi di aggiustamento più graduale e con minore impatto restrittivo. L'offerta di titoli pubblici, essenziali al funzionamento del sistema finanziario, non scomparirebbe. Si avrebbero benefici in termini di stabilità, di equità e di crescita.

Queste affermazioni di Bastasin fanno semplicemente a pugni con la realtà. Partendo da un debito medio pari al 95 per cento del Pil, se si ponesse l'obbiettivo del rientro al 60 per cento a livello medio e non di singolo Paese si costringerebbe comunque chi ha meno debito a rientrare più velocemente di chi ne ha di più. In sostanza, la minore restrizione di chi ha accumulato più debito in passato andrebbe a discapito della maggiore restrizione di chi ne ha accumulato meno. Come questo possa essere definito "equo", francamente mi sfugge.

Un'ultima considerazione: sostenere che l'offerta di titoli pubblici "non scomparirebbe" è per lo meno ridicolo. Il riferimento è alla Germania, che in effetti, se proseguisse il trend in atto, non avrebbe nei prossimi anni un'offerta netta positiva per via di un deficit annuo sostanzialmente azzerato. Ma questo non significa che non ci sarebbe un'offerta lorda per rifinanziare (in larga misura) il debito che giunge a scadenza.

Se si arriva ad avere il timore che non ci sia abbastanza nuovo debito pubblico in offerta, secondo me si dovrebbe riflettere seriamente se si abbia coscienza della realtà.


venerdì 10 aprile 2015

Scorie - Socialismo monetario globale

"Una moneta globale servirebbe a garantire una stabilità generale, con un meccanismo automatico adatto a combattere gli sbilanci dei singoli Paesi, nonché ad assicurare l'esistenza di un prestatore di ultima istanza, che possa creare politiche anticicliche e stabilizzare la crescita del Prodotto Lordo Globale. Non sarebbe questo, tra l'altro, uno strumento fondamentale per realizzare quello in cui Bretton Woods ha fallito, cioè politiche finanziarie ed economiche globali che eliminino le pesanti diseguaglianze finora create e garantire una vera pace?"
(G. Rossi)

Non si può certo negare a Guido Rossi una certa coerenza: a suo parere ogni problema andrebbe risolto a livello globale. Quindi, tra le tante cose che dovrebbero caratterizzare una governance globale, ci sarebbe anche una moneta.

In questo caso Rossi non fa altro che rilanciare l'idea che Keynes propose alla conferenza di Bretton Woods nel 1944. Idea che non passò anche perché gli Stati Uniti avevano tutto l'interesse a far sì che il ruolo di moneta globale fosse svolto dal dollaro.

A mio parere il problema principale in tutti questi progetti globalisti consiste nel fatto di ritenere che se l'interventismo ha fallito a livello locale/nazionale, la soluzione sia un interventismo su base planetaria. Si tratta di una posizione priva di logica, perché se non esistono persone onniscienti a livello locale, non possono di certo essercene su scala globale.

L'unico esito certo sarebbe un inferno socialista di proporzioni ben più ampie di quelli attualmente sparsi nel mondo.

Nel caso della moneta, poi, sarebbe bene riconoscere che questo mezzo di scambio non è stato introdotto per volontà di un sovrano nella notte dei tempi, bensì si è sviluppato come ordine spontaneo (e tende a svilupparsi come ordine spontaneo in ogni contesto nel quale non vi sia una moneta).

E' certamente possibile che in un sistema di monete in concorrenza e non gestite da Stati si giungerebbe ad averne una utilizzata in modo prevalente a livello globale. In fin dei conti i metalli preziosi sono stati una sorta di moneta globale per secoli, ancorché a livello locale assumessero denominazioni differenti.

Ben diverso, però, sarebbe avere una unica moneta fiat a livello globale, gestita da una banca centrale mondiale, che keynesianamente "possa creare politiche anticicliche e stabilizzare la crescita del Prodotto Lordo Globale". In sostanza si tratterebbe di avere uno strumento di redistribuzione su scala globale, che secondo Rossi agirebbe "con un meccanismo automatico".

Ora, non si capisce come mai se questo automatismo può realmente funzionare e risolvere i problemi del ciclo economico, non li abbia sin qui risolti a livello locale (per esempio in Italia, ma anche altrove). Per questo non può essere giustificata altrimenti, se non con il desiderio di fare l'ennesimo esperimento socialista, la ben nota invocazione da parte degli "europeisti senza se e senza ma" di fare dell'area euro un'unione fiscale oltre che monetaria. Passaggio a loro parere indispensabile per porre rimedio alle asimmetrie di una politica monetaria unica affiancata a una politica fiscale diversa per ogni Paese aderente.

Ciò porterebbe a trasferimenti da un Paese all'altro al pari di quello che già oggi avviene a tra regioni di un singolo Paese. Una redistribuzione continua (e probabilmente a senso unico) del tutto involontaria che può certamente piacere ai socialisti (nel caso dell'area euro, soprattutto ai socialisti dei Paesi periferici), ma che toglierebbe ancora più spazio al libero mercato, oltre a rivelarsi con ogni probabilità insostenibile tanto a livello economico quanto a livello politico.

Peggio ancora mi sembra, quindi, l'idea di poter "garantire una stabilità generale" mediante un esperimento di governo globale della moneta (e dell'intera economia).

Se Bretton Woods ha fallito, non è stato per una carenza di global-socialismo.


giovedì 9 aprile 2015

Scorie - Chi crea benessere? Non chi governa

"Abbiamo bisogno di recuperare il coraggio che ebbero i padri fondatori del progetto europeo. Non possiamo fermarci a metà del guado, dobbiamo lavorare a una maggiore integrazione perché solo così saremo in grado di creare maggiore benessere e migliore qualità della vita per i cittadini europei."
(S. Gozi, P. C. Padoan)

Al termine di quello che gli stessi autori di questa dichiarazione hanno definito un "brainstorming" sulle prospettive dell'integrazione europea, Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari e alle Politiche europee, e Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia e delle Finanze, hanno sentito l'esigenza di usare badilate di retorica europeista.

L'assunto, ormai divenuto un classico, è sempre lo stesso: l'area euro non può essere solo un'unione monetaria, serve l'integrazione politica. Un punto di vista piuttosto diffuso, almeno a parole, tra i governanti dell'eurozona. Le prospettive di ciascuno di essi, peraltro, sono abbastanza diverse.

I governanti dei Paesi periferici invocano più solidarietà, e loro colleghi dei Paesi centrali, tedeschi in primis, temono in questa richiesta di dover far pagare ai propri cittadini i debiti altrui. A loro volta, i governanti dei Paesi centrali sarebbero d'accordo nell'unire anche la politica fiscale, ma i loro colleghi dei Paesi periferici temono che ciò comporti una subordinazione alla Germania.

A mio parere c'è del vero in entrambe le posizioni, ma non intendo entrare nel merito delle stesse. Vorrei, invece, evidenziare il vuoto totale dietro la retorica degli europeisti "de noantri". La "maggiore integrazione" a cui fanno riferimento non ha nulla a che vedere con l'eventuale "maggiore benessere e migliore qualità della vita per i cittadini europei". Chi governa, lo faccia a livello locale o a livello europeo, non "crea" benessere. Il benessere dipende dalle azioni degli individui e ognuno è giudice unico del proprio benessere.

A mio parere, poi, l'integrazione intesa come tendenza a uniformare tutto e tutti a prescindere dal parere degli individui non può, per definizione, favorire un maggior benessere, se non per coloro che vivono nei sempre più vasti apparati politico-burocratici comunitari.

La forma originaria di Unione europea, a prescindere da ciò che pensassero i cosiddetti padri fondatori, consisteva, pur con tutte le sue imperfezioni, in una rimozione di barriere alla circolazione di persone e beni tra i Paesi aderenti.

Se lasciati liberi di interagire volontariamente, gli individui possono certamente raggiungere un benessere maggiore rispetto a una situazione nella quale sono soggetti a barriere e restrizioni più o meno vincolanti. Cosa ben diversa è cercare di uniformarne le abitudini, quasi a forzarne l'integrazione, con l'approccio top-down tipico dei pianificatori.

Questa, purtroppo, è divenuta da tempo l'idea di integrazione degli europeisti "senza se e senza ma", ed è, a mio parere, il motivo principale per cui la maggiore integrazione è destinata a peggiorare (ulteriormente) il benessere dei cittadini europei.


mercoledì 8 aprile 2015

Scorie - Nuovo DEF, solite chiacchiere

"La revisione della spesa non è il tentativo di far del male ai cittadini, ma di utilizzare meglio i loro soldi. Non tocca la carne viva dei cittadini, ma gli sprechi della P.A. E' sconvolgente che ci siano migliaia di partecipate, tagliarle è un favore ai cittadini. Abbiamo centinaia di realtà che acquistano prodotti informatici. Perché non possiamo ridurre le spese informatiche? La spending la facciamo perché è giusta non perché ci servono i soldi."
(M. Renzi)

Matteo Renzi ha approfittato della conferenza stampa in cui ha presentato il Documento di Economia e Finanza per tornare sul tema della spending review. Un argomento sul quale la divergenza tra il dire e il fare è quanto mai evidente.

Un anno fa Renzi aveva da poco defenestrato Enrico "stai sereno" Letta e già faceva vedere agli italiani le prime slides, alcune delle quali dedicate proprio alla spending review. Secondo Renzi si poteva tagliare molto più di quello che stava ipotizzando l'allora commissario alla spending review, Carlo Cottarelli.

Come è andato il 2014 è storia nota: Cottarelli è stato invitato a tornare al FMI, mentre il maggior deficit rispetto a quanto programmato (0.4 per cento di Pil) è dovuto a tagli di spesa non fatti. E le clausole di salvaguardia fatte di aumenti di Iva e accise nel 2016 e 2017 che adesso Renzi garantisce saranno eliminate sono state introdotte nella legge di stabilità (sempre da Renzi & company) proprio perché non si è concretizzata la spending review.

Per esempio, la storia delle 8.000 partecipate che devono scendere a 1.000 è ormai un classico che Renzi continua a tirare fuori, senza peraltro che la riduzione abbia avuto inizio. Più o meno lo stesso copione seguito con la vendita su eBay delle auto blu.

La spending review andrebbe fatta effettivamente perché è giusto farla, ma non per "utilizzare meglio" i soldi dei cittadini, semplicemente per tassarli veramente di meno, e non a parole o tassando meno Tizio mazzolando di più Caio.

Se, poi, a essere tagliati saranno i trasferimenti agli enti locali senza che a questi sia impedito di aumentare i balzelli di loro competenza, le tasse molto probabilmente finiranno per aumentare.

Pochi giorni fa sono stati resi noti i dati su entrate e uscite consolidate delle amministrazioni pubbliche. Nel 2014, al netto degli interessi sul debito pubblico, la spesa pubblica è stata pari a 692.331 miliardi, 8.300 miliardi in più rispetto al 2013. Le entrate sono invece state pari a 769.883 miliardi, 6.706 miliardi in più rispetto al 2013. Renzi può anche spostare 6-7 miliardi relativi al bonus di 80 euro che ha concesso ai dipendenti con redditi medio-bassi, ma resta pur sempre evidente che, a livello macro, non c'è stato alcun calo di spesa, né di tasse. Il che, a livello micro, significa che molti italiani hanno subito nel 2014 una mazzolata superiore al 2013 (un trend consolidato, purtroppo).

Sulla discrepanza tra parole di Renzi e realtà, sia in retrospettiva, sia in prospettiva, riporto di seguito un ampio stralcio dell'editoriale di Luca Ricolfi pubblicato sul Sole 24 Ore del 5 aprile (prima, quindi, della presentazione del DEF).

"Il problema è che, quando arrivano i dati Istat, le chiacchiere stanno a zero. Si possono pronunciare parole alate, si possono confezionare slide variopinte, si possono esibire modernissimi (ma neanche poi tanto) fogli Excel, si può cinguettare finché si vuole su Twitter e Facebook, si possono riversare sui media vagonate di slogan e di battute irridenti, ma poi arriva la dura, pietrosa, irriducibile realtà dei dati. Basta una piccola, modesta, tradizionale tabellina come quella dei conti pubblici pubblicata dall'Istat il 2 aprile per far svanire ogni illusione: la politica, con la sua perdurante invadenza e pervasività, non mostra alcuna intenzione di fare passi indietro. Come un ghiacciaio che non si ritira, ma allunga la sua morsa sulla roccia su cui poggia. Che aspettarsi, perciò? Date le premesse, lo scenario più verosimile mi pare quello di sempre: qualche taglio di spesa (ottima l'idea di aggredire le false pensioni di invalidità), ovviamente accompagnato dalle immancabili nuove spese prioritarie e indilazionabili; un po' di deficit pubblico in più, magari presentato come premio per aver fatto "le riforme che ci chiede l'Europa"; e naturalmente il consueto aumento della pressione fiscale complessiva, poco importa se attuato alzando l'Iva dal 1° gennaio 2016, o attraverso un cocktail più complicato di inasprimenti fiscali (giusto ieri si è ricominciato a parlare di tagli agli incentivi e alle agevolazioni per le imprese).
Ma non è tutto. Alle falle nei conti pubblici che stanno venendo a galla in questi giorni, potrebbe purtroppo aggiungersene una nuova, non preventivata dal governo ma più volte segnalata dagli studiosi del mercato del lavoro: i 2 miliardi scarsi stanziati per il 2015 dalla legge di stabilità per incentivare le assunzioni a tempo indeterminato potrebbero non bastare. Nulla esclude, infatti, che il mercato del lavoro italiano nel 2015 sia investito da una sorta di "bolla occupazionale", destinata a scoppiare, ossia a sgonfiarsi, solo nel 2016. Questo perché, se il governo confermerà che lo sgravio vale solo per gli assunti nel 2015 (o semplicemente lascerà nel vago la possibilità di una proroga nel 2016), allora nel 2015 si cumuleranno tre tipi di assunzioni: le assunzioni rimandate a fine 2014 in attesa dello sgravio; le assunzioni "normali" del 2014; le assunzioni del 2016 anticipate al 2015 per usufruire dello sgravio. Di qui un aumento apparente dell'occupazione, e un'ulteriore falla (reale, in questo caso) nei conti pubblici del 2015.
Ecco perché, sull'evoluzione futura della pressione fiscale, è difficile essere ottimisti. Se ci sarà bisogno di rifinanziare la decontribuzione, il governo i soldi li troverà, perché è politicamente conveniente. Ma pensare che li troverà disboscando la giungla degli sprechi pubblici, anziché imponendo nuove tasse, è una generosa illusione: se davvero ci fosse stata, e tuttora ci fosse, la volontà di aggredire la spesa improduttiva, Carlo Cottarelli, il commissario alla spending review, non se ne sarebbe tornato a Washington, al Fondo Monetario, ma sarebbe ancora qui, chiuso nel suo ufficio, a studiare come si doma il drago della spesa pubblica."

A mio parere ciò che veramente è "sconvolgente" è quindi che qualcuno creda ancora a un chiacchierone dietro i cui proclami su riduzione di tasse e spesa c'è il nulla (quasi) assoluto.


martedì 7 aprile 2015

Scorie - I disastri del credito artificialmente a basso costo

"Riducendo il costo del credito si aumenta il numero di investimenti il cui rendimento supera il costo del finanziamento e così si stimola l'attività economica."
(C. Bastasin)

Ho voluto riportare questo passaggio preso da un articolo in cui Carlo Bastasin commenta gli effetti cospicui del quantitative easing (ossia creazione di base monetaria dal nulla da parte della Bce) sulla svalutazione dell'euro e sul forte calo dei rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto a lunga scadenza, perché si tratta di un aspetto fondamentale nella teoria del ciclo economico della scuola austriaca.

Effettivamente la riduzione del costo del credito aumenta ex ante il valore attuale netto di un investimento, il che può rendere apparentemente profittevoli progetti che a tassi di interesse superiori (perché non distorti al ribasso da politiche monetarie espansive) non lo sarebbero.

Il problema è che la manipolazione al ribasso dei tassi di interesse genera l'apparenza di un'abbondanza di risparmio disponibile per finanziare investimenti a debito, ma ciò non corrisponde al vero. In sostanza le preferenze temporali dei risparmiatori non sono cambiate, sembra solo che lo siano a causa della politica monetaria espansiva (nel caso in questione, non limitata alla riduzione dei tassi di interesse a breve, bensì a una vera e propria monetizzazione, ancorché indiretta, di debito a lungo termine).

Il boom di tali investimenti, in estrema sintesi, non fa altro che corrispondere a una distorta allocazione di risorse e alla formazione di bolle che, per non sgonfiarsi, necessitano di dosi continue e crescenti di espansione monetaria.

Quando gli effetti della politica monetaria espansiva iniziano a manifestarsi sugli indici dei prezzi al consumo (i soli dei quali si (pre)occupano le banche centrali), diventa inevitabile per le banche centrali ridurre lo stimolo monetario e per le banche commerciali ridurre l'espansione del credito. Questo toglie sostegno a quegli investimenti che apparivano profittevoli in virtù di tassi distorti al ribasso, generando perdite e fallimenti.

Ai quali le banche centrali solitamente rispondono con nuovi provvedimenti espansivi, che non fanno altro che bloccare o contenere gli aggiustamenti necessari. In fin dei conti è dal 2008 che si susseguono espansioni monetarie per porre "rimedio" a una crisi della quale la politica monetaria dei primi anni 2000 è stata una causa fondamentale.

E adesso si torna a parlare di credito a basso costo per far sì che più investimenti abbiano un rendimento superiore al costo del finanziamento. Altro ciclo, altro disastro che prima o poi arriverà.


venerdì 3 aprile 2015

Scorie - Pensioni eque

"Abbiamo affrontato questo discorso l'anno scorso e la decisione politica è stata di non toccarle. Le pensioni alte sono già in qualche modo tassate e quindi c'è già un intervento di equità."
(Y. Gutgeld)

Oltre a essere un fidato consigliere di Renzi, Yoram Gutgeld è, assieme a Roberto Perotti, l'ennesimo commissario alla spending review.

Checché ne dicano dalle parti di Palazzo Chigi, finora su questo argomento si sono fatte per lo più chiacchiere, perdendo tempo e rendendo sempre più difficile evitare, nel biennio 2016-2017, la nuova mazzolata di Iva e accise dovute alle clausole di salvaguardia dell'ultima legge di stabilità.

A chi gli chiedeva se fosse previsto anche un intervento sulle pensioni, Gutgeld ha risposto con le parole che ho riportato. In particolare, a suo dire le "pensioni alte sono già in qualche modo tassate e quindi c'è già un intervento di equità".

Gutgeld sembra contraddire, quindi, il presidente dell'Inps, Tito Boeri, secondo il quale, invece, andrebbero riviste le pensioni ottenute con il sistema retributivo che non siano finanziariamente coperte dai contributi a suo tempo versati.

Per la verità Boeri intenderebbe intervenire solo oltre certe soglie in valore assoluto e destinerebbe a finalità assistenziali i risparmi così ottenuti. In altre parole, la spesa resterebbe immutata, semplicemente vi sarebbe una diversa composizione.

A mio parere, invece, la revisione delle pensioni erogate con il sistema retributivo dovrebbe riguardare tutti gli assegni non completamente coperti, senza soglie di esenzione. Inoltre, quei soldi dovrebbero essere destinati ad alleviare la pressione fiscale.

In ogni caso, ciò che afferma Gutgeld mi pare assurdo. Il fatto che ci sia da anni una sorta di "contributo di solidarietà" sulle pensioni elevate non garantisce affatto equità. In primo luogo, perché colpisce anche coloro (pochi, ma non per questo meritevoli di essere puniti) che percepiscono pensioni elevate ma finanziariamente coperte.

In secondo luogo, perché se una parte dell'assegno non è coperta finanziariamente, equivale a un furto ai danni di coloro che devono farsi carico di quegli assegni (chi attualmente paga contributi e tasse). E un furto non è da evitare solo in parte; è da evitare per intero.

Non si tratta di ledere diritti acquisiti, come spesso sostiene che si oppone a una revisione delle pensioni retributive non coperte. Si tratta, al contrario, di smetterla di ledere la proprietà di coloro che pagano per questi assegni parassitari.


giovedì 2 aprile 2015

Scorie - Ma quale pesce d'aprile?

"Ne abbiamo abbastanza. Adotteremo il Bitcoin. Diventeremo la prima economia al mondo e anche se all'inizio sarà doloroso, la Grecia prospererà nel lungo termine."
(Y. Varoufakis)

In Grecia è circolato questo pesce d'aprile; la Grecia avrebbe lasciato l'Euro per adottare il Bitcoin.

Ora, uno scherzo per riuscire deve essere in primo luogo credibile. Chiunque abbia una benché minima conoscenza di cosa sia una moneta e come funzionino da una parte l'Euro (e le monete fiat in generale) e dall'altra il Bitcoin, non potrebbe aver creduto neppure per un istante a una notizia del genere.

Una cosa è certa, se l'attuale governo della Grecia dovesse decidere (o fosse costretto) a cambiare moneta, non vi è alcuna possibilità che scelga Bitcoin o qualsivoglia altra moneta di mercato. I governanti greci si lamentano di non riuscire a ottenere abbastanza Euro, figurarsi se adotterebbero spontaneamente una moneta non riproducibile a piacere da una banca centrale (in)dipendente dal governo stesso.

Meglio se l'anno prossimo inventano un pesce d'aprile un po' più credibile.

P.S.: Lo scherzo non sarebbe stato molto più credibile se la dichiarazione fosse stata attribuita al ministro delle Finanze tedesco, dato che ben difficilmente chi governa rinuncerà spontaneamente a una qualche forma di sovranità (ossia arbitrio) monetaria. E' bene ricordare che la Bundesbank non è concettualmente diversa dalle altre banche centrali; semplicemente nel corso del tempo ha manipolato il marco tedesco meno di quanto le altre banche centrali facessero con le rispettive monete.


mercoledì 1 aprile 2015

Scorie - Rulingi fiscali e livellamenti socialisti

"I ruling fiscali non sono di per sé illegali. Sono un utile strumento di tassazione per dare alle imprese la certezza di cui hanno bisogno per la loro pianificazione finanziaria. Il problema risiede nella loro opacità e nella discriminazione che talvolta creano all'interno del mercato unico. Troppo spesso i Paesi non sono a conoscenza dei ruling fiscali emanati dalle autorità fiscali di altri Stati membri della Ue, anche se questi possono avere un impatto diretto sulle loro entrate fiscali. In un mercato unico della Ue in cui contano l'efficienza economica e l'equità sociale, questo tipo di concorrenza fiscale sleale è inaccettabile."
(P. Moscovici)

Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, chiede trasparenza negli accordi più o meno sottobanco che taluni Stati dell'Unione europea fanno con le grandi imprese per concordare preventivamente il carico fiscale (mi si conceda la semplificazione).

Proprio l'attuale presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, già primo ministro del Lussemburgo ininterrottamente per quasi 19 anni (alla faccia di Andreotti!), ha una discreta esperienza in fatto di ruling fiscali.

Che un'impresa cerchi di minimizzare il carico fiscale e, possibilmente contare su una certa stabilità dell'obolo da pagare, a me sembra più che comprensibile.

Meno comprensibile mi sembra la frequente lamentela in merito a una presunta concorrenza sleale praticata da quegli Stati che fanno accordi con le grandi imprese senza sventolare ai quattro venti i contenuti di tali accordi. Dietro a lamentazioni di questo genere ci sono solitamente ministri delle finanze le cui casse erariali sono perennemente bisognose di denaro, nonostante pressioni fiscali già elevate, perché non vi è la volontà di ridurre la spesa pubblica, a sua volta elevata.

Dietro a formule di rito come "equità fiscale" e "concorrenza fiscale più equa" c'è il vero obiettivo di armonizzare non già la definizione delle basi imponibili (finto obiettivo), bensì le aliquote e, di conseguenza, la quota di ricchezza assorbita (e solo in parte redistribuita) dallo Stato. Ben difficilmente ciò potrebbe avvenire con un livellamento verso il basso, data la già menzionata mancanza di volontà di ridurre la spesa pubblica, anche quando supera la metà del Pil.

Per questo credo sia bene leggere con preoccupazione dichiarazioni come quelle di Moscovici (non casualmente un socialista).