martedì 31 marzo 2015

Scorie - Soccorso ai debitori, con i soldi altrui

"La norma sulla sospensione della quota capitale dei mutui sancisce un diritto da parte del debitore e non è una concessione dell'Abi. Nella bozza dell'Abi sono presenti condizioni riduttive della norma come il termine della moratoria, ridotta a 12 mesi invece di 36, e i beneficiari, limitati solo a imprese e cittadini in difficoltà mentre la norma è valida per chiunque ne faccia richiesta. L'Abi non ha compreso che la portata del provvedimento non è assistenziale ma propulsiva per due motivi: evita il fallimento delle imprese in difficoltà e mette a disposizione più liquidità per famiglie e aziende."
(F. Cariello)

Le banche, si sa, non godono di grande consenso presso l'opinione pubblica, e per politici di vario orientamento questo è spesso un incentivo a lanciare invettive contro di esse. Non che non vi siano motivi per criticare le banche. Anzi. Credo, però, che spesso lo si faccia per i motivi sbagliati.

Per esempio trovo allucinanti le dichiarazioni, che ho riportato, di Francesco Cariello, deputato del M5S e membro della commissione Bilancio.

Da quando è iniziata la crisi le banche, individualmente o tramite accordi con altre categorie mediante l'Abi, hanno concesso diverse moratorie sui debiti in essere. Non perché siano enti di beneficenza o tengano particolarmente al territorio (come pure amano ripetere i vertici delle banche, dalle piccole BCC fino alle più grandi banche quotate), quanto, piuttosto, perché concedere moratorie e rinegoziazioni del debito consente loro di rimandare l'emersione di perdite su crediti, per le quali il trattamento fiscale è penalizzante, essendo deducibili non per intero quando realizzate, ma in 5 anni.

Ciò detto, quando lo Stato interviene per istituire "diritti" a favore di chi è indebitato, sembra compia un'opera di bene, ma c'è sempre chi paga il conto di questa "bontà". Se fornisce una contropartita alle banche a fronte del "diritto" dei debitori a ottenere una moratoria, i pagatori di tasse che non hanno debiti sono coloro che sopportano i rischi e gli oneri dell'operazione. Se, viceversa, alle banche non viene concessa alcuna contropartita, sono in primo luogo gli azionisti delle banche stesse a farsi carico degli oneri derivanti dall'opera di bene voluta dallo Stato.

Discutibili anche le considerazioni di Cariello in merito alla "portata del provvedimento", che a suo dire l'Abi non avrebbe compreso non essere "assistenziale ma propulsiva". Infatti, evitare l'insolvenza di individui e imprese in difficoltà non è affatto detto che sia "propulsivo" per l'economia. Potrebbe essere vero il contrario, perché non sempre si tratta di difficoltà temporanee. Ciò finisce quanto meno per allungare i tempi della ripresa, perché togliere o limitare il fallimento dalla disciplina del mercato equivale a contrastare la riallocazione di risorse necessaria nelle fasi recessive dell'economia.

Soprattutto, però, la decisione di concedere o meno una moratoria dovrebbe essere frutto di valutazioni effettuate dai creditori in autonomia e nell'ambito dei rapporti contrattuali con i debitori, non una imposizione da parte di uno Stato sempre pronto a inventarsi "diritti" per qualcuno a spese di altri.


lunedì 30 marzo 2015

Scorie - Addirittura l'Europa sarebbe la patria del laissez faire

"Finalmente ora è diventato incontestabile che la ricchezza economica degli ultimi anni s'è in gran parte basata sul debito invece che su un'economia di produzione, e che lo stato di insolvenza, più eufemisticamente denominato "default" quando si tratta di Stati, si è trovato in una dimensione globale, ma senza una globale disciplina."
(G. Rossi)

Prendendo spunto dalla interminabile crisi della Grecia, Guido Rossi individua nella assenza di una disciplina globale per la gestione dei fallimenti degli Stati una delle cause del protrarsi della crisi. Ovviamente il tutto gli serve per invocare, come è solito fare, progetti legislativi sovranazionali che ristabiliscano la supremazia della politica sul mercato.

Che il mercato sia la forza dominante a livello globale può sostenerlo solo chi distorce il significato stesso di mercato, fornendo una rappresentazione dei fatti che non corrisponde alla realtà.

Rossi afferma che "è diventato incontestabile che la ricchezza economica degli ultimi anni s'è in gran parte basata sul debito invece che su un'economia di produzione". Ciò corrisponde al vero, ma la moltiplicazione del debito non corrispondente a risparmio reale non è un fenomeno spontaneo, bensì dovuto a precise legislazioni. Sono provvedimenti legislativi, praticamente in tutto il mondo, ad assegnare alle banche centrali il monopolio legale dell'emissione e gestione della moneta. E sono altri provvedimenti legislativi a stabilire il corso legale delle monete. Il sistema della riserva frazionaria mediante il quale le banche commerciali moltiplicano i depositi è regolato da provvedimenti legislativi e disposizioni delle autorità di vigilanza (che sono poi le banche centrali di cui sopra).

Quanto alla gestione dei fallimenti di Stati, secondo Rossi il problema (non è la prima volta che lo afferma) è la prevalenza del "contratto" sulla "legge".

"Tutto si basa sui rapporti creditore-debitore, la cui disciplina riesce comunque a trovare molto sovente ben strutturate scappatoie, come nella governance finanziaria, quando il "contratto" prende il posto della "legge". Non diverse ambigue motivazioni tengono in piedi, anche nel sistema di regolamentazione globale privatistica chi, come le grandi istituzioni finanziarie, alimenta la ricchezza col debito e si sottrae all'adempimento dell'obbligo di restituzione, giustificato dall'essere sia "troppo grande per fallire" (too big to fail), sia "troppo grande per la galera" ("Too big to Jail")."

E ancora:

"Se è vero che nella precedente globalizzazione economica medievale le regole furono dettate dalla cosiddetta lex mercatoria, cioè la legge dei mercanti, non dunque la legge dei sovrani, le regole dei mercati finanziari, con inquietante analogia, costituiscono il moderno diritto della globalizzazione, cioè questa novella lex mercatoria, che sta avendo il sopravvento sugli ordinamenti giuridici degli Stati nazione. Neppure è un caso che l'antica lex mercatoria, che ebbe come base gli Statuti delle città medievali europee, avesse come istituti fondamentali del proprio ordinamento lo stato di insolvenza e il fallimento. Pare ovvio che, proseguendo nell'analogia, lo stato di insolvenza e il fallimento, sia nel pubblico sia nel privato, debbano essere anche oggi assoggettati a risolutive riforme quale atto preliminare per la soluzione dell'attuale crisi."

Pare, dunque, che il problema consista in una prevalenza di una novella "lex mercatoria" sulla "legge dei sovrani".

A mio parere Rossi farebbe meglio a sostenere che le "leggi dei sovrani" (leggi fiat) attualmente in vigore non sono quelle che vorrebbe lui e che emanerebbe lui se fosse nella posizione di farlo. Il problema non è che il contratto prende il posto della legge (intesa come la intende Rossi). Allo stato attuale tutto ciò che viene regolato da un contratto non può in ogni caso essere in contrasto alle leggi fiat in vigore (e questa non è certo prevalenza del mercato!).

Sia il "too big to fail", sia il "too big to jail" sono fenomeni riconducibili a norme di legge in essere, non certo al libero mercato (che non può dirsi tale se si esclude per qualsivoglia soggetto la possibilità di fallire).

Tutto diventa più chiaro con questo (sconcertante) passaggio:

"Son proprio gli Stati nazione che hanno da decenni facilitato e a volte imposto le regole del "laissez faire", istituto determinante della ideologia e della politica neoliberista di austerity imposta dall'Europa e dalla governance finanziaria globale. L'ordinamento europeo è infatti tuttora strutturato su un'unione monetaria e non fiscale-economica, né politica."

L'Europa patria del "laissez faire", addirittura "imposto" per legge. Quella stessa Europa che pretende di stabilire anche le dimensioni e le forme degli ortaggi? Proprio quella.

Ogni ulteriore considerazione credo sarebbe superflua.


venerdì 27 marzo 2015

Scorie - Risparmio, fisco, economia reale

"L'Italia ha bisogno di più propensione al rischio nel senso sano del termine, in modo che maggiori risorse confluiscano verso l'economia reale."
(P. C. Padoan)

Questo ha dichiarato il ministro dell'Economia, intervenendo al Salone del risparmio, organizzato da Assogestioni.

Aperta parentesi. Come tutte le associazioni di categoria, anche Assogestioni, pur lamentandosi nei confronti del governo per il (bis)trattamento fiscale del risparmio, non riesce a far altro che assumere nei confronti del potere atteggiamenti che a me sembrano da accattoni. E' evidente che questi signori ritengano controproducente (quanto meno per i loro interessi, non direi per quelli dei risparmiatori) avere un atteggiamento meno servile nei confronti dello Stato, ma a mio parere invitare e riverire il ministro dell'Economia chiedendo solo sommessamente di inveire meno sul risparmio è come se l'Avis invitasse come ospite d'onore Dracula nella (vana) speranza che costui riducesse il consumo di sangue altrui. Chiusa parentesi.

Quanto alle parole di Padoan, mi limito a ricordare che uno dei primi provvedimenti del governo di cui fa parte è stato aumentare dal 20 al 26 per cento l'aliquota dell'imposta sostitutiva sui redditi di capitale e sui redditi diversi di natura finanziaria, fatta eccezione per i titoli di Stato, tassati al 12.5 per cento. Ricordo anche che nell'ultima legge si Stabilità – quella per la quale Renzi ancora oggi va in giro dicendo spudoratamente che ha ridotto le tasse – è stata aumentata dall'11.5 al 20 per cento (tra l'altro in modo retroattivo per tutto il 2014) la tassazione sui redditi maturati annualmente dai fondi pensione e dalle altre forme di previdenza complementare. Addirittura gli investimenti delle Casse professionali sono tassati al 26 per cento. Anche in questo caso con l'eccezione dei titoli di Stato, per i quali l'aliquota resta pari a 12.5 per cento.

Unica concessione, un credito di imposta, peraltro assai limitato nell'ammontare massimo annuo disponibile (80 milioni in tutto), ottenibile con un percorso a ostacoli degno della burocrazia italiana e solo investendo in progetti stabiliti dal MEF.

Un modo quanto meno controintuitivo, anche sorvolando sulla immancabile nota dirigista dell'elenco degli investimenti "meritevoli" stabilito dal MEF, per far sì che maggiori risorse confluiscano verso l'economia reale.


giovedì 26 marzo 2015

Scorie - 1000, numero magico

"Ho le palle che mi girano a 1000 perché ci hanno derubato del referendum contro la legge Fornero, quella della Consulta è una sentenza politica, una sentenza infame."
(M. Salvini)

Così si sfogava il 20 gennaio scorso Matteo Salvini, dopo aver appreso che la Corte costituzionale aveva negato l'ammissibilità al referendum proposto dalla Lega contro la legge Fornero.

E forse quel "1000" è diventato un suo chiodo fisso, dato che di recente Salvini ha proposto una riforma del sistema pensionistico in base alla quale tutti percepirebbero un assegno mensile da 1000 euro per 14 mensilità. La somma si otterrebbe con un versamento annuo di 5000 euro, contribuendo per 40 anni. Chi attualmente versa di più potrebbe ridurre la contribuzione, aumentando così il reddito mensile corrente, che potrebbe peraltro destinare volontariamente a fondi pensione o altre forme di previdenza complementare.

Da un punto di vista finanziario la proposta non è priva di senso, dato che per generare una rendita mensile di 1000 euro per 14 mensilità versando 5000 annui per 40 anni sarebbe sufficiente un rendimento composto annuo dell'1.1 per cento (ho ipotizzato una vita attesa di 20 anni al pensionamento e non ho considerato la tassazione, che in un sistema statale è una stupida partita di giro).

Qualcuno probabilmente boccerà a priori l'idea tacciandola di semplicismo. Solitamente queste critiche vengono avanzate da coloro (per lo più alti burocrati) che sulla (inutile) complicazione delle cose hanno costruito e mantengono le loro posizioni di potere.

Semmai il problema principale è che non tutti versano almeno 5000 euro all'anno, per cui il problema di chi oggi percepisce una rendita pensionistica non coperta finanziariamente in misura parziale o totale (quindi a carico della cosiddetta fiscalità generale) rimarrebbe.

E ovviamente da un punto di vista prettamente libertario si resterebbe pur sempre ad avere a che fare con un sistema di stato sociale che, in quanto tale, è inevitabilmente caratterizzato da dirigismo statalista e da quote più o meno consistenti di redistribuzione (per esempio, appunto, per le cosiddette pensioni sociali assegnate a chi non ha versato contributi a sufficienza).

Se, quanto e come versare per ottenere una rendita pensionistica dovrebbero essere scelte lasciate a ogni individuo, che dovrebbe quindi avere la libertà di decidere, ovviamente assumendosi la piena responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni.

Dubito che Salvini o chiunque altro si candidi a governare (l'Italia) proporrà mai qualcosa del genere.


mercoledì 25 marzo 2015

Scorie - Il governo del fare (danni)

"Passiamo per il governo dei comunicatori ma ritengo che il governo non sia stato bravo a comunicare quello che ha fatto. Rovescio l'assunto: il governo ha fatto molto di più di quello che ha comunicato. E questo lo considero un errore clamoroso. Chi fa più di quello che comunica nella politica di oggi sta sbagliando tutto perché comunicazione è il modo di entrare in rapporto con i cittadini che sono i controllori, punto di riferimento fondamentale."
(M. Renzi)

Intervenendo alla Luiss School of government, Matteo Renzi ha avuto il coraggio di dire anche questo. Probabilmente per colmare questa lacuna nella comunicazione, Renzi passerà tra televisioni, giornali e l'immancabile twitter anche le ore notturne. Durante quelle diurne il tempo dedicato alla comunicazione non può dirsi scarso.

E' d'altra parte un classico autodenunciare un errore che nessuno ritiene tale. Sarà, ma io più lo sento parlare, meno comprerei qualcosa da lui.

Di certo, c'è una cosa nella quale il governo in carica ha fatto molto più di quanto ha comunicato: tassare. Ancorché Renzi continui a dire che le tasse le ha ridotte, i numeri non danno sostegno alla sua comunicazione.

Un solo esempio: la tassazione sugli immobili. Come documentato dal Sole 24 Ore del 23 marzo, nel 2014 tra Tasi e Imu lo Stato ha incassato 25.2 miliardi, ossia 1.6 miliardi in più rispetto al 2012. E la fonte del Sole 24 Ore è il bollettino delle entrate tributarie pubblicato dallo stesso ministero dell'Economia.

Ma il ministro Padoan ha recentemente assicurato che la prossima "local tax" sarà conveniente per tutti, per cui non c'è di che preoccuparsi. Se si ha residenza fiscale fuori dall'Italia.


martedì 24 marzo 2015

Scorie - La pagliuzza e la trave

"Abbiamo rifinanziato dopo anni il fondo affitti, costituito il fondo per la morosità incolpevole e destinato 500 milioni di euro al recupero degli alloggi popolari, destinando alle politiche per la casa la cifra complessiva di 2,7 miliardi di euro."
(M. Lupi)

Ho tratto queste parole dal discorso tenuto alla Camera dall'ormai ex ministro Maurizio Lupi. Probabilmente quelle elencate sono le cose per le quali egli ha ritenuto di potersi dimettere "a testa alta".

Che Lupi abbia trovato un lavoro al figlio è stato motivo di scandalo per molti ben pensanti, e credo non ci si sbagli supponendo che tanto più uno si è scandalizzato, quanto più è probabile che abbia fatto di peggio (o avrebbe fatto di peggio al posto di Lupi).  

Il posto aggiudicatosi da Lupi Jr. probabilmente sarebbe andato a un'altra persona se la selezione non fosse stata guidata da raccomandazioni/scambi di favori.

Personalmente trovo però molto peggio che un ministro vada orgoglioso di ciò che ha fatto in termini di soldi spesi, perché ne parla come se stesse elencando interventi fatti utilizzando risorse di sua proprietà, mentre si tratta di tasse presenti e future pagate da altri (loro malgrado).

Ascoltando Lupi, Frederic Bastiat avrebbe evidenziato che per quell'elenco della spesa ciò che si vede sono i beneficiari di tanta "generosità", mentre ciò che non si vede sono le attività e gli scambi volontari che non hanno potuto porre in essere i legittimi proprietari di quelle risorse perché chiamati a pagare il degli interventi di cui Lupi va tanto fiero.

Alla base di tutto c'è sempre una distribuzione di risorse determinata da "mezzi politici" e non da "mezzi economici", per usare le parole di Franz Oppenheimer.

Credo che le telefonate per fa assumere il figlio in aziende che lavorano (anche) grazie al ministero già facente capo a Lupi siano una pagliuzza, mentre la spesa pubblica redistributiva è una trave. Non a caso, in Italia si grida allo scandalo per la pagliuzza, non per la trave.


lunedì 23 marzo 2015

Scorie - Il sogno keynasiano: deficit obbligatorio

"Servirebbe un meccanismo Ue che imponga a chi ha spazio fiscale di utilizzarlo, farebbe bene a tutti. Il problema è che non ci sono meccanismi espansivi, ma solo meccanismi contro chi rischia di debordare."
(P. C. Padoan)

Quello di Pier Carlo Padoan è il sogno di ogni europeista keynesiano dei Paesi che non possono spendere e spandere allegramente perché lo hanno già fatto troppo in un passato più o meno recente.

La virtù del deficit spending e del conseguente debito pubblico, oltre a essere discutibile a livello teorico, non trova riscontri nella storia. La maggior parte dei debiti pubblici è stata accumulata per finanziare guerre o sistemi di stato assistenziale le cui basi sono ormai del tutto incompatibili con l'evoluzione demografica.

Periodicamente si invocano "investimenti pubblici" che, a detta dei proponenti, sembrerebbero un affarone da non farsi sfuggire, ma i numeri ex post si rivelano poi spesso e (mal)volentieri molto meno entusiasmanti di quelli ex ante.

Ciò detto, è bene tenere in considerazione che lo "spazio fiscale" a cui si riferisce Padoan riguarda il minor deficit pubblico rispetto al limite del 3 per cento del Pil. Non sta quindi parlando di Paesi in surplus di bilancio.

L'espansione del deficit corrisponderebbe prima o poi a maggiori tasse (esplicite o implicite, mediante monetizzazione) per i cittadini di quei Paesi, a fronte di benefici attuali tutti da verificare.

Discorso ben diverso si potrebbe fare nel caso in cui uno Stato abbia il bilancio in surplus. In tal caso ci sarebbe effettivamente spazio fiscale, da utilizzare preferibilmente per abbassare le tasse.

In ogni caso, pensare di sanzionare uno Stato perché non fa deficit a sufficienza è una vera e propria follia. Ma in questo mondo caratterizzato da interventismo dilagante, dove i tassi di interesse non solo vengono spinti verso zero ma addirittura in territorio negativo, non c'è limite al peggio.

In questo contesto, Padoan ci mette molto del suo per non "sfigurare".


venerdì 20 marzo 2015

Scorie - Battaglia di retroguardia

"È un progetto di legge profondamente sbagliato. In nome della concorrenza, vengono trattati in egual modo soggetti che uguali non sono. Le proposte previdenziali di banche e assicurazioni sono il risultato di un'azione commerciale. I fondi pensione negoziali invece non hanno fine di lucro ma puntano al miglior risultato previdenziale per gli iscritti… i fondi negoziali non hanno una rete di vendita. C'è poi da segnalare la questione costi. Secondo Covip, l'authority della previdenza, i fondi negoziali hanno costi di gestione inferiori a quelli dei Pip e dei fondi aperti. Sono commissioni che pesano tanto sul risultato previdenziale finale… A tal proposito voglio aggiungere che la nostra non è una battaglia di retroguardia ma è per conto e in nome dei lavoratori che affidano a noi i loro risparmi."
(A. Trovò)

Anna Trovò è presidente di Cometa, il fondo pensione negoziale del settore metalmeccanico. I fondi pensione negoziali hanno fin qui goduto di una legislazione favorevole rispetto alle altre forme previdenziali, dato che in presenza di un fondo negoziale il lavoratore può beneficiare del contributo del datore di lavoro solo se si iscrive a quel fondo.

Adesso pare che il governo intenda rimuovere questo (ingiustificabile) privilegio, e ovviamente la categoria beneficiaria della protezione in essere avanza le proprie lamentele. Altrettanto ovviamente cita a sproposito l'interesse dei lavoratori.

Il fatto che i fondi negoziali non abbiano fine di lucro non è un buon motivo per godere di una protezione dalla concorrenza di operatori con fine di lucro. Se un individuo ritiene che l'assenza di scopo di lucro sia un elemento determinante non c'è bisogno di una protezione legislativa per ottenerne l'iscrizione al fondo negoziale.

Per quanto riguarda i costi, è effettivamente vero che, allo stato attuale, i fondi negoziali hanno mediamente costi inferiori (per l'aderente) rispetto alle altre forme di previdenza complementare. In parte ciò è dovuto al fatto che chi non ha fin qui beneficiato del privilegio normativo ha dovuto sostenere maggiori costi di marketing e di vendita.

Resta il fatto che nulla vieta ai fondi negoziali di dotarsi di strutture tali da far conoscere ai potenziali aderenti i vantaggi dei loro prodotti rispetto a quelli offerti da banche e assicurazioni.

Invocare il mantenimento di un privilegio normativo, di fatto una limitazione alla concorrenza, negando che si tratti di una "battaglia di retroguardia" bensì di una battaglia nell'interesse dei lavoratori, è patetico.

Lo Stato già interviene troppo e a sproposito nella libera formazione di domanda e offerta imponendo ai prodotti (non solo previdenziali) determinate caratteristiche. E' oltremodo ingiustificabile invocare un diverso trattamento legislativo in funzione delle caratteristiche dell'offerente, quando il prodotto offerto ha invece caratteristiche simili a quelli della concorrenza.


giovedì 19 marzo 2015

Scorie - Non è un Paese per proprietari

"L'obiettivo di questa legge è ricondurre lo sfruttamento di un bene pubblico alla certezza del diritto."
(E. Rossi)

Con queste parole Enrico Rossi, presidente della regione Toscana, ha commentato il provvedimento mediante il quale la regione ha di fatto espropriato i proprietari privati di cave di marmo nel comune di Carrara. D'ora in poi entrerà in vigore un sistema di concessioni della durata di 7 anni, che diventano 25 se il concessionario si impegna a lavorare sul posto almeno il 50% del materiale estratto.

Ora, che il marmo sia un bene pubblico se lo inventa Rossi per giustificare l'ingiustificabile. La mia impressione è che questa non sia altro che l'ennesima dimostrazione di quanto precario sia il diritto di proprietà in Italia. Basta peraltro leggere gli articoli 42 e 43 della Costituzione per rendersi conto che questo non è un Paese per proprietari privati. Questo contribuisce a spiegare perché fatti del genere in Italia non facciano "notizia", se non a livello locale.

Ma la cosa più allucinante è sostenere che svegliarsi un giorno e decidere di cancellare il diritto di proprietà di privati che avevano regolarmente comprato quelle cave corrisponda ad affermare la "certezza del diritto".

Qui l'unica cosa certa sembra essere l'arbitrio del legislatore di turno.


mercoledì 18 marzo 2015

Scorie - L'altruista

"Sto facendo una battaglia per la difesa dei diritti alla luce del sole. Non ho interessi personali."
(M. Landini)

Da qualche giorno Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, ha proposto la costituzione di una "coalizione sociale" che dice non essere una formazione politica, ma che, per non esserlo, le assomiglia parecchio.

L'ipotesi che voglia riempire lo spazio alla sinistra di Renzi a me pare abbastanza convincente. Landini non sarebbe certo il primo sindacalista di professione che passa dal sindacato al Parlamento (o a qualche altro incarico politico). Anzi, tra i segretari generali delle principali organizzazioni sindacali coloro che non hanno fatto quel passaggio sono le eccezioni, non la regola.

Che la sua sia una "battaglia per la difesa dei diritti alla luce del sole" mi pare una affermazione abbastanza scontata che non sto neppure a commentare.

Sostenere anche l'assenza di "interessi personali" è invece del tutto non credibile. Ogni persona persegue interessi personali, perché ogni azione umana è diretta a rimuovere uno stato di (soggettiva) insoddisfazione, a prescindere dall'esito dell'azione stessa e dalla eventuale diversa valutazione che lo stesso individuo compia ex post. Una buona euristica consiste pertanto nell'essere diffidenti nei confronti di chi dice di pensare agli interessi altrui, magari anteponendoli ai propri.

Scendendo dal concetto "alto" di azione umana a considerazioni certamente più prosaiche, un test efficace (per quanto ovviamente non scientifico) per verificare l'attendibilità degli "altruisti" di questo mondo consiste nel confrontare le condizioni di vita di costoro prima e dopo essersi dedicati al bene del prossimo.

Landini iniziò a lavorare come operaio metalmeccanico a 15 anni e pochi anni dopo era già sindacalista a tempo pieno (oggi va per i 54 anni). Credo sia ragionevole supporre che, per quanto non abbia un reddito faraonico come segretario generale della Fiom, se avesse continuato a lavorare in fabbrica lasciando ad altri la missione altruistica di difendere gli interessi suoi e dei colleghi, oggi percepirebbe ancora un salario ben inferiore.

Certo, il denaro non è tutto. E in effetti conta anche la qualità della vita. Premesso che si tratta di valutazioni soggettive, è ragionevole supporre che la qualità della vita di chi fa il segretario generale di un sindacato non sia peggiore di quella di chi lavora in fabbrica. Peraltro, se così fosse, nulla vieterebbe a chi fa il segretario generale di un sindacato di tornare al vecchio lavoro.

Landini, invece, pensa alla "coalizione sociale". Sarà perché è davvero troppo altruista.


martedì 17 marzo 2015

Scorie - Varianti di QE

"In Europa abbiamo la Banca europea degli investimenti. Immaginiamo una forma alternativa di Qe in cui la Bei chiede ai governi di guidare un programma per la ripresa degli investimenti. Immaginate che questo sia finanziato al 100% attraverso obbligazioni emesse dalla Bei con la Bce che opera sui mercati secondari pronta a comprare obbligazioni della Bei. Questo risolverebbe problemi operativi della Bce perché improvvisamente comprerebbe un solo pezzo di carta con rating tripla A senza doversi preoccupare dei diversi titoli di stato. Allo stesso tempo eviterebbe i problemi menzionati che il Qe ha avuto altrove e che avrà sempre di più in Europa con prezzi degli asset gonfiati e fallendo nel ravvivare gli investimenti. Questo tipo di Qe in partnership con la Bei trainerà gli investimenti direttamente mentre il Qe varato si rivelerà un insostenibile incremento del valore delle azioni."
(Y. Varoufakis)

Che il QE finisca per gonfiare i prezzi degli asset non lo discute praticamente (più) nessuno. Ciò che alcuni fingono di non vedere è che quelle siano bolle. Nell'area euro l'effetto rigonfiamento è iniziato sui titoli di Stato prima come percezione che la BCE avrebbe stampato tutti gli euro necessari a mantenere in piedi anche debitori più che traballanti, quindi come attesa del lancio del QE, poi come attesa dell'implementazione del QE. Adesso che la BCE ha effettivamente iniziato a comprare titoli di Stato contro creazione di base monetaria capita di sentire parlare di rendimenti nominali negativi su tutti i titoli di Stato tedeschi, a prescindere dalla durata, come prossimo sbocco "naturale" del QE senza che la cosa desti la benché minima preoccupazione.

Che questo abbia provocato un crollo anche dei rendimenti dei titoli di Stato dell'Italia, il cui decennale rende attorno all'1.1 per cento, con uno spread sul corrispondente titolo tedesco inferiore a 90 punti base, non è che una delle altre conseguenze delle politiche monetarie della BCE.

Infatti, checché ne dicano Renzi e Padoan, l'Italia oggi ha oltre 253 miliardi di debito pubblico (pari a circa 16 punti di Pil) in più rispetto a quando lo spread raggiunse i 575 punti base a novembre 2011, e anche prendendo per buone le stime di crescita del Pil formulate dal Governo per l'anno in corso e quelli a venire non si direbbe che il debitore pubblico italiano sia oggi più meritevole di credito rispetto a tre anni fa.

All'abbassamento generalizzato dei rendimenti dei titoli di Stato è poi conseguita la compressione dei premi per il rischio su titoli di debitori privati anche di mediocre solidità, oltre al balzo delle quotazioni azionarie e, anche se non in tutti i Paesi europei, una salita dei prezzi degli immobili.

L'idea del ministro delle finanze della Grecia, Yanis Voroufakis, per rilanciare gli investimenti pubblici invece che gonfiare gli asset, è quella di un QE che abbia per oggetti titoli emessi dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI).

In sostanza la BEI dovrebbe rafforzare il finanziamento di investimenti pubblici consentendo ai governi di non aumentare il loro debito, semplicemente aumentando la propria leva finanziaria, con la BCE a fornire la base monetaria.

Si tratta in fin dei conti di una delle enne possibili versioni di eurobond che circolano da anni, di cui non mi interessa discutere le problematiche legali, perché non è quello il punto sostanziale, a mio parere.

Alla base di tutto il problema fondamentale resta sempre la duplice (fallace) idea che ciò che conta sia aumentare la spesa (adesso si dice "per investimenti") e di poter trovare dal nulla le risorse da spendere. In realtà non è possibile creare ricchezza dal nulla, né sono sostenibili investimenti non finanziati da risparmi reali.

Gli effetti redistributivi e inflattivi del QE nella versione proposta da Varoufakis sarebbero diversi solo nella manifestazione formale, ma non nella loro sostanza. Verrebbero gonfiati alcuni prezzi invece di altri, cambierebbe forse in parte la platea dei beneficiari e dei danneggiati.

Null'altro.


venerdì 13 marzo 2015

Scorie - Incredibilità

"Le istruzioni sono pesanti perché abbiamo una normativa incredibile."
(R. Orlandi)

Questo ha dichiarato il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, durante una audizione presso la Commissione sull'Anagrafe tributaria, parlando del 730 precompilato. Orlandi ha inoltre definito il sistema fiscale italiano "barocco".

Considerazioni in sé condivisibili, ma che uno si aspetterebbe fossero espresse da un commercialista o da un cosiddetto contribuente. Invece le fa il direttore dell'Agenzia delle Entrate, come se la struttura che dirige fosse del tutto estranea alla formazione di quella "normativa incredibile".

A prescindere da ciò che un libertario pensa delle tasse (sono un'aggressione illegittima alla proprietà dei cosiddetti contribuenti), la posizione di Orlandi sembra un po' troppo comoda per essere anche credibile.

In teoria in Italia le norme dovrebbero essere emanate dal Parlamento o, su delega ricevuta da quest'ultimo, dal Governo. Questo, per lo meno, prevede la costituzione che, senza alcun senso del ridicolo, viene da più parti definita "la più bella del mondo". L'Agenzia delle Entrate sarebbe pertanto solo il braccio burocratico dello Stato che si occupa della questione dal lato pratico.

In realtà il Parlamento non fa altro che delegare il Governo o approvare, spesso mediante voti di fiducia, ciò che il Governo ha precedentemente introdotto mediante decreti legge.

Il Governo, a sua volta, predispone testi spesso raffazzonati, che rimandano per i dettagli a successivi decreti del ministero dell'Economia e delle Finanze. Decreti che, a loro volta, non sono mai sufficientemente chiari.

A questo punto interviene l'Agenzia delle Entrate con circolari molto corpose (a volte pubblicate la sera del giorno prima della scadenza dell'adempimento fiscale) che, solitamente, sono il vero e proprio veicolo per dare concretezza alla norma.

Non è credibile che questo schema, che va avanti da anni, sia casuale. Di fatto i burocrati del MEF e quelli dell'AdE sono coloro che rendono "barocco" il sistema. E ciò è funzionale al fatto di poter contestare infrazioni anche al contribuente più servile.

Anche il caso del 730 precompilato finirà con ogni probabilità per non rendere affatto più semplice la vita a chi compila le dichiarazioni dei redditi, in barba alle dichiarazioni renziane. Quelle sì, incredibili.


mercoledì 11 marzo 2015

Scorie - Maduro? No, marcio

"E' una grande notizia per il Venezuela. Sconfiggeremo i contrabbandieri, i capitalisti, i ladri. Vinceremo questa guerra economica e garantiremo al popolo il suo alimento!"
(N. Maduro)

Senza che la cosa attiri più di tanto l'attenzione dei mezzi di informazione italiani (e probabilmente non solo), la situazione in Venezuela continua a peggiorare dopo oltre 15 anni di socialismo bolivariano del XXI secolo.

Già Hugo Chavez ci aveva messo del suo per scassare l'economia venezuelana a colpi di nazionalizzazioni, improbabili e insostenibili misure di assistenzialismo e interventi sui cambi. Finché il prezzo del petrolio, di cui il Venezuela è produttore ed esportatore, ha avuto un trend crescente, i disastri del chavismo sono stati in parte tamponati.

Con Nicolas Maduro, già fedele collaboratore e ministro di Chavez e suo successore dopo la morte del capo, le cose sono ulteriormente peggiorate, e per di più il calo del prezzo del petrolio ha reso ancora più evidenti i problemi del Venezuela.

Di fatto nel Paese scarseggiano i più diffusi beni di consumo, ma secondo Maduro è tutta colpa di (improbabili) complotti della "oligarchia capitalista", dell'opposizione e, come sempre, degli Stati Uniti.

E così, dopo aver introdotto la possibilità di fare acquisti con il meccanismo delle "targhe alterne" (una cosa tanto stupida quanto inutile per abbattere lo smog nelle città della pianura padana, figuriamoci per regolare l'accesso ai supermercati; in realtà nel caso venezuelano si considera il numero di carta di identità), Maduro ha fatto installare oltre 20mila lettori biometrici digitali che regoleranno l'accesso ai supermercati mediante il riconoscimento dell'impronta digitale delle persone.

La cosa mi fa venire in mente Cuba e la vecchia Unione sovietica; qui cambia solo la tecnologia. Si tratta dell'ennesimo disastroso esperimento socialista, mentre in Europa c'è chi nel 2015 è convinto che si possa uscire dalla crisi proprio con il socialismo. Ovviamente sostenendo che si tratta di un'altra cosa. Ma il socialismo è uno solo, checché ne dicano i socialisti europei. Semplicemente ci sono posti dove lo si è praticato in pieno e altri dove lo si è annacquato. Per fortuna.


martedì 10 marzo 2015

Scorie - Convenienza

"Innanzitutto cerchiamo di introdurla, poi vedremo di fissarla perché sia conveniente per tutti."
(P. C. Padoan)

Sabato scorso, oltre ad aver ripetuto per l'ennesima volta che lo spread continua a calare per merito delle riforme del governo in carica (omettendo di dire che il grosso del movimento è in realtà dovuto alla politica monetaria sempre più espansiva della Bce), Pier Carlo Padoan ha anche risposto con le parole che ho riportato a chi gli chiedeva lumi sulla cosiddetta local tax.

Secondo la Cgia il conto per i pagatori di tasse arriverebbe a 26 miliardi, cifra ottenuta sommando gli importi di Imu e Tasi (21,1 miliardi), addizionale comunale Irpef (4,1 miliardi), imposta sulla pubblicità (426 milioni), tassa sull'occupazione degli spazi ed aree pubbliche (218 milioni), imposta di soggiorno (105 milioni) e imposta di scopo (14 milioni).

La mia (sgradevole) sensazione è che la cosa non sarà affatto conveniente per chi paga. In ogni caso è certamente impossibile che una tassa sia "conveniente per tutti". Gli interessi di chi è costretto a pagarla e di chi incassa il gettito sono infatti in sostanziale conflitto, per cui la convenienza per chi paga si ha minimizzando la tassa, mentre la convenienza per chi incassa si ha massimizzandola.

Dicono che Padoan sia un economista. Non c'è da stupirsi se la categoria non gode di grande fiducia.


lunedì 9 marzo 2015

Scorie - La bontà di mamma Fed

"La Fed sta cercando di non essere troppo vicina e buona con le banche di Wall Street e intende assicurarsi che le autorità di regolamentazione non abbiano paura di confrontarsi e di affrontare l'industria finanziaria."
(J. Yellen)

Ognuno è libero di dire quello che vuole e chi lo ascolta è libero di credere anche alle cose più assurde. In ogni caso direi che questa affermazione di Janet Yellen, quanto ad assurdità, non è da poco.

Murray Rothbard analizzò in diversi scritti le origini e lo sviluppo della Fed (tra gli altri segnalo "The Origins of the Federal Reserve", "The Case Against the Fed" e "Wall Street, Banks, and American Foreign Policy"). Le grandi banche americane non solo non fecero resistenza all'istituzione di una banca centrale, ma addirittura ne furono promotrici. Durante il secolo di vita della Fed la "vicinanza" con le banche di Wall Street è sempre stata evidente.

Tanto evidente che non di rado i presidenti della Fed di New York, la più importante delle banche del Federal Reserve System, provengono da banche di Wall Street (in linea di massima ci sono porte molto ben girevoli tra banca centrale, grandi banche e ministero del Tesoro). Nel 2008 la Fed tenne a galla le principali banche d'affari (Lehman esclusa) consentendo loro di trasformarsi in banche commerciali per poter ricevere finanziamenti dalla Fed stessa. E le inondò di liquidità, tenendole a galla (a quello contribuirono anche ricapitalizzazioni con soldi pubblici, che in ultima analisi arrivavano sempre da creazione di base monetaria da parte della Fed).

Le banche di Wall Street sono state, sono e continueranno a essere (finché questo sarà il sistema) le principali beneficiarie della politica monetaria.

Se questa non è bontà…


venerdì 6 marzo 2015

Scorie - Ma quale i-Phone?

"Il modello della Pubblica amministrazione per i cittadini è l'i-Phone: una schermata con un unico codice e tante applicazioni. Arriveremo a pagare le tasse con un sms."
(M. Renzi)


Sono dodici mesi, ormai, che Renzi racconta agli italiani che quando verrà approvata la riforma impostata dal ministro Madia (è a lei che viene attribuita, anche se qualche dubbio sulla maternità a me rimane, sentendola parlare) la pubblica amministrazione diventerà un fiore all'occhiello dell'Italia.


Renzi ammette che il tutto non avverrà dall'oggi al domani, ma considerando il punto di arrivo annunciato suppongo sia lecito dubitare che la destinazione possa essere raggiunta anche dopodomani o il giorno dopo ancora.

Chissà poi perché la prima cosa che gli viene in mente sono le tasse, che, così va dicendo da mesi, arriveremo a pagare con un sms. Suppongo che questo faccia il paio con l'affermazione che ne paghiamo già meno da quando governa lui, il che però si scontra con l'evidenza empirica.

In ogni caso, accostare la PA italiana all'i-Phone mi sembra troppo anche per Renzi. Probabilmente si tratta dell'interpretazione renziana dello "stay foolish" di Steve Jobs.


giovedì 5 marzo 2015

Scorie - The road to socialism

"In Nord Europa, e soprattutto in Germania, la decisione della Bce di intraprendere il Quantitative easing ha scatenato una valanga di giudizi, spesso inesatti o infondati. A giudicare dalle critiche, si potrebbe considerare l'inflazione a zero come una benedizione. Ma se ciò fosse vero, le banche centrali di tutto il mondo l'avrebbero impostata come target tempo fa. E invece, tutte definiscono la stabilità dei prezzi come un'inflazione bassa, stabile ma positiva. Questo accade perché l'inflazione a zero ha tre conseguenze negative: erode l'efficacia della politica monetaria standard; rende i salari più rigidi, perché i contratti salariali sono fissati in euro; aumenta l'onere dei debiti passati e rende quelli esistenti legati alla crisi del debito pubblico e privato ancora più dolorosi."
(J. Pisani-Ferry)

Non passa giorno senza che giornali e internet siano riempiti da interventi di economisti più o meno esplicitamente keynesiani (molti, infatti, non si autodefinirebbero tali, ma di fatto ragionano allo stesso modo) indaffarati a difendere il Quantitative easing (QE) dalle critiche che tale pratica riceve in Germania e in (pochi) altri Paesi dell'Area euro.

Il punto fondamentale utilizzato a sostegno del QE consiste nel fatto che la crescita dei prezzi al consumo (che, nella accezione mainstream, è identificata come inflazione, pur essendo più corretto considerarla una sua conseguenza) è ben al di sotto dell'obiettivo individuato dalla Bce in una variazione positiva su base annua inferiore ma vicina al 2 per cento.

Jean Pisany-Ferry, economista dell'iper europeista think tank Bruegel, sostiene che se l'inflazione a zero fosse una benedizione, le banche centrali l'avrebbero impostata come target. Questa affermazione di per sé considera indiscutibile il presupposto che le banche centrali abbiano storicamente assolto al compito loro assegnato, ossia quello di tutelare la stabilità del potere d'acquisto della moneta. Purtroppo l'evidenza empirica, basata proprio sull'andamento di indici dei prezzi al consumo utilizzati dalle banche centrali per calibrare la politica monetaria, dimostra indiscutibilmente che il potere d'acquisto della moneta è stato costantemente eroso, in misura ben superiori a quanto ritenuto dalle stesse "fisiologico".

Ciò detto, l'idea stessa di avere un pianificatore monetario dovrebbe essere respinta da coloro che credono (o dicono di credere) nel libero mercato, perché ogni intervento monetario comporta per definizione, anche in presenza di variazioni pari a zero degli indici dei prezzi al consumo (peraltro arbitrariamente definiti nella loro composizione), una distorsione nei prezzi relativi.

L'apparato teorico monetarista-keynesiano, oltre tutto, ritiene indispensabile che vi sia una dinamica stabile ma positiva dei prezzi al consumo (con una crescita annua, appunto, attorno al 2 per cento) principalmente per via della rigidità al ribasso di taluni prezzi, nonché per alleviare in termini reali il peso del debito.

Ma dovrebbe essere evidente che si tratta di argomentazioni prive di qualsiasi solidità, dato che si basano sulla presunta immodificabilità di una illusione monetaria che renderebbe a sua volta immodificabili le aspettative circa il futuro andamento dei prezzi. La rigidità nominale di determinati prezzi è dovuta spesso a fattori esogeni alla libera formazione di domanda e offerta. Si dovrebbero rimuovere questi fattori esogeni invece di dare mandato alle banche centrali di manipolare la moneta in modo tale da "aggirare l'ostacolo".

Lo stesso Pisani-Ferry, tra l'altro, riconosce che il QE (come peraltro tutti gli interventi di politica monetaria) ha effetti redistributivi, per di più regressivi. Ma ha anche la soluzione: correggere con la tassazione l'aumento della disuguaglianza di ricchezza indotta dal QE.

Il tutto è coerente con quanto lucidamente previsto da Mises tra gli anni venti e gli anni cinquanta del secolo scorso: ogni intervento è seguito da interventi successivi per correggerne le conseguenze indesiderate. Un processo che conduce al socialismo. In Europa siamo già piuttosto avanti.


mercoledì 4 marzo 2015

Scorie - Il lavoro non si crea dal nulla

"In un mondo governato per troppi anni dalle speculazioni finanziarie, ci siamo dimenticati che l'unico modo per creare ricchezza e distribuirla è creare il lavoro. Di questo, immediatamente, dobbiamo tornare a parlare."
(A. Furlan)

Capita abbastanza spesso di sentire affermazioni come quella di Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl. E non solo da parte di sindacalisti.

Non intendo soffermarmi sulla prevedibile condanna delle "speculazioni finanziarie", quanto sul passaggio successivo, che stravolge completamente la realtà. Non è creando lavoro che si crea ricchezza. La ricchezza si crea se, utilizzando diversi fattori produttivi, tra i quali il lavoro, si riesce a offrire beni o servizi che incontrano la domanda dei consumatori generando ricavi superiori ai costi. Se la creazione di ricchezza genera un aumento degli investimenti produttivi è probabile che aumenti la domanda di lavoro.

Ogni posto di lavoro che non sia generato in tal modo non contribuisce a creare ricchezza, bensì a distruggerla. Per questo non hanno alcun senso interventi governativi che creino lavori definiti "socialmente utili" o il mantenimento in vita di aziende fallite mediante sussidi pubblici. Ciò che si vede, in quei casi, sono i redditi percepiti dai beneficiari dei provvedimenti. Ciò che non si vede sono i beni e servizi che non possono essere prodotti e scambiati volontariamente da coloro ai quali le risorse per "creare" lavoro sono prelevate.

Non si può creare ricchezza dal nulla, e neppure lavoro.


martedì 3 marzo 2015

Scorie - Salvaguardia per i consumatori di tasse

"Sulla tenuta dei conti io continuo ad affermare che ci sarà. Noi stiamo esaminando con molto dettaglio tutte le voci di spesa, questo ci permetterà di disinnescare le clausole di salvaguardia e quindi di impedire che quegli aumenti di tasse, che scatterebbero ove non ci fossero i tagli di spesa, effettivamente si realizzino. Il compito è difficile, ma non sono preoccupato che non si possa raggiungere l'obiettivo."
(P. C. Padoan)

Leggendo queste parole del ministro dell'Economia ci sarebbe da ridere se non si stesse parlando dell'ennesima randellata fiscale che incombe sui pagatori di tasse alla voce "clausola di salvaguardia".

Nei giorni scorsi era stata la Corte dei conti a sollevare dubbi sulla possibilità di evitare gli aumenti di Iva che scatterebbero nel 2016 e nel 2017 qualora non fossero raggiunti gli obiettivi della spending review, sulla quale, come ho più volte sottolineato io stesso, il governo ha fatto finora praticamente solo chiacchiere.

Ancorché le motivazioni addotte dalla Corte dei conti siano ben diverse dalle mie (a parere della Corte le voci di spesa "realisticamente aggredibili" sono limitate, mentre a mio parere si tratta solo di avere la volontà politica di passare dalle parole ai fatti, così come si è sempre fatto quando si trattava di aumentare le tasse), condivido che non possa non  "destare preoccupazione il continuo rinvio al futuro di ulteriori tagli di spesa al momento sostituiti da clausole di salvaguardia".

Consistenti, appunto, in nuovi aumenti dell'Iva. Si parla di 16 miliardi nel 2016 e oltre 23 miliardi nel 2017: non sono spiccioli.

Eppure Padoan ostenta sicurezza e ci comunica che stanno "esaminando con molto dettaglio tutte le voci di spesa". Considerando che negli ultimi anni si sono succeduti diversi commissari alla spending review e che ognuno di essi (l'ultimo in ordine di tempo è stato Carlo Cottarelli) ha preparato per i governi in carica dossier dettagliati (ancorché ignoti ai cittadini) sulle voci tagliabili, l'idea di dover ancora esaminare tutte le voci di spesa "con molto dettaglio" francamente è inaccettabile.

Credo che Renzi e Padoan contino sui risparmi di spesa per interessi (dovuti alla monetizzazione della Bce, non certo alle "riforme" come vanno dicendo Renzi e Padoan) per ridimensionare e rinviare il più possibile i tagli, adottando in buona sostanza la stessa tattica fallimentare del primo decennio dell'euro.

Checché ne dica Padoan, tutto ciò è preoccupante per i pagatori di tasse. La vera salvaguardia è per i consumatori di tasse.


lunedì 2 marzo 2015

Scorie - Diritti inesistenti

"Il trattamento dei dipendenti di Qatar Airways va ben oltre la questione della differenza culturale. Quando si tratta di diritti delle donne, questa è la peggiore di tutte le compagnie aeree mondiali."
(G. Mocho)

Gabriel Mocho è il segretario dell'aviazione civile per l'International Transport Workers Federation, organizzazione che ha di recente contestato alla Qatar Airways una clausola contrattuale in base alla quale le hostess devono impegnarsi, per i primi 5 anni dall'assunzione, a non sposarsi né ad avere figli senza prima comunicarlo all'azienda, la quale, in tal caso, può licenziare la diretta interessata.

La notizia ha scatenato i profeti del femminismo, delle cosiddette pari opportunità e del politically correct in generale, che parlano di inaccettabile "compressione" dei diritti delle donne.

Ma l'amministratore delegato della compagnia, Akbar Al-Baker, ha dichiarato: "Chi cerca lavoro in Qatar Airways riceve un documento che mostra i principi e regole da rispettare. Se sei una persona adulta e accetti queste condizioni, non ti dovresti lamentare in seguito".

Ebbene: io trovo la dichiarazione dell'amministratore delegato della Qatar Airways ineccepibile. Trovo invece del tutto fuori luogo ipotizzare che le clausole contrattuali previste per assumere le hostess rappresentino una violazione dei diritti delle stesse in quanto donne.

Quelle clausole uno può ritenerle non condivisibili, ma sono vincolanti solo se una persona (in questo caso una donna) decide volontariamente di sottoscrivere il contratto per fare l'assistente di volo con la Qatar Airways. Se una donna non vuole assumere l'impegno a non sposarsi, né ad avere figli per almeno 5 anni, non è costretta a farlo: le basta non cercare quel lavoro in quella compagnia aerea.

Purtroppo sempre più spesso la parola "diritto" viene usata a sproposito.