venerdì 20 febbraio 2015

Scorie - Bilancio anno I

"Il Paese sta un po' meglio di dodici mesi fa. Mi piacerebbe pensare che sia anche merito del governo. Abbiamo identificato una strategia di politica economica, con manovre di tipo strutturale e una composizione della finanza pubblica basata sull'abbattimento delle tasse coperto dalla riduzione delle spese. C'è una cosa che mi vede insoddisfatto: il ritmo delle privatizzazioni: inferiore a quello che si doveva fare."
(P. C. Padoan)

Così si è espresso il ministro dell'Economia "festeggiando" il primo compleanno del governo Renzi.

Dunque, secondo Padoan "il Paese sta un po' meglio di dodici mesi fa". Non per essere petulante, ma a stare meglio o peggio possono essere singoli individui, non certo il Paese.

Capisco che Padoan si riferisca a indicatori macroeconomici, ma anche in quel caso serve un forte ottimismo per sostenere ciò che ha affermato il ministro. Sarà forse che non vuole incorrere negli strali del suo presidente del Consiglio, secondo cui ogni lettura non entusiastica della situazione attuale e prospettica pare dover essere censurata e catalogata come "gufata".

Non credo, però, che continuare a ripetere cose false le faccia diventare vere, ancorché Goebbels sostenesse il contrario (Renzi e fidati ministri dovrebbero sapere che Goebbels non era un boy scout). E certamente non corrisponde al vero, se non in alcuni casi specifici, che le misure assunte dal governo siano basate "sull'abbattimento delle tasse coperto dalla riduzione delle spese".

L'abbattimento delle tasse è tale solo se riguarda tutti, ed è coperto da riduzioni di spese solo se non è previsto alcun aggravio di imposte o aumento del deficit. Entrambe le condizioni non sono state finora soddisfatte, dato che la riduzione di talune tasse per taluni soggetti è stata compensata da aumenti di tasse per altri soggetti (a volte alla stessa persona si è chiesto meno da una parte e più da un'altra). Quanto alle riduzioni di spesa, il maggior deficit rispetto a quanto previsto deriva proprio da mancate riduzione di spesa che, pertanto, sono indubbiamente una cosa irrisoria e inferiore a quanto andava proclamando Renzi proprio un anno fa, quando si spingeva ben oltre gli obiettivi dell'allora commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, da qualche mese tornato (senza aver gettato nella disperazione il presidente del Consiglio) al FMI.

Infine, Padoan dichiara di essere insoddisfatto del ritmo delle privatizzazioni. Con ogni probabilità si tratta di un semplice espediente retorico, anche se neppure Renzi avrebbe il coraggio per affermare il contrario in merito alle (mancate) privatizzazioni.

Forse.


giovedì 19 febbraio 2015

Scorie - Stupidità

"Se c'è una cosa di cui il mondo ha più bisogno adesso è un aumento della domanda e nonostante il generoso sostegno delle autorità monetarie, lo stimolo non verrà dal settore privato, bensì dalle misure fiscali. Abbiamo un'ampia scelta di investimenti pubblici che produrrebbero rendimenti elevati, ben più elevati del costo reale del capitale, e questo consoliderebbe i bilanci dei Paesi che li hanno intrapresi. Il grande problema del mondo nel 2015 non è economico, noi sappiamo come sottrarci al malessere attuale. Il problema è la nostra stupida politica."
(J. Stiglitz)

Joseph Stiglitz, uno dei tanti keynesiani insigniti del premio Nobel per l'economia, ritiene che il mondo abbia bisogno di un aumento della domanda, e che il modo migliore per ottenere un aumento della domanda sia finanziare investimenti pubblici in deficit.

Nessuna novità: si tratta di un mantra molto caro ai keynesiani, particolarmente apprezzato in Italia, soprattutto di questi tempi in cui il governo cerca di ottenere la possibilità di scomputare dal deficit pubblico i denari presi a prestito per finanziare "investimenti" che vengono spacciati per una vera e propria panacea.

In un periodo di tassi di interesse particolarmente bassi per via delle prolungate politiche monetarie espansive, i keynesiani hanno apparentemente buon gioco a sostenere che gli investimenti pubblici "produrrebbero rendimenti elevati, ben più elevati del costo reale del capitale". E in finanza quando il rendimento prospettico di un investimento è superiore al costo medio del capitale si ottiene per quell'investimento un valore attuale netto positivo, ossia si ha convenienza a porlo in essere.

Il problema è che spesso va a finire che ciò che appariva conveniente ex ante produce perdite ex post, oltre a un accumulo di debito. E ciò è maggiormente probabile quando i tassi di interesse sono fortemente distorti al ribasso e quando le decisioni di investimento non sono assunte da chi rischia in proprio, bensì da politici e burocrati che utilizzano risorse dei contribuenti (attuali o, più spesso, futuri).

E' tipico dei keynesiani supporre che chi governa, se ben consigliato (ovviamente dagli stessi keynesiani) possa investire come se avesse la bacchetta magica. Purtroppo, però, non ci sono persone onniscienti, e a ciò si aggiungono le onnipresenti corruttele che non sono dovute solo alla qualità degli individui, bensì sono, come sosteneva Mises, "effetto ineludibile dell'interventismo".

Stiglitz ritiene che "il grande problema del mondo nel 2015 non è economico, noi sappiamo come sottrarci al malessere attuale. Il problema è la nostra stupida politica". Stupida, va da sé, perché non sufficientemente keynesiana. Come no…


mercoledì 18 febbraio 2015

Scorie - Perseveranza più che diabolica

"Se le recessioni causano danni permanenti, allora cambia l'intero gioco della macroeconomia. Potrebbe voler dire che lo Stato deve progettare un boom per contrastare gli effetti della recessione."
(N. Smith)

Quello che fa di Noah Smith un fornitore di Scorie in grado perfino di superare Paul Krugman è il suo fingere di non essere keynesiano, per poi invariabilmente argomentare in modo keynesiano. Per lo meno Krugman è esplicitamente keynesiano e non cerca di spacciare per altro ciò che sostiene.

Fatta questa premessa, in un suo recente post, Smith pone in dubbio l'esistenza stessa del concetto di ciclo economico, dato che, a suo dire, le conseguenze delle recessioni, soprattutto quando profonde come quella recente, non sono riassorbite autonomamente dal mercato. Ciò renderebbe necessario un approccio più proattivo da parte dei governi.

Non so esattamente in che mondo viva questo signore, ma credo che farebbe bene a riflettere su due circostanze. In primo luogo, su ciò che ha causato la crisi. In altri termini, la crisi non è stata causata dalla recessione, bensì quest'ultima non è altro che la conseguenza della crisi, la quale ha cause a cui le autorità fiscali e monetarie non sono certo estranee.

In secondo luogo, non può certo dirsi che la risposta alla crisi sia stata l'astensione da ulteriore interventismo. Al contrario. Pare, però, che questo sia ritenuto insufficiente da Smith, perché l'economia non ha ancora ripreso il trend di crescita degli anni precedenti la crisi.

Anche su questo punto è bene fare una riflessione. Se la crescita del Pil era drogata e insostenibile negli anni fino al 2007, volere che essa riprenda quel trend di crescita significa voler ripristinare condizioni insostenibili. Che questo porti a una nuova crisi non è difficile da prevedere, ancorché non sia possibile individuarne il timing.

Sono quasi 80 anni che i keynesiani (anche quando non amano definirsi tali) sostengono che governo e banca centrale debbano intervenire a sostegno della domanda, cercando stimolare e mantenere in essere un boom che sarebbe insostenibile in assenza di interventi. Questo avrebbe dovuto eliminare il ciclo, o quanto meno smussarne le oscillazioni.

Invece è successo il contrario. Eppure tocca ancora sentire che "lo Stato deve progettare un boom per contrastare gli effetti della recessione". Perseveranza ben più che diabolica.


martedì 17 febbraio 2015

Scorie - Quale flessibilità?

"L'assunto da cui Tsipras si è mosso è comprensibile: ha vinto elezioni in base a programma diverso dal passato quindi se deve tenere il programma vuol dire che le elezioni non servono e poi che non strapperà i contratti ma chiede tempo. Serve intelligenza dell'Ue perché si rispettino le regole ma si usi flessibilità."
(M. Renzi)

Confermando di essere il leader della democrazia cristiana 2.0, Matteo Renzi, in questi giorni ha strizzato l'occhio al nuovo governo greco, al tempo stesso cercando di non prendere eccessiva distanza dalla posizione della Germania.

Come è noto, l'Italia, tra finanziamenti diretti e indiretti, ha un credito nei confronti della Grecia prossimo a 50 miliardi di euro, sui quali, tra l'altro, riceve un interesse inferiore al costo sostenuto per finanziare quei fondi. In pratica, i pagatori di tasse italiani stanno già sostenendo un'operazione di carry trade negativo, per di più correndo un rischio di credito molto elevato.

Perché su una cosa i nuovi governanti greci hanno ragione: la Grecia è uno Stato fallito. Lo era già nel 2001, quando i partner europei ne stabilirono l'ammissione all'area euro prendendo per buoni dei conti pubblici che qualsiasi stagista alla prima settimana di lavoro presso una società di revisione avrebbe ritenuto palesemente falsi.

Lo era a maggior ragione nel 2010, quando iniziò il soccorso da parte dei Paesi dell'area euro, seguiti poi dalla cosiddetta Troika, ossia Commissione europea, Bce e Fmi. Nel 2012 venne orchestrata una ristrutturazione ipocritamente definita volontaria nella quale vennero stravolte le norme per evitare alla Bce di subire gli effetti di quello che era a tutti gli effetti un default. In quell'occasione furono i creditori privati a rimettere alla Grecia circa 107 miliardi del suo debito pubblico.

Il patto con la Grecia era tutto sommato semplice: aiuti finanziari in cambio di un aggiustamento fiscale e strutturale. Di fatto una gestione commissariale, come avviene per le società in amministrazione straordinaria, pur con interventi che, ancorché il governo greco e i sinistrorsi di ogni dove sostengano che abbia generato una emergenza umanitaria, non aveva altro scopo che rimuovere le storture di uno stato assistenziale che non aveva pari in Europa.

Ogni schema di stato sociale è fondamentalmente uno schema Ponzi, ma è evidente che l'implosione arriva tanto prima quanto minore è la capacità di chi tiene il banco di raccogliere risorse fresche per alimentare lo schema stesso. Nel caso della Grecia, la carenza di gettito fiscale ha reso possibile coprire i buchi per anni solo grazie a una falsificazione contabile e alla dabbenaggine (per usare un eufemismo) dei partner europei.

Personalmente sono contrario sia allo stato sociale, sia all'imposizione fiscale, per cui non credo che la soluzione a un sistema di stato sociale con un forte gap finanziario consista nell'aumentare il gettito fiscale, bensì nello smontare lo stato sociale.

Nel caso della Grecia, tuttavia, ci si trova di fronte a un caso in cui vi è resistenza a ridimensionare lo stato sociale, mentre non si riesce (o non si vuole) aumentare il gettito fiscale in misura sufficiente a tappare i buchi (credo, peraltro, che sarebbe impossibile nel caso in questione).

La posizione del governo Tsipras è più o meno questa: il programma della Troika non lo vogliamo più proseguire; presenteremo un nuovo programma, bloccando le privatizzazioni e riassumendo migliaia di dipendenti pubblici, continuando a mandare in pensione la gente prima che altrove in Europa. I conti torneranno mediante la lotta all'evasione fiscale, ma nel frattempo ci servono soldi per galleggiare.

Parte del programma consisterebbe poi nel ridurre ulteriormente l'onere del debito, pari a circa il 175 per cento del Pil, per il 70 per cento nei confronti di creditori pubblici (ossia contribuenti dei altri Stati).

In questi giorni sono in corso trattative stucchevoli, in cui la Troika non deve più essere definita tale, pur restando la stessa nella sostanza, e i governi europei sembrano non sapere che pesci pigliare.

I greci pare non vogliano uscire dall'euro e dall'Ue, e li si può capire, dato che sono beneficiari netti del bilancio comunitario per circa 3 punti di Pil ogni anno.

Ammesso che si trovi una situazione di compromesso, non sarà affatto risolutiva, e i costi nel tempo aumenteranno. Voler evitare il fallimento quando un soggetto è fallito è una strategia alla lunga errata, tanto nel caso di aziende, quanto nel caso di Stati. Con l'aggravante, in quest'ultimo caso, che i costi e i rischi sono a carico di persone che non hanno, di fatto, alcuna voce in capitolo, checché ne dicano quelli che si riempiono la bocca della parola democrazia.

Trovo per nulla rassicurante la posizione di Renzi, che crede ritiene "comprensibile" la posizione assunta da Tsipras. Per carità, la Grecia non ripagherà mai quel debito, se non in moneta del tutto svalutata, ma almeno si smetta di alimentare quel pozzo senza fondo, invece di parlare a sproposito di flessibilità.


lunedì 16 febbraio 2015

Scorie - Eccedere

"La nostra battaglia è affinché cambi la politica economica europea, una sfida sulla quale il semestre di presidenza italiana qualcosa ha fatto: la possibilità di avere maggiore liquidità nel sistema, la flessibilità, il cambio di strategia che ha portato il dollaro ad avere un maggiore apprezzamento rispetto all'euro sono cose molto importanti per le nostre aziende."
(M. Renzi)

La tendenza ad attribuire a se stessi meriti che non si hanno è tipica di qualunque capo di governo e Renzi non fa certo eccezione.

Su quelle che il presidente del Consiglio considera "cose molto importanti per le nostre aziende" – per esempio poter fare più deficit e nuove inondazioni di denaro creato dal nulla da parte della Bce, volte anche a indebolire l'euro – si potrebbe anche sostenere che i benefici non siano poi indiscutibili. Henry Hazlitt, che suppongo Renzi non abbia mai neppure sentito nominare, osserverebbe che i provvedimenti di politica economica dovrebbero essere valutati non solo per gli effetti di breve periodo e su un ristretto gruppo di soggetti, bensì considerando gli effetti di lungo periodo per l'intero sistema economico.

Ma non è su questo che vorrei soffermarmi, quanto sul fatto che Renzi si intesti la paternità di eventi che non sono oggettivamente ascrivibili all'azione del governo italiano durante lo scorso semestre europeo.

Sulla cosiddetta "flessibilità" (un eufemismo per dire che si può fare un po' più di deficit) probabilmente Renzi ha ragione, ma sopravvaluta molto se stesso se ritiene che le decisioni della Bce in merito alla politica monetaria e l'andamento dei cambi sul mercato valutario siano stati influenzati dalla presidenza italiana dell'unione europea.

Capisco che il fatto che in Italia buona parte dei mezzi di informazione lo consideri un incrocio tra una sorta di divinità e superman possa aver aumentato il suo già enorme (e a mio parere del tutto fuori luogo) narcisismo. Però ogni eccesso porta con sé il ridicolo, e credo che Renzi (anche) in questo caso abbia ecceduto.


venerdì 13 febbraio 2015

Scorie - Io guido da solo

"È vero, il compito della politica dovrebbe essere quello di guardare alle correnti profonde che plasmano l'economia e guidarle e cavalcarle verso esiti migliori. Come disse John Maynard Keynes, «La politica economica non dovrebbe essere qualcosa che sradica una pianta, ma che la guida lentamente a crescere in una direzione diversa». Ma tutto questo presuppone che la politica abbia il tempo di guardare lontano, mentre di solito l'orizzonte dei politici è ristretto, limitato com'è dal ciclo elettorale."
(F. Galimberti)

Come spesso accade, Fabrizio Galimberti cita Keynes, che egli considera essere il più grande economista del Ventesimo secolo (ahimè, non lo pensa solo lui).

Trovo sempre piuttosto inquietanti affermazioni del tipo "il compito della politica dovrebbe essere quello di guardare alle correnti profonde che plasmano l'economia e guidarle e cavalcarle verso esiti migliori", perché danno per scontato che tutti quanti necessitino di una giuda "illuminata" e che qualcuno possa e debba effettivamente guidare gli altri, anche se non consenzienti.

Esiti migliori? Da quale punto di vista? Solitamente la risposta è più o meno questa: in democrazia "migliori" dal punto di vista della maggioranza. Che poi non è quasi mai la maggioranza delle persone, bensì, nella migliore delle ipotesi, la maggioranza di chi vota.

In realtà "migliori" dal punto di vista di chi governa, che si sente investito della missione di "guidare" il popolo. Il quale è composto da individui che si ritiene, per l'appunto, debbano essere guidati, il che implicitamente significa ritenere costoro incapaci di badare a se stessi senza la guida in questione.

Fatto abbastanza inconciliabile con l'idea di far decidere a quegli stessi "incapaci" chi deve "guidare" tutti quanti. In pratica, è come se le persone fossero incapaci, salvo trovare il lume della ragione una volta chiamati alle urne.

Come se ciò non bastasse, se tutti quanti siamo uguali (cosa di cui spesso si riempiono la bocca quelli che si riempiono la bocca anche del termine democrazia e degli aggettivi connessi), non si vede per quale motivo alcuni dovrebbero essere "più uguali di altri", come direbbe l'Orwell della Fattoria degli animali.

La verità è che ogni individuo è diverso dagli altri, e che nessuno è onnisciente. Quindi la "guida" diventa una forma più o meno soffice o rude di totalitarismo.

Galimberti sostiene che le cose non funzionano perché "di solito l'orizzonte dei politici è ristretto, limitato com'è dal ciclo elettorale". Questa è una circostanza che può peggiorare le cose, ma che non è determinante come il fatto che nessuno è onnisciente e che nessuno dovrebbe avere il diritto di "guidare" altri senza il consenso dei singoli.

Qualcuno ritiene di affidarsi alla guida di un uomo della provvidenza o di un guru? Sia libero di farlo. Purché la sua scelta non vincoli altri, che potrebbero volersi scegliere un'altra guida oppure non volere alcuna guida se non se stessi.


giovedì 12 febbraio 2015

Scorie - Con o senza invidia, la tassazione equivale al furto

"Nessuna invidia sociale, solo solidarietà ed equità. Su questo siamo assolutamente determinati, perché gran parte del Paese con la crisi ha sofferto moltissimo ed una piccola parte ha invece mantenuto o ha visto crescere la sua ricchezza."
(A. Furlan)

Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, ha così commentato la presentazione da parte del suo sindacato di un disegno di legge di iniziativa popolare per il quale presto inizierà la raccolta delle firme, che prevede di aumentare la redistribuzione mediante sgravi fiscali per taluni e aumenti di imposte, patrimoniali incluse, per altri.

Solidarietà ed equità sono due concetti molto abusati dai redistributori di ogni tempo e luogo. Peccato che si tratti sempre di solidarietà imposta ad altri e di equità arbitrariamente definita dai redistributori medesimi.

Sulla solidarietà non spenderò troppe parole. Credo sia sufficiente puntualizzare che o i comportamenti solidali sono volontari, oppure si è in presenza di coercizione subita da coloro ai quali viene imposto (nel caso di specie, mediante il fisco) di essere solidali con altre persone, senza neppure poter scegliere i beneficiari. La redistribuzione operata mediante il fisco non ha nulla a che vedere con l'autentica solidarietà.

Per quanto riguarda l'equità, nessun redistributore potrà mai dimostrare che ciò che intende per equità non sia, in realtà, arbitrariamente definito. Credo che l'unica autentica equità (nel caso di specie nella distribuzione della ricchezza) sia quella che risulta da azioni e scambi volontari.

Il fatto che Tizio abbia un reddito di 1.000 euro e Caio un reddito di 100.000 euro non autorizza nessuno a sostenere che Tizio sia iniquamente povero e Caio sia iniquamente ricco, se non dopo aver analizzato come sono generati i redditi per entrambi.

Tizio potrebbe aver rubato quei 1.000 euro, mentre Caio potrebbe aver ottenuto i sui 100.000 euro solo in base a scambi volontari e senza aver beneficiato di agevolazioni/protezioni normative.

In ogni caso non può essere considerato equo prendere a Caio per dare a Tizio, a meno che Caio non abbia rubato a Tizio.

Più volte ho sottolineato come, per esempio, la politica monetaria espansiva posta in essere dalle banche centrali abbia effetti redistributivi, beneficiando chi per primo entra in possesso del denaro immesso nel sistema. La soluzione, tuttavia, non consiste nel tassare tutti coloro che hanno determinati redditi, bensì nel rimuovere la causa di quel beneficio indebito.

Altrimenti, invidia sociale o non invidia sociale, il rimedio è peggiore del presunto male.


mercoledì 11 febbraio 2015

Scorie - Risparmiateci lo Stato innovatore

"Con un pensiero e un'ingegneria istituzionale più creativi anche stavolta potremmo salvare il capitalismo da se stesso."
(D. Rodrik)

Dopo aver sostenuto che il welfare state ha salvato il capitalismo da se stesso nel XX secolo, Dani Rodrik ipotizza che servano oggi "un pensiero e un'ingegneria istituzionale più creativi" per realizzare un nuovo salvataggio nel XXI secolo.

Confesso che quando sento parlare di "ingegneria" riferita allo Stato ho una sorta di reazione allergica, considerando i danni e le limitazioni alla libertà che questa ha comportato nel corso della storia.

Dunque, a cosa si riferisce Rodrik? Si riferisce allo Stato come motore di innovazione, delle quali poi beneficerebbero i cittadini. Ecco cosa ha in mente:

"Immaginiamo che lo Stato crei un certo numero di fondi pubblici di capitale di rischio, gestiti professionalmente, con partecipazioni in un'ampia fascia di nuove tecnologie, raccogliendo i fondi necessari con l'emissione di obbligazioni sui mercati finanziari. Quei fondi seguirebbero le regole del mercato e dovrebbero rendere conto periodicamente alle autorità politiche (specialmente quando il tasso complessivo di rendimento non raggiunge una certa soglia), ma per il resto manterrebbero la loro autonomia."

Lo Stato dovrebbe quindi aumentare il debito pubblico per finanziare fondi che investano in nuove tecnologie. Fondi gestiti secondo "regole di mercato", dovendo però rendere conto alle autorità politiche invece che a soggetti che abbiano investito volontariamente capitali propri.

Qui ovviamente sorge il primo problema: come lo stesso Rodrik riconosce, si deve trattare di investimenti i cui rischi nessun privato sarebbe disposto a correre volontariamente. Questo significa che si esce da logiche di mercato. Come fare allora?

"Costruire le istituzioni giuste per gestire a livello pubblico capitali di rischio, può essere difficile, ma si può seguire il modello delle banche centrali per operare indipendentemente dalle pressioni politiche quotidiane. La società, attraverso il suo agente ovvero il governo, potrebbe finire per diventare comproprietaria di una nuova generazione di tecnologie e di macchine."

Se il modello deve essere quello delle banche centrali, c'è poco da stare allegri. Tra l'altro si tratterebbe di un'attività ben diversa da quella di emettere denaro fiat in regime di monopolio. In ogni caso, resta il fatto che chi governa ha interessi ben diversi da quello di ottenere rendimenti dal denaro investito, dato che i rischi ricadono sui contribuenti, ai quali non è ovviamente concesso astenersi dall'assumere una quota parte di rischio.

Rodrik è comunque ottimista:

"La percentuale dei proventi ottenuti dalla commercializzazione delle nuove tecnologie tornerebbe ai cittadini sotto forma di dividendi di "innovazione sociale" e quel flusso di entrate andrebbe a incrementare gli stipendi e permetterebbe anche di ridurre le ore di lavoro, avvicinandosi al sogno di Marx di una società dove il progresso tecnologico permette a ogni individuo di «andare a caccia al mattino, a pescare il pomeriggio, badare al bestiame la sera e fare il critico dopo cena». Lo stato sociale è stata l'innovazione che ha democratizzato – e dunque stabilizzato – il capitalismo del XX secolo. Il XXI secolo dovrà affrontare un passaggio analogo, avviandosi verso uno "stato dell'innovazione"."

In pratica Rodrik pensa a un sistema collettivista, in cui i proventi dello Stato innovatore fanno vivere nella bambagia tutti quanti. Pare non sfiorarlo neppure l'idea che al posto dei proventi potrebbero esserci perdite. E pensa addirittura che verrebbe realizzato il sogno di Marx, nonostante in oltre 150 anni chiunque abbia tentato di realizzarlo abbia condannato a vite da incubo i concittadini, comprimendone più o meno totalmente la libertà.

I fallimenti dello Stato sociale stanno ormai venendo a galla, come per qualsiasi schema Ponzi. Spero proprio che lo Stato innovatore ci venga risparmiato.


martedì 10 febbraio 2015

Scorie - Primario o secondario: non fa differenza

"Non intervenendo sul mercato primario ma su quello secondario, l'Eurotower non alimenta l'economia degli Stati, comprando i Btp, Bonos e Bund al momento dell'emissione, ma mette in moto il circuito finanziario composto dalla triade istituti di credito-banche centrali-ministeri dell'Economia. Non esistendo ancora un Tesoro centrale a Bruxelles, è un po' come sperare che l'acquisto di un'auto usata dal concessionario abbia gli stessi effetti sul bilancio del produttore di quando si compra una vettura nuova."
(R. Sommella)

Tra le tante sciocchezze che si sentono e leggono a proposito del quantitative easing (QE), vi è anche quella di chi si lamenta del fatto che gli acquisti da parte della Bce (operati dalle banche centrali nazionali) verranno effettuati sul mercato secondario e non direttamente in asta di emissione.

Posto che neanche negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Giappone il QE è attuato mediante l'intervento della banca centrale direttamente in asta di emissione, nell'Area euro ciò sarebbe addirittura impossibile perché violerebbe il trattato Ue, che vieta il finanziamento diretto degli Stati da parte della Bce.

E' però abbastanza chiaro che gli acquisti sul mercato secondario non sono altro che un escamotage per aggirare il divieto e che gli effetti, nella sostanza, non cambiano.

Infatti, non è l'andamento del mercato primario a influenzare il mercato secondario, ma l'esatto opposto. E' sul mercato secondario che avviene la sostanza degli scambi, tutti i giorni, mentre le aste vengono effettuate solo con determinate periodicità. E', quindi, il livello di tassi che prevale sul mercato secondario a determinare come andranno le aste, non viceversa.

Negli ultimi mesi, la sola attesa dell'annuncio del QE ha determinato una diminuzione dei rendimenti sul mercato secondario e, di conseguenza, sul primario. Ciò dimostra che gli effetti ci sono anche senza che gli acquisti della banca centrale avvengano sul primario.

Anche l'analisi dei flussi finanziari nelle due ipotesi porta alla stessa conclusione. Acquistando sul primario, la banca centrale accrediterebbe denaro al Tesoro in cambio di titoli di debito. Il Tesoro a sua volta utilizzerebbe il denaro per comprare beni e servizi, accreditando i conti bancari dei fornitori. Quindi il denaro derivante dal QE transiterebbe dal Tesoro e finirebbe nel sistema bancario, e potrebbe poi essere moltiplicato mediante il sistema della riserva frazionaria.

Se gli acquisti avvengono sul secondario, invece, il denaro derivante dal QE viene versato dalla banca centrale alle banche in contropartita di titoli di Stato che queste hanno acquistato in precedenza. Anche in questo caso le banche possono poi moltiplicarlo mediante il sistema della riserva frazionaria. Il fatto che sia previsto l'acquisto periodico per un certo ammontare da parte della banca centrale determina un incremento della domanda (sia in asta, sia sul secondario) da parte del sistema bancario, abbassando, a parità di altre condizioni, i rendimenti dei titoli di Stato, quindi il costo per il Tesoro.

Si potrebbe obiettare che così le banche realizzano utili facendo da broker tra la banca centrale e il Tesoro. Ciò è vero, ma la cosa non dispiace certo agli Stati, dato che banche che realizzano utili necessitano di meno interventi di sostegno pubblico e versano più imposte. E credo non vada ignorato il crescente ruolo di operatori al servizio dell'amministrazione fiscale svolto dalle banche in tutto il mondo. Infatti, oggi le banche sono al tempo stesso il più grande sostituto d'imposta e il maggior fornitore di informazioni sui loro clienti alle amministrazioni fiscali.

In definitiva, se si considerano i flussi si capisce che l'effetto sul "bilancio del produttore" non è sostanzialmente diverso nel caso di acquisti sul primario o sul secondario.

Ciò detto, mi rendo conto che i profeti della monetizzazione siano insaziabili, ma allora siano espliciti e dichiarino che, per loro, l'ideale sarebbe che la banca centrale accreditasse sul conto del Tesoro tutto il denaro di cui questi necessita, senza ottenere in cambio titoli di debito, né pretendere interessi (che, peraltro, tornano quasi per intero al Tesoro stesso come distribuzione di utili realizzati dalla banca centrale).

In passato è avvenuto anche questo, ma di solito, per usare un eufemismo, ci si lasciava prendere un po' la mano. Già il QE crea consistenti distorsioni nella determinazione dei tassi di interesse e nell'allocazione delle risorse: la monetizzazione esplicita non farebbe altro che accelerare la degenerazione del sistema monetario.

Ma il problema, in fondo, rimane sempre lo stesso: ci si renderà mai conto che aumentando la quantità di denaro fiat non aumenta la ricchezza reale?


lunedì 9 febbraio 2015

Scorie - (Tra)Monti (2)

"Il grande progetto di Mario Monti ha avuto un grande senso, e io l'ho detto con chiarezza dopo la sconfitta elettorale alle europee, in cui ho ritenuto di dimettermi da segretaria di Scelta Civica. A questo punto diciamo che tutti coloro che con responsabilità di governo e parlamentare credono fermamente che il processo riformista deve andare in quella direzione introdotta due anni fa, mi sembra naturale che facciano questa scelta naturalmente. E' il momento in cui c'è bisogno di aggregazione nel riformismo e non di frammentazione."
(S. Giannini)

Con queste parole il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, ha dato notizia del suo passaggio da Scelta Civica al PD. Non è la prima a farlo; con lei in questi giorni lo hanno fatto altri sette parlamentari eletti con Scelta Civica, e con ogni probabilità non saranno gli ultimi. Qualora si andasse al voto prima del 2018, meglio essere su un carro che, allo stato attuale, fornisce le maggiori probabilità di mantenere il seggio parlamentare, e magari pure quello ministeriale, pur potendo personalmente contare sui voti dei soli parenti stretti (probabilmente neppure di tutti).

Ovviamente il tutto deve essere però venduto come gesto di "responsabilità" nei confronti del Paese e come manifestazione di impegno "riformista".

Sarà stata forse l'emozione nell'annunciare questo passaggio fondamentale per le sorti del Paese, ma da una persona che fa il ministro dell'Istruzione ci si aspetterebbe almeno un uso decoroso della lingua italiana.

Invece nella dichiarazione di Giannini sovrabbondano ripetizioni e (ma questo è un super classico) un uso dell'indicativo al posto del congiuntivo che, ancorché molto diffuso, farebbe inorridire la mia maestra dei tempi delle elementari.

Però, avanti con "l'aggregazione nel riformismo". Forse a cominciare proprio dall'italiano.


venerdì 6 febbraio 2015

Scorie - Debito e mandrie

"Perché allora sono tutti molto preoccupati di questa situazione, e del rischio che la bassa inflazione si prolunghi troppo? I motivi sono diversi, ma per le famiglie e le piccole imprese il più importante è il fatto che la bassa inflazione segnala una situazione di crisi piuttosto seria. È vero che i creditori ottengono moneta dal valore stabile o persino in crescita, finché però i debitori - siano essi imprese o famiglie, per esempio di inquilini - restano in grado di pagare. Se sono costrette a chiudere o perdono il lavoro, tutti i vantaggi svaniscono."
(R. Sorrentino)

Tra le tante argomentazioni espresse con toni allarmistici in merito a ciò che viene comunemente chiamato lo "spettro della deflazione", vi è quello in base al quale i debitori, andando in difficoltà per via dell'aumento dell'onere del debito in termini reali, rischiano di divenire insolventi, provocando perdite ai creditori. Questo dovrebbe rendere tutti quanti avversi alla discesa dei prezzi al consumo, perché è questa la definizione mainstream (per quanto a mio parere non corretta) di deflazione.

In realtà questo modo di ragionare dà per scontato che sia impossibile fare utili in un contesto in cui i prezzi non salgono più o meno uniformemente, dimenticando che l'utile di un'impresa deriva dalla differenza tra ricavi e costi, e che se entrambi diminuiscono non è detto che il conto economico vada in perdita. Anzi.

E' evidente che si tende a dare per scontato che in un contesto di prezzi decrescenti (o non crescenti quanto vorrebbero gli inflazionisti) il fatturato cali, mentre i costi no. E' il vecchio tarlo keynesiano in base al quale, per esempio, i salari nominali sono rigidi al ribasso, per cui solo in un contesto di prezzi crescenti è possibile per un'impresa fare profitti, a parità di altre condizioni (per esempio, escludendo aumenti di produttività).

Osservando la realtà si potrebbe essere indotti a sposare la tesi keynesiana sulla rigidità di taluni prezzi al ribasso. Tuttavia, occorre chiedersi il perché di tali rigidità. In un mercato privo di distorsioni da interventismo, è la relativa scarsità di un bene o servizio a determinarne la rigidità del prezzo al ribasso. Se, tuttavia, si assiste a rigidità al ribasso pur in presenza di un'offerta abbondante, significa che qualcosa di esogeno al mercato impedisce al prezzo di scendere. Questo è solitamente il caso.

La soluzione, però, non consiste nel creare una tendenza rialzista dei prezzi tramite la manipolazione monetaria, bensì nel rimuovere le cause esogene al mercato che impediscono a taluni prezzi di muoversi liberamente al ribasso quanto al rialzo.

Ciò detto, nello scenario prefigurato dagli osservatori manistream, la posizione del creditore deve sempre e comunque essere perdente: o perché viene ripagato con moneta svalutata, oppure perché il debitore diventa insolvente. Posto che ogni creditore sopporta sempre un rischio di credito più o meno significativo in base alle caratteristiche del debitore, gli inflazionisti, con il loro pregiudizio a favore dei debitori, non fanno altro che incentivare il ricorso al debito e disincentivare il risparmio.

Vorrei allora concludere con le parole che Henry Louis Mencken utilizzò a proposito del New Deal, il cui scopo sarebbe stato quello di "sterminare la classe dei creditori e spingere tutti quanti nella classe dei debitori. E' come cercare di allevare una mandria con sole mucche e neanche un toro".

Prima o poi la mandria si estingue.


giovedì 5 febbraio 2015

Scorie - Investimenti

"La difesa delle generazioni future è un sentimento nobile e lungimirante… Ma le ragioni delle generazioni future vengono spesso tirate in ballo anche impropriamente. Se ne sono così impadroniti i sostenitori del rigore in tutte le stagioni. Certo, è sacrosanto denunciare politiche che aumentano il fardello del debito pubblico per i giovani senza alcun corrispettivo a loro favore. È questo il caso di gran parte della spesa corrente (chiamata così non a caso), per la cui riduzione si continua a fare troppo poco, con buona pace di spending review che vanno e vengono. Ma è fuorviante parlare negli stessi termini della spesa per investimenti, della spesa cioè in conto capitale (di nuovo, termine non a caso)."
(A. Leipold)

Alessandro Leipold, una carriera passata tra Unione europea e FMI, è tra i fautori della ripresa degli "investimenti per la crescita". Mantra largamente diffuso tra coloro che, in un sistema di autentico libero mercato, non avrebbero potuto passare decenni in posizioni ben pagate con le tasse pagate da altri e non esposte al giudizio dei consumatori.

Secondo Leipold sarebbe irresponsabile non già lasciare in eredità alle generazioni future l'alto fardello del debito, bensì Paesi con infrastrutture e servizi pubblici inadeguati.

Per questo ricorre alla distinzione tra spesa pubblica corrente e per investimenti, altro cavallo di battaglia dei keynesiani "coscienziosi". Si riduca la prima e si aumenti la seconda, è la ricetta di costoro.

Il problema è che i governi vorrebbero aumentare la seconda senza ridurre la prima. E questo in base alla semplice osservazione della realtà attuale e della storia del Novecento.

Supponendo, tuttavia, che il mix di spesa corrente e per investimenti fosse adeguato in base agli auspici dei Leipold di questo mondo, resta il fatto che non si vede per quale motivo gli investimenti li debba fare lo Stato. Gli interventisti sostengono che certi investimenti i privati non li farebbero.

Occorre capire il perché. Se i privati non fanno certi investimenti perché non vi è una adeguata domanda per i beni e servizi derivanti dagli stessi, è evidente che ci si trova di fronte alla mera imposizione della volontà del governante (e dei suoi illuminati consiglieri).

Se, viceversa, i privati non investono a causa di burocrazia e tasse, allora sarebbe meglio rimuovere questi ostacoli invece di lasciarli in essere e caricare sul contribuente (presente e futuro) gli oneri connessi agli "investimenti".

Quegli stessi contribuenti per i quali il fardello del debito è già piuttosto pesante.


mercoledì 4 febbraio 2015

Scorie - Il vero obiettivo è spendere

"In merito alle previsioni di crescita del Pil, nel Def abbiamo messo 0,5%. Ho visto che Confindustria scrive +2% ma mi sembra irrealistico. Ma se, tra 0,5% e 2%, fosse l'1%, avremmo 8 miliardi in più da spendere."
(M. Renzi)

Mi è capitato spesso di sostenere che nessun governo, men che meno quello in carica, abbia una seria intenzione di ridimensionare la spesa pubblica e, con essa, la pressione fiscale reale.

Questa dichiarazione di Matteo Renzi rappresenta l'ennesima conferma del fatto che lo scopo ultimo del governo è massimizzare le risorse a disposizione per fare spesa pubblica. Perché la spesa, lungi dall'avere lo scopo di migliorare un non meglio definito (né definibile) "interesse del Paese", consente di conferire benefici tangibili alla sempre più vasta categoria dei consumatori di tasse, i quali, poi, sono molto preziosi al momento di andare alle elezioni.

Una crescita migliore del previsto del Pil, quindi, non rappresenta per il presidente del Consiglio l'occasione per ottenere una contrazione del deficit e a una successiva riduzione di imposte, bensì la ghiotta opportunità di avere, grazie all'incremento del gettito fiscale conseguente alla maggior crescita, qualche miliardo in più da spendere.

E la cosa deprimente è che sentendo dichiarazioni del genere anche una buona parte dei pagatori netti di tasse non fa una piega.


martedì 3 febbraio 2015

Scorie - Armonizzazione pericolosa

"Se la Ue vuol proteggere il mercato interno, sia dall'elusione fiscale fatta attraverso i paradisi fiscali che dall'evasione, bisogna agire anche a livello mondiale cercando accordi tra gli Stati, con scambio di informazioni atte ad eliminare quella concorrenza fiscale dannosa e le distorsioni che colpiscono, in particolare, tutti gli Stati mondiali più evoluti. È pertanto da condividere l'iniziativa intrapresa da Italia, Francia e Germania per chiedere a Bruxelles una direttiva europea per armonizzare le regole fiscali al fine di impedire la concorrenza fiscale sleale tra i 28 Paesi Ue. Ma l'Europa deve anche confrontarsi e ricercare regole comuni con gli altri Stati del mondo globalizzato. La realizzazione di un'armonizzazione e coordinamento fiscale è importante non solo per eliminare la concorrenza fiscale dannosa e le discriminazioni tra gli Stati Ue, ma anche per contribuire a creare quel sentire comune che deve entrare a far parte del patrimonio culturale complessivo dei cittadini europei. L'attuale situazione fiscale disarmonica, infine, indebolisce l'Unione, costringendola a un impiego di energie al proprio interno piuttosto che tese a rafforzare la propria posizione nell'ambito di un mercato economico-finanziario globalizzato."
(P. Moretti)

Paolo Moretti è presidente dell'Accademia Romana di Ragioneria e, come molti di coloro che si occupano di fisco a livello tecnico, adotta una posizione che, lungi dall'abbassare la temperatura dell'inferno fiscale italiano, finirebbe per alzarla anche altrove.

Considerando che la tassazione è una violazione della proprietà privata, ridurre la concorrenza (o addirittura eliminarla) tra Stati significa peggiorare la situazione. Parlare di concorrenza fiscale "dannosa" o "sleale" equivale a prendere le parti dei consumatori di tasse a scapito dei pagatori di tasse, perché i danni di questa concorrenza "sleale" sarebbero per l'erario, non per i cosiddetti contribuenti.

Auspicare, poi, che l'armonizzazione vada estesa idealmente a livello globale, significa togliere ai legittimi proprietari delle risorse estorte dal fisco ogni possibile difesa (già peraltro parecchio indebolita nel contesto attuale).

Qualcuno potrebbe obiettare che una definizione comune delle tecnicalità dei singoli tributi (per esempio la determinazione della base imponibile) semplificherebbe la vita a chi paga le tasse. Ciò può essere vero, ma l'obiettivo reale degli armonizzatori non è quello di semplificare la vita a chi paga le tasse, bensì evitare che possa avere convenienza a pagare le tasse a uno Stato invece che a un altro.

Se questo deve diventare il "sentire comune che deve entrare a far parte del patrimonio culturale complessivo dei cittadini europei", c'è poco da stare allegri. Si rischia veramente di arrivare in tempi brevi a una situazione peggiore di quella descritta da Orwell in 1984.


lunedì 2 febbraio 2015

Scorie - Divorzio e spesa pubblica

"In positivo, quel divorzio provocò l'abolizione della scala mobile, raffreddò di poco l'inflazione e rafforzò l'autonomia della Banca d'Italia. Ma non giovò affatto al bilancio dello Stato. E il debito pubblico, che nel 1980 era pari al 57,7% del pil, salì al 124,3% nel 1994. Pochi dati documentano quella svolta: la spesa pubblica, al netto degli interessi, era pari al 42,1% del pil nel 1984 e dieci anni dopo (sempre al netto degli interessi) era salita appena al 42,9%, in linea con il resto d'Europa. Gli 80 punti in più accumulati in soli dieci anni (fino al 124,3% del pil) erano dovuti alla maggiore spesa per interessi, che cresceva a un ritmo tra l'8 e l'11% l'anno. Dunque, come gli economisti keynesiani sostengono da tempo, il divorzio Tesoro-Bankitalia si rivelò un grave errore di politica economica, di cui continuiamo a pagare le conseguenze."
(T. Oldani)

Commentando su MF l'annuncio del quantitative easing da parte della Bce, Tino Oldani sostiene che essendo la Banca d'Italia destinata a comprare per lo più titoli di Stato italiani, verrà quasi fatta marcia indietro rispetto al divorzio tra Tesoro e banca centrale voluto nel 1981 da Beniamino Andreatta (che, contrariamente a quanto potrebbe sembrare leggendo Oldani, non era un antikeynesiano!).

Oldani ne approfitta, quindi, per fornire una lettura critica del divorzio. In primo luogo credo che sia corretto, quando si vuole commentare l'andamento di alcune serie storiche, prendere come riferimento lo stesso lasso temporale. Secondo i dati forniti dall'Istat, la spesa pubblica al netto degli interessi nel 1980 era pari al 36,9% del Pil. Questo significa che, in ogni caso, la spesa pubblica in rapporto al Pil è aumentata di 6 punti percentuali dal divorzio al 1994.

Che, poi, a seguito della mancata monetizzazione esplicita del debito pubblico da parte della Banca d'Italia vi sia stato un aumento della spesa per interessi, ciò era inevitabile. Il divorzio aveva lo scopo di consentire alla Banca d'Italia di poter controllare (usiamo questo eufemismo) l'offerta di moneta, cosa che non poteva avvenire finché era obbligata a finanziare direttamente il Tesoro, nonché a porre un freno alla spesa pubblica.

E' evidente che il contenimento della spesa pubblica non c'è stato. Ma, a differenza di quanto sostengono i keynesiani (per la verità non tutti), l'errore non fu il divorzio, bensì il continuare a spendere e spandere da parte dei governi dell'epoca. Senza, peraltro, che l'opposizione dell'epoca auspicasse un contenimento della spesa stessa.

E' appena il caso di ricordare che nei venti anni successivi le cose non sono certo migliorate e la spesa pubblica, sempre al netto degli interessi, è aumentata di altri 5 punti abbondanti di Pil. Quello che nel frattempo è cambiato è stato l'aumento della pressione fiscale perseguito da governi di ogni colore per rincorrere con le entrate una spesa che non si è mai voluta tagliare.

E' dei mancati tagli di spesa che continuiamo a pagare le conseguenze, non del divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia.