giovedì 31 dicembre 2015

Scorie - Altro che limiti di inquinamento, qui si superano i limiti dell'assurdo

"In caso di sforamento per più di 7 giorni consecutivi dei limiti di smog per me devono essere i sindaci a decidere: l'abbassamento delle temperature del riscaldamento di 2 gradi; limitare la velocità di circolazione di -20km/h; sconti sui mezzi pubblici."
(G. L. Galletti)

Se qualcuno ancora avesse dei dubbi, queste parole del ministro dell'Ambiente dovrebbero spazzarli via definitivamente: ogni questione in Italia è affrontata mettendo nuovi limiti, proibendo questo o quello, senza peraltro risolvere i problemi, ma comprimendo ulteriormente la libertà degli individui.

Per di più con provvedimenti palesemente assurdi. Se si impone di abbassare la temperatura in tutti gli edifici di 2 gradi, come si controlla la conformità a questo assurda imposizione? Probabilmente i comuni (o l'ente controllore di turno) non riuscirebbero neppure ad accertarsi che il limite fosse rispettato negli edifici pubblici.

Quanto ad abbassare i limiti di velocità di 20km/h, qualcuno davvero crede che portando il limite nei centri urbani da 50 a 30km/h si abbasserebbe lo smog? A me pare assurdo. Se gli automobilisti rispettassero questo limite demenziale, impiegherebbero più tempo a percorrere lo stesso tratto di strada. Mi risulta difficile credere che una macchina, a parità di altre condizioni, inquini di più se viaggia a 50 o a 30 all'ora, mentre è certo che più tempo impiega a percorrere un tratto di strada, più emette gas di scarico, oltre al fatto che è più probabile che si congestioni il traffico.

Probabilmente l'unico risultato che si otterrebbe sarebbe rimpolpare le casse comunali con qualche contravvenzione in più. Per il bene dell'ambiente, ovviamente...


mercoledì 30 dicembre 2015

Scorie - La confusione monetaria regna sovrana

In Svizzera il Movimento per la Moneta Sovrana ha raccolto le 100mila firme necessarie per indire un referendum. L'iniziativa referendaria prevede il divieto alle banche di creare denaro mediante il noto sistema della riserva frazionaria. I proponenti ritengono che l'attuale sistema violi l'articolo 99 della Costituzione federale, in base al quale "il settore monetario compete alla Confederazione".

Il Movimento per la Moneta Sovrana ritiene pertanto che "oggi dobbiamo vietare alle banche anche di stampare denaro elettronico. Solo la Banca Nazionale deve poter creare denaro".

Proporre il superamento della moltiplicazione dei depositi da parte delle banche commerciali è un fine di per sé condivisibile, ma temo che il problema non sarebbe risolto limitando la possibilità di creare moneta alla Banca centrale.

In un altro passaggio, i proponenti il referendum sostengono che "se i depositi dei risparmiatori fossero insufficienti per la concessione dei crediti, la Banca Nazionale può mettere a disposizione prestiti al sistema bancario".

Come spesso accade, chi fa riferimento alla sovranità monetaria non ha le idee ben chiare sui veri problemi dei sistemi monetari fiat. Tali problemi non sono riconducibili solo al fatto che alle banche commerciali è data la possibilità, mediante il sistema della riserva frazionaria, di creare denaro dal nulla; parte del problema origina dalla concessione alla banca centrale del potere monopolistico di emettere base monetaria, anche questa creata dal nulla, nella quantità che essa ritenga necessaria.

Il fatto stesso che il Movimento per la Moneta Sovrana ritenga che se i depositi dei risparmiatori fossero "insufficienti" per la concessione di crediti la Banca Nazionale potrebbe creare nuovo denaro, dovrebbe rendere evidente che il problema non verrebbe affatto risolto.

Chi dovrebbe stabilire cosa costituisce "insufficienza"? Suppongo la stessa Banca Nazionale. Ed è evidente che la decisione sarebbe inevitabilmente arbitraria. La quantità di moneta non è mai insufficiente in un sistema di mercato in cui i prezzi possano fluttuare liberamente in funzione della domanda e dell'offerta. A partire dal prezzo del denaro, ossia il tasso di interesse.

Se si vuole evitare che il denaro sia "manipolato", è necessario che la sua emissione non sia demandata a un monopolista, men che meno che sia possibile determinarne la quantità ad libitum. Nessun bene che non sia caratterizzato da scarsità può avere un valore di scambio, e nessun bene che possa essere riprodotto in qualsivoglia quantità senza alcuno sforzo può essere scarso. Per completare l'opera dovrebbe anche essere rimosso il corso forzoso, lasciando alle parti di un contratto stabilire quale mezzo di pagamento utilizzare.

In sostanza, il denaro dovrebbe tornare a essere il mezzo generale di scambio originato da un ordine spontaneo, nel quale la sovranità di scegliere quale bene utilizzare per regolare gli scambi appartiene ai singoli, non a uno Stato o a una banca centrale. Ovviamente questo non è ciò che auspicano i sovranisti, in Svizzera come altrove. Ed è per questo che quella da loro prospettata non rappresenta affatto una soluzione ai problemi dei sistemi monetari attuali.


martedì 29 dicembre 2015

Scorie - Flessibilità = deficit

"Adesso la flessibilità fa parte delle regole e vale fino all'1% del Pil, per l'Italia oltre 16 miliardi di euro."
(M. Renzi)

Nella neolingua cara a coloro che vedono nel deficit di bilancio un volano per la crescita economica, il termine "flessibilità" indica né più né meno che fare più deficit con la Commissione Ue che fa finta di niente.

L'unica certezza è che il deficit dovrà prima o poi essere pagato da qualcuno. Ma i beneficiari della maggior spesa fatta in deficit sono identificabili (si vedono, direbbe Bastiat), mentre chi pagherà il conto non è altrettanto agevolmente identificabile (costoro non si vedono).

Nella narrazione renziana, da una parte ci sono quelli che guardano al futuro con entusiasmo e credono che il problema delle risorse con cui finanziare tutti gli slanci del presidente del Consiglio sia tale solo perché le regole europee pongono assurdi limiti al deficit; dall'altra ci sono persone che non sanno guardare al futuro, che hanno una mentalità ristretta. In realtà questi ultimi sono rei semplicemente di sottolineare che nessun pasto è gratis e che non esiste crescita sostenibile basata sullo spendere costantemente più di quello che si incassa (che, pure, non è poco).

Ciò detto in merito alle pseudo virtù del deficit spending, c'è un ulteriore problema per Renzi: la flessibilità è concessa con ampi margini di arbitrarietà dalla Commissione Ue. In buona sostanza, tra il governo di turno e la Commissione Ue si genera una situazione da suk, in cui, a parità di condizioni, un governo ottiene flessibilità e un altro ne ottiene di meno o non ne ottiene per nulla.

Renzi ha fatto approvare al Parlamento una legge si Stabilità per il 2016 con circa un punto di deficit oltre gli obiettivi precedentemente concordati in sede europea, tra l'altro con stime di crescita del Pil abbastanza ottimistiche. Evidentemente conta che i numeri vengano presi per buoni a Bruxelles, ma il verdetto arriverà a primavera, e non è detto che le cose vadano come vorrebbe.

Ciò nonostante, Renzi si rivolge agli italiani come se la flessibilità gli fosse già stata accordata, ignorando il trapattoniano "non dire gatto se non l'hai nel sacco". Comunque vadano le cose, a mio parere la cattiva notizia è che la riduzione della spesa pubblica continua a essere rinviata, proprio in nome della flessibilità. Per chi è pagatore di tasse, credo ci sia poco di cui rallegrarsi.


lunedì 28 dicembre 2015

Scorie - Buonsamaritanismo a spese altrui

"Potrei ricorrere alla difesa dell'immigrazione dicendo che abbiamo bisogno degli immigrati per pagare le pensioni dei nostri figli. Ma, di fronte alle immagini di coloro che fuggono la guerra e la morte, preferisco appellarmi alla buona e vecchia solidarietà del Buon Samaritano. Lei dice: deve essere un fatto spontaneo e del tutto privatistico. Non sono d'accordo. Come penso, del pari, che quando Papa Francesco si augura che ogni parrocchia accolga un rifugiato, dice cosa nobile e giusta, ma che rimane al livello privatistico. Quando il numero di rifugiati tocca i milioni, c'è bisogno di creare lavoro e dare accesso ai servizi pubblici. L'approccio non può più essere spontaneo, ma deve coinvolgere lo Stato e i fondi pubblici; che un giorno saranno rimpolpati – è già successo – dai contributi e dalle tasse pagate dagli immigrati."
(F. Galimberti)

Rispondendo a un lettore in merito al tema dell'immigrazione, Fabrizio Galimberti ha usato le argomentazioni che ho riportato per difendere l'apertura delle frontiere. Non condivido praticamente nulla di quello che sostiene.

In primo luogo, difendere l'immigrazione sostenendo che saranno gli immigrati a pagare le pensioni dei nostri figli è semplicemente una ipotesi di dubbio fondamento. Non è affatto detto che costoro saranno disposti a mantenere un welfare state come quello in essere, se si troveranno a essere contributori netti. Oggi è lecito dubitare che lo siano, per lo meno in quelle famiglie con un solo lavoratore che ha moglie e diversi figli piccoli a carico. In questi casi gli immigrati sono beneficiari netti del welfare state, anche se un componente della famiglia paga tasse e contributi.

Galimberti afferma che "è già successo" che i contributi e le tasse pagate dagli immigrati abbiano "rimpolpato" le casse pubbliche. Senza specificare quando e in che misura. Dubito che potrebbe specificarlo.

Quanto alla questione del Buon Samaritano, la penso come il lettore a cui è destinata la risposta di Galimberti: la solidarietà deve essere spontanea e privata. Chiunque può invitare gli altri a essere solidali, ma invocare l'intervento dello Stato per forzare la solidarietà mediante il fisco è la negazione della vera solidarietà, oltre a una violazione del diritto di proprietà di chi è costretto a pagare il conto.

In un contesto nel quale vigesse la proprietà privata o le comunità fossero costituite in modo volontario, ogni persona potrebbe avere accesso a una proprietà solo con il consenso o l'invito del proprietario. E, una volta entrato nella proprietà di una o più persone, l'ospite non avrebbe alcun diritto se non quello a non essere aggredito.

In un contesto dominato dallo Stato, al contrario, i flussi migratori finiscono per essere ingestibili o mal gestiti, non da ultimo per via dello stato sociale. Non dubito che molti immigrati fuggano da situazioni di guerra e persecuzione, ma è innegabile che queste persone scelgano come destinazione non già i Paesi più vicini dove verrebbe rispettata la loro libertà, bensì quelli dove il welfare state è più generoso. Rispondere con il buonsamaritanismo statale può forse fare presa sui buonisti in servizio permanente, ma, oltre a comprimere la proprietà di chi è costretto a pagare il conto, rischia di scassare ulteriormente dei bilanci pubblici già parecchio malridotti.

Non si tratta di essere cinici o cattivi, ma di essere realisti. E di non sacrificare ulteriormente sull'altare dei buoni sentimenti il diritto di proprietà di chi questo disastrato welfare state già lo mantiene da tempo.


giovedì 24 dicembre 2015

Scorie - Gratifiche natalizie

Apprendo dall'ANSA che, a pochi giorni dal Natale, per 55mila eurocrati è scattato un aumento retroattivo degli emolumenti degli ultimi sei mesi nella misura del 2,4 per cento. Pare che l'aumento sia dovuto a compensazione dell'inflazione, nonostante proprio gli eurocrati (tra gli altri) parlino un giorno sì e l'altro pure dello "spettro della deflazione", oltre a un bonus di fine anno.

Il capo degli eurocrati, nonché presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, incasserà la "misera" somma di 4mila euro. C'è da sperare che riesca a trascorrere dignitosamente le festività natalizie.

Ovviamente avere una opinione critica nei confronti di fatti del genere comporta l'essere incasellati, alternativamente, nel girone dei demagoghi o dei populisti. Credo che ognuno se ne possa fare una ragione.

Al di là del costo complessivo della "mancia" natalizia, pari a circa 100 milioni di euro, credo sia interessante notare come i burocrati siano ormai l'equivalente degli eserciti ai tempi degli imperi e delle monarchie (o, se si preferisce rimanere a tempi più recenti, si pensi alle dittature).

Così come il sovrano trattava bene i soldati per assicurarsi la loro lealtà, i politici trattano bene i burocrati perché, in fin dei conti, sono costoro a detenere il potere vero, essendo loro, di fatto, a governare i carrozzoni statali o sovranazionali.

Come sempre, il denaro è quello di coloro che pagano le tasse, che saranno ben lieti di aver fatto questa gratifica natalizia agli indefessi burocrati di Bruxelles e dintorni. Forse.


mercoledì 23 dicembre 2015

Scorie - Il lubrificante

"L'inflazione è paurosamente vicina allo zero, se non addirittura negativa. Temo che non si riesca ad avere un'inflazione decente, attorno al 2%, che è utile all'economia come il lubrificante al motore."
(P. C. Padoan)

Non è la prima volta che il ministro Padoan esterna la propria preoccupazione per un livello di inflazione (intesa come crescita di un indice dei prezzi al consumo, ossia, in realtà, una delle conseguenze dell'inflazione monetaria) inferiore al 2%, che è poi anche il target delle principali banche centrali, tra cui la Bce.

Secondo Padoan, quel livello, a suo dire "decente", servirebbe come "lubrificante al motore" dell'economia. Di fatto si tratterebbe di una redistribuzione di ricchezza, seppure in dimensioni diverse, in valore assoluto, rispetto a quella di 30-40 anni fa. Ogni debitore trae beneficio dalla perdita di potere d'acquisto della moneta, dato che i suoi debiti sono (generalmente) espressi in valore nominale, per cui si alleggeriscono se la moneta si svilisce.

Al contrario, ciò danneggia i creditori. Dato che gli Stati e i principali attori economici e finanziari sono tendenzialmente debitori, non deve stupire la valutazione positiva di "un po' di inflazione". L'uso dell'inflazione per erodere il valore reale dei debiti non è affatto un fenomeno dell'era moderna, anche se la sua giustificazione a livello accademico si è rafforzata nel corso del Novecento, in particolar modo dalla Teoria Generale di Keynes in poi.

Checché alcuni abbiano cercato di dimostrare econometricamente che il 2% di crescita dei prezzi al consumo sia un livello ideale per sostenere la crescita del Pil senza generare una spirale di aspettative crescenti sull'andamento dei prezzi, il punto fondamentale è che ogni manipolazione dei prezzi crea distorsioni nell'allocazione delle risorse e, quindi, della ricchezza.

Per di più, il mito del 2% risale a un periodo nel quale la stima della crescita potenziale del Pil (altro concetto sul quale incidono dosi più o meno consistenti di arbitrarietà, e non a caso non vi è consenso su come calcolarla neppure tra gli economisti mainstream) era anch'essa attorno al 2%.

Ora, considerando che l'Italia negli ultimi 15 anni ha avuto una decrescita reale del Pil dello 0.1% medio annuo, e che allungando l'orizzonte a 20 anni si arriva a un misero +0.4% medio annuo, è ben difficile ipotizzare, senza cambiamenti radicali, che si possa tornare stabilmente attorno al 2% annuo.

La dinamica demografica, unitamente alle incrostazioni di statalismo che nessun governo finora ha inteso ridurre (me che meno rimuovere) non lasciano sperare in cambiamenti radicali in meglio. Ma tutto questo significa che una crescita dei prezzi al consumo al 2% avrebbe un peso relativo molto maggiore nello scenario di crescita reale del Pil allo "zero virgola", rispetto a quello in cui il Pil cresce attorno al 2% annuo.

Alla faccia del lubrificante.


martedì 22 dicembre 2015

Scorie - Gli scenari probabilistici sono fuorvianti

"L'appello all'educazione finanziaria è generale; ma quando si tratta di passare ai fatti gli animi si raffreddano. Basti pensare alla più volte citata introduzione degli scenari probabilistici all'interno dei prospetti - possibilmente semplificati - degli strumenti finanziari. Una norma che infatti non è entrata in vigore. Le ragioni sono varie, fondate e non, ma quel che qui preme sottolineare è che gli ultimi dati rivelano che invece sarebbe stato utile introdurli. Chi avrebbe sottoscritto un bond subordinato se avesse visto nel prospetto - e se il venditore fosse stato obbligato a mostrarglielo - che rischiava una minusvalenza nel 62% dei casi?"
(M. Lo Conte)

Quello degli scenari probabilistici è un pallino di alcuni professori di matematica finanziaria ai quali Plus24, il settimanale di finanza personale del Sole 24 Ore, ha dato sempre forte sostegno. Per un certo periodo di tempo la Consob ne imponeva l'utilizzo soprattutto per i prodotti strutturati. In pratica si tratta di quantificare le probabilità che l'investimento nello strumento in questione generi perdite o rendimenti superiori o inferiori a quelli di un titolo di Stato.

C'è un problema: voler quantificare le probabilità di eventi che ricadono nell'ambito dell'incertezza e non del rischio (per dirla alla Knight) oppure nell'ambito della case probability e non della class probability (per dirla alla Mises).

L'andamento futuro di qualsivoglia variabile, in questo caso finanziaria, non può essere stimata in termini probabilistici allo stesso modo in cui può essere stimato l'esito di uno o più lanci di una moneta o di un dado. Nel caso delle probabilità connesse a eventi incerti, è sempre necessario ipotizzare quale tipo di distribuzione statistica abbia la variabile in questione, nonché la deviazione standard degli eventi.

Due questioni che a molti sembrano dettagli, ma che fanno una differenza enorme rispetto al calcolo delle probabilità connesso a lanci di monete o dadi. Nel migliore dei casi chi effettua la stima può ipotizzare il tipo di distribuzione e la deviazione standard ricorrendo a dati storici, ma la storia non è detto che si ripeta allo stesso modo. Per questo può essere del tutto fuorviante scrivere su un prospetto (e comunicare a un potenziale investitore) che lo strumento in questione ha una probabilità X di generare perdite o una probabilità Y di generare rendimenti positivi. Sarebbe necessario specificare che tali probabilità si basano su determinate assunzioni sulla distribuzione degli eventi e sulla deviazione standard.

Due concetti che il "povero piccolo risparmiatore", che quasi sempre non capisce neppure la differenza tra capitalizzazione semplice e composta degli interessi, ben difficilmente potrebbe comprendere. Ma semplificare la cosa evitando di specificare le ipotesi alla base del calcolo peggiora le cose, ai fini della trasparenza e della correttezza delle informazioni da fornire al potenziale investitore.

Lo stesso Marco Lo Conte, nel sostenere che chi ha perso tutto il capitale investito in obbligazioni subordinate delle quattro banche recentemente sottoposte a procedura di risoluzione avrebbe potuto evitare l'investimento o farlo in modo consapevole se fossero stati presenti gli scenari probabilistici, finisce per cadere in errore.

"Proprio sul calcolo probabilistico i lettori del sito web del Sole 24 Ore hanno mostrato le maggiori defiance nel test che riprende le domande del test internazionale S&P, Gallup e Gflec a 150mila adulti in tutto il mondo: alla domanda "Supponi che nei prossimi 10 anni il prezzo delle cose che compri raddoppi. Se anche il tuo stipendio raddoppia, potrai acquistare...": il 27% dei rispondenti, oltre uno su quattro, ha fornito una risposta errata. Non a caso, forse, è stato il quesito con il maggior numero di risposte errate. Il che conferma l'utilità di una maggiore diffusione del "What if". E forse chi l'aveva osteggiata, ora si dovrà ricredere."

Ora, si dà il caso che gli scenari "what if" sono totalmente diversi da quelli probabilistici. E in effetti nel caso degli scenari "what if" si parla di scenari deterministici. In questo caso, infatti, si mostra la variazione del valore dell'investimento nelle ipotesi in cui una o più variabili assumano determinati valori. Per esempio, se il tasso di interesse a N ani assume il valore X, il prezzo teorico dello strumento assume il valore Y.

Nella maggior parte degli strumenti finanziari gli scenari deterministici consentono all'investitore di farsi un'idea decisamente meno fuorviante dell'impatto che determinate variazioni di alcune variabili possono avere sul valore dell'investimento. Per questo gli scenari probabilistici sono stati accantonati. Non per chissà quali manovre oscure.

Nei casi citati da Lo Conte, peraltro, il calcolo probabilistico relativo alle perdite in caso di default dell'emittente sarebbe risultato relativamente semplice, e suppongo avrebbe evidenziato probabilità di default comprese tra il 6 e il 12%. Ciò in parte perché le obbligazioni collocate a clientela retail erano emesse a rendimenti inferiori a quelli richiesti da investitori professionali, e in parte per le ipotesi sulla perdita in caso di default.

Infatti, per determinare ex ante la probabilità di default su un determinato orizzonte temporale (per esempio, la durata del titolo al momento dell'emissione) è necessario conoscere il premio per il rischio implicito nel rendimento all'emissione (dato dalla differenza tra tale rendimento e quello considerato privo di rischio) e ipotizzare una perdita in caso di dafault (se si preferisce, il suo complemento a uno, ossia il valore di recupero). Il premio per il rischio implicito all'emissione era inferiore a quello di mercato, per cui la probabilità di default risultava bassa. Per di più occorre tenere presente che, convenzionalmente, nei casi di obbligazioni subordinate il calcolo della probabilità di default è effettuato ipotizzando una perdita in caso di default dell'80% (se si preferisce, un valore di recupero del 20%).

Ne consegue che, al momento dell'emissione, gli scenari probabilistici avrebbero quasi certamente evidenziato basse probabilità di perdita (men che meno totale) connesse all'investimento in obbligazioni subordinate delle banche in questione. D'altra parte, in alcuni casi si tratta di prodotti emessi e collocati quasi dieci anni fa, quando le banche stesse non erano neppure in crisi. E, prima d'ora, nessuna obbligazione subordinata emessa da una banca italiana aveva prodotto perdite (men che meno il totale azzeramento) per l'investitore.

Dubito, quindi, che gli scenari probabilistici avrebbero cambiato in meglio le cose. Se un numero più o meno consistente di risparmiatori ha investito inconsapevolmente in quelle obbligazioni le motivazioni sono altre, e non me ne occupo in questa sede. Di certo credo che non sia il caso di fornire a investitori mediamente caratterizzati da analfabetismo finanziario delle informazioni basate su calcoli di probabilità relativi a eventi incerti e non a eventi rischiosi. Il rischio di può quantificare, per l'incertezza bisogna fare ipotesi. E le ipotesi sono sempre almeno in parte arbitrarie. Tanto vale, allora, usare gli scenari deterministici.


lunedì 21 dicembre 2015

Scorie - Altre tasse sulla benzina? No grazie

"Prezzi bassi sono positivi per gli importatori di greggio nel breve periodo. Nel contesto del riscaldamento globale, però, non aiutano. Questo sarebbe il momento giusto per compensare in parte la diminuzione dei prezzi del carburante con una tassa più alta sulla benzina. Ma non vedo nessun segnale in questa direzione."
(O. Blanchard)

Olivier Blanchard, fino a pochi mesi fa capo economista del Fondo Monetario Internazionale e autore di un manuale di macroeconomia adottato in diverse facoltà di economia, pare non essere del tutto soddisfatto degli effetti della diminuzione del prezzo del petrolio e dei prodotti derivanti dalla sua raffinazione, carburanti in primis.

Essendo politically correct preoccuparsi (o fingere di farlo) per il riscaldamento globale, Blanchard suggerisce di compensare la riduzione del prezzo della benzina con un aumento della sua tassazione. Posto che ogni tassazione rappresenta una violazione della proprietà del soggetto tassato, pretendere di distorcere i prezzi mediante la tassazione allo scopo di disincentivare la domanda di un bene o di incentivare la domanda di un altro bene pone un problema irrisolvibile se non da un soggetto onnisciente: qual è il livello giusto di un prezzo?

In assenza di interventi distorsivi (tipicamente da parte dello Stato), il prezzo che si forma dalla interazione volontaria tra chi domanda un bene e chi lo offre è da considerarsi giusto per il fatto evidente che chiunque effettua uno scambio a un determinato prezzo ritiene che ciò che dà nello scambio abbia un valore superiore a ciò che riceve.

Se qualcuno ritiene che un prezzo non sia giusto, può semplicemente astenersi dal comprare o vendere quel determinato bene. Avere la pretesa di stabilire che il prezzo giusto sia diverso da quello di mercato (magari inventandosi concetti non economici, bensì politici, come quello di "fallimento del mercato") significa pretendere di sapere meglio di chi compra e vende volontariamente un bene cosa sia meglio per tutti.

Si tratta di un atteggiamento tipico di molti economisti, a maggior ragione se in servizio presso istituzioni politiche o fintamente tecniche come il FMI. Il guaio è che chi prende decisioni politiche tende quasi sempre a dar loro ascolto.

Io mi auguro che il segnale che vorrebbe vedere Blanchard non arrivi. Ma temo che, se il prezzo del petrolio dovesse rimanere basso, qualche governante finirebbe per ascoltarlo. Come se la benzina non fosse già tassata a sufficienza. E come se non ci fosse nulla di più permanente di una tassazione temporanea.


venerdì 18 dicembre 2015

Scorie - Lo Stato investitore paziente, con i soldi di chi paga le tasse

"Di per sé, il libero mercato non è in grado di sviluppare nuove fonti di energia con la rapidità necessaria. I guadagni sono ancora troppo incerti. Come per le rivoluzioni tecnologiche precedenti, per realizzare progressi rapidi nelle energie pulite ci sarà bisogno dell'intervento di uno Stato innovatore e coraggioso, che modifichi gli incentivi del settore privato garantendo finanziamenti «pazienti» e a lunga scadenza. I governi devono prendere misure coraggiose, che non si limitino a creare condizioni uguali per tutti, ma facciano pendere la bilancia dal lato della sostenibilità ambientale. A quel punto - e solo a quel punto - seguiranno i finanziatori privati. Finora, però, a causa dell'austerità, i finanziamenti pubblici sono stati insufficienti. La speranza è che l'accordo di Parigi cambi le cose."
(M. Mazzuccato)

Mariana Mazzuccato, economista di origini italiane recentemente divenuta consigliere del leader laburista inglese Jeremy Corbyn, è nota per sostenere con forza il ruolo (a suo dire indispensabile) dello Stato nell'innovazione.

La tesi di fondo è piuttosto semplice: ci sono alcuni tipi di investimenti che ex ante richiedono tempi troppo lunghi e prospettano esiti troppo incerti perché dei soggetti privati li pongano in essere. Quindi lo Stato deve intervenire con investimenti pubblici, per essere poi affiancato successivamente dai privati.

A fornire le risorse per gli investimenti "pazienti", in ultima analisi, sono soggetti che non hanno alcun potere decisionale in materia, ossia i pagatori di tasse. La loro è una "pazienza" senza alternative, al pari della "solidarietà" loro imposta quando si tratta di provvedimenti di welfare state.

Alla base di questa impostazione vi è la convinzione che lasciare che siano le interazioni volontarie a guidare lo sviluppo non porti a risultati desiderabili, quanto meno non nei tempi desiderabili. E' evidente che la "desiderabilità" è considerata oggettiva da parte di chi invoca l'intervento pubblico, ancorché si tratti chiaramente di considerazioni soggettive.

La presunzione di molto esperti (o pseudo tali) è che le persone siano sostanzialmente incapaci di sapere ciò che è bene fare o non siano sufficientemente lungimiranti. Al contrario, ovviamente, degli (pseudo) esperti medesimi. Di qui la necessità, a loro dire, di un intervento da parte dello Stato.

Ancorché gli interventisti tengano a precisare che vi è differenza tra chi ritiene che lo Stato debba avere un ruolo solo nella fase propulsiva, chi pensa che debba "spingere" mediante incentivi verso l'obiettivo "giusto", e chi, infine, auspica una pianificazione tout court, l'impostazione di fondo è sostanzialmente la medesima. La differenza consiste per lo più nel grado di presunzione degli interventisti e nella loro più o meno scarsa considerazione nei confronti delle altre persone (quelle ritenute inesperte e/o incapaci).

Nulla di nuovo, nonostante sia la logica – nessuno è onnisciente – sia la storia depongano a sfavore dell'interventismo. E tutto ciò senza considerare la violazione del principio di non aggressione, che, a mio avviso, è il principale argomento per cui opporsi all'intervento dello Stato. Ma, ahimè, non tutti sono libertari.


giovedì 17 dicembre 2015

Scorie - Quale diritto al lavoro?

"Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti."
(J. M. Bergoglio)

Di dichiarazioni come quella che ho riportato, Papa Francesco ne fa abbastanza spesso. In Italia rischia di trovarsi in "competizione", se così si vuol dire, con sindacalisti e comunisti assortiti.

Il problema è che un "diritto al lavoro" non esiste, quanto meno non nel senso comunemente inteso (suppongo anche da parte del Papa). Esiste il diritto di ognuno di offrire il proprio lavoro in cambio di altri beni o servizi (tipicamente denaro) nell'ambito di scambi volontari. Impedire a una persona di offrire il proprio lavoro laddove questo non costituisca violazione del principio di non aggressione sarebbe una violazione dello stesso principio di non aggressione.

Viceversa, il "diritto al lavoro" comunemente (ed erroneamente) inteso comporterebbe l'obbligo da parte di qualcuno a scambiare beni o servizi (tipicamente denaro) con attività lavorative che non richiederebbe volontariamente. Questa sarebbe senza dubbio una violazione del principio di non aggressione nei confronti di chi fosse costretto a pagare la prestazione lavorativa altrui.

In altri termini, l'esercizio del diritto da parte di Tizio comporterebbe la (parziale) riduzione in schiavitù di Caio e di chiunque altro paghi il conto. Definire "diritto" una cosa del genere a me pare assurdo, oltre a essere la negazione stessa del concetto autentico di solidarietà, che pure tanto spesso viene invocata dal Papa.

Quanto alla realizzabilità, la storia degli esprimenti socialisti dovrebbe aver fornito già prove sufficienti per non volerne fare di nuovi.


mercoledì 16 dicembre 2015

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (40)

"Mentre l'obiettivo di aumentare l'inflazione è in larga misura di consolidare i conti pubblici, la prima parte della strategia deve comportare un'espansione fiscale… Ciò di cui il Giappone necessita è una politica veramente aggressiva, che usi la politica fiscale e monetaria per spingere l'inflazione, fissando un target alto e sostenibile."
(P. Krugman)

Da anni Paul Krugman va ripetendo che il Giappone dovrebbe usare l'inflazione per abbassare il peso reale del proprio enorme debito pubblico. Va detto che non è l'unico a pensarla in quel modo, e in effetti con un debito che supera il 240 per cento del Pil non esistono soluzioni indolori.

Il Giappone potrebbe tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse, vendere pezzi di patrimonio pubblico, ristrutturare il debito decurtando il valore nominale e allungando (ulteriormente) le scadenze, oppure usare l'inflazione. Cosa che, tra l'altro, l'attuale governo sta cercando di fare da ormai tre anni.

A differenza di altri Stati, il Giappone ha un debito estero irrisorio, per cui gli effetti redistributivi di qualsivoglia strumento scelto per abbassare il debito pubblico si dispiegherebbero per lo più internamente. A maggior ragione, ciò dovrebbe far propendere per l'utilizzo di strumenti che non freghino la gente surrettiziamente.

Un default con annessa ristrutturazione, per esempio, sarebbe certamente una soluzione più "onesta" rispetto a un aumento della tassazione o, peggio ancora, all'uso della tassa inflattiva. Eppure i tanti (troppi) Krugman di questo mondo, proprio per evitare il panico o, comunque, un peggioramento delle aspettative dei cittadini, suggeriscono al governo giapponese di agire mediante l'inflazione.

Il fatto è che, come è noto, si possono fregare tutti quanti per un breve periodo, oppure si possono fregare alcuni per un lungo periodo, ma non si possono fregare tutti per un lungo periodo. Nel caso del Giappone, il governo potrebbe al più tentate di fregare tutti per un breve periodo, rischiando però che la cosa sfugga di mano. Per evitare i successivi aumenti dei rendimenti richiesti da chi deve sottoscrivere i nuovi titoli di Stato, diventerebbe quindi necessario utilizzare strumenti della cosiddetta "repressione finanziaria", ossia imporre vincoli a determinate categorie di investitori, costringendoli a comprare titoli del Tesoro, o vietando loro di esportare capitali.

Come sosteneva Mises, ogni intervento crea effetti indesiderati per porre rimedio ai quali si ritiene necessario un ulteriore intervento. Il tutto fino al socialismo completo. Prospettiva che probabilmente non preoccupa Krugman, ma che dovrebbe preoccupare i giapponesi. I quali, per inciso, si trovano nella situazione attuale dopo due decenni abbondanti di espansioni fiscali e monetarie che non hanno rivitalizzato l'economia, in compenso gonfiando il debito pubblico fino al livello attuale. Di questo possono ringraziare gli eredi di Keynes.


martedì 15 dicembre 2015

Scorie - Il piano industriale del mondo

"Per intenderci, oggi non è come quando firmammo il Protocollo di Kyoto, con il quale noi europei e soprattutto noi italiani prendemmo un carico rilevante di vincoli quando altri Paesi non ne avevano. Oggi tutto il mondo si impegna ad andare in una direzione comune, e finalmente questo impegno non è più una serie di vincoli ma, appunto, di opportunità. Lo dico in altre parole: è come se a Parigi stessimo facendo il grande "piano industriale del mondo" per i prossimi 85 anni."
(G. L. Galletti)

Reduce dalla conferenza sul clima di Parigi, il ministro dell'ambiente Galletti, al pari degli altri partecipanti, ha parlato di evento storico.

Non voglio entrare nel merito della faccenda, per la quale non ho competenze adeguate. Resta il fatto che, ammesso che le premesse del vertice fossero attendibili (e da più parti la cosa è messa in discussione), ogni impegno che non preveda sanzioni a chi non lo rispetta (questa, fondamentalmente, è la flessibilità concessa ai paesi emergenti) è poco credibile.

Ciò detto, la cosa che invece trovo agghiacciante in conferenze come questa, è l'idea di pianificazione globale che pervade chi vi prende parte. In pratica, non sono neppure certi che ciò che pensano in merito al clima sia vero, ma si prendono il diritto di stabilire, al posto di miliardi di persone, cosa fare nei prossimi 85 anni.

Non a caso Galletti parla di "piano industriale del mondo". Già in ambito aziendale, dove pure i rapporti sono (generalmente) regolati da contratti stipulati volontariamente, i piani pluriennali si rivelano spesso ex-post un insieme di buone intenzioni (con orizzonte 3-5 anni) la cui realizzazione è per lo più parziale. Figurarsi un piano globale a livello politico, che compiorta per definizione coercizione, per di più su un orizzonte di 85 anni. Neppure in Unione sovietica hanno mai pensato a tanto, e nella Cina attuale il partito comunista si limita ancora a predisporre piani quinquennali.

Si salvi chi può.


lunedì 14 dicembre 2015

Scorie - Quale carenza di regole?

"La crisi ha dimostrato quanto sia stato errato e dannoso, negli anni passati, il principio di lasciar fare al mercato con la convinzione che sarebbe avvenuta una migliore regolamentazione del sistema finanziario dall'interno. Al contrario, nei fatti, per uscire dalla crisi, è stato necessario ampliare il ruolo delle principali istituzioni monetarie internazionali e delle banche centrali nella predisposizione e redazione di regole nuove e trasparenti, a cominciare dalla nuova normativa di Basilea 3."
(I. Visco)

Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia e, di conseguenza, membro del Consiglio direttivo della Bce, recita il copione classico dei banchieri centrali quando si tratta di analizzare la crisi iniziata nel 2007 e dalla quale non si può dire di essere usciti, a otto anni di distanza.

Un copione che consiste nell'affermare che la crisi è addebitabile a una carenza di regole, a un mercato lasciato a se stesso che ha dimostrato di non funzionare adeguatamente. Di qui l'aumento dei poteri alle banche centrali e la proliferazione normativa che ne è seguita. Con riferimento all'area euro, poi, il copione prevede l'auspicio del proseguimento dell'integrazione in ambito politico. Cosa che, seppur da me non riportata, Visco ha diligentemente auspicato.

Di solito nessuno contesta questa versione dei fatti, a maggior ragione in Italia, dove il governatore della Banca d'Italia, al pari del presidente della Repubblica, è da elogiare qualsiasi cosa dica o faccia.

Il problema è che tale versione dei fatti non è conforme alla realtà, soprattutto quando si parla di banche. La carenza di regolamentazione è una invenzione che fa comodo a chi deve difendere se stesso dalle critiche sul proprio operato prima e dopo quegli anni, e trova comprensibilmente sponde nel mondo politico.

Resta il fatto che l'eccesso di debito e la bolla immobiliare che dagli Stati Uniti, via cartolarizzazioni, ha infettato il globo (non che nella vecchia Europa non si fosse fatto nulla per alimentare bolle "autoctone"), deriva dalla volontà politica di rendere proprietario di case anche chi non aveva i mezzi per esserlo, oltre alla politica monetaria espansiva diretta a sostenere artificialmente il Pil.

Si può dire che ci fossero regole sbagliate, ma non che mancassero regole, soprattutto nel settore bancario. Visco fa riferimento a Basilea 3, ma proprio il fatto che si sia giunti alla terza versione significa che prima ce ne erano state altre due, a partire dagli anni Ottanta.

Restando all'Europa, tutte le direttive che riguardano banche e servizi di investimento sono erroneamente considerate norme che rafforzano il mercato, ma in realtà mettono tanti e tali paletti alla libera formazione dell'offerta che il mercato ne risulta fortemente condizionato e distorto.

Il paradosso è che i principali responsabili della crisi, invece di vedere ridimensionati (magari azzerati) i loro poteri, se li sono visti incrementare. E se ne vano in giro fornendo versioni dei fatti ampiamente distorte. Oltre al danno la beffa.


venerdì 11 dicembre 2015

Scorie - Se il contribuente salva il risparmiatore, chi salva il contribuente?

"Continuano a crescere la confusione e la baruffa politica in merito all'applicazione del meccanismo di risoluzione a quattro banche da tempo in amministrazione straordinaria. L'operazione, coordinata da governo e Banca d'Italia in accordo con la Commissione Ue, ha evitato il "bail-in", che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2016, ma ha comportato l'azzeramento sia delle azioni, sia delle obbligazioni subordinate emesse dalle banche in questione."

In sostanza sono state create quattro nuove banche che hanno ereditato da quelle in amministrazione straordinaria gli asset non deteriorati e il personale, mentre il capitale è stato sottoscritto dall'autorità di risoluzione mediante i contributi al fondo unico di risoluzione da parte delle altre banche (quelle sane, o meno malate). Queste banche hanno finora dovuto versare la quota di contribuzione relativa al 2015, oltre ad anticipare ulteriori tre quote annuali. E non è detto che il conto non aumenterà nuovamente. I crediti deteriorati sono stati conferiti a una "bad bank" unica, dopo significativa svalutazione. Quanto alle vecchie banche in amministrazione straordinaria, verranno liquidate.

Nonostante si tratti di applicare norme previste da una direttiva votata dal Parlamento europeo con il voto favorevole di gran parte degli europarlamentari italiani, adesso che si è applicato il meccanismo di risoluzione, peraltro evitando il "bail-in", pare che tutti cadano dalle nuvole.

Molto probabilmente se la situazione si fosse trascinata fino al 2016 sarebbero stati intaccate anche le obbligazioni senior e i depositi eccedenti i 100.000 euro. Quindi le cose avrebbero anche potuto andare peggio, il che basta al presidente del Consiglio per affermare: "Meno male che abbiamo fatto quel decreto per salvare quattro banche, perché la situazione sarebbe stata molto peggiore. Sono molto lieto della misura del governo perché ha permesso di salvare i conti correnti dei cittadini di quattro banche e migliaia di posti di lavoro".

In realtà la soluzione, se così la si vuole definire, costa molto più di quella che le banche (meno malate) avevano predisposto, mediante il Fondo di tutela dei depositi. L'onere sarebbe stato, almeno inizialmente, inferiore per le banche stesse e gli obbligazionisti subordinati non avrebbero perso il loro capitale. Ma la Commissione ha negato la fattibilità di quella soluzione (anche se adesso il gioco a scaricabarile tra istituzioni italiane – governo e Banca d'Italia – e Commissione è a uno stadio abbastanza avanzato), ritenendo che si sarebbe trattato di aiuti di Stato. A dire il vero i soldi li avrebbero messi comunque le banche (meno malate), per cui il punto sostanziale è che il governo italiano probabilmente ha preferito tirare la corda sull'espansione del deficit nel 2016 invece che trattare su questa faccenda.

E Renzi adesso afferma che "E' impossibile per le regole Ue salvare in modo definitivo gli azionisti e obbligazionisti subordinati ma stiamo cercando con grande impegno e tenacia di individuare una soluzione, nei limiti delle regole europee, di avere una forma di ristoro. Ci stiamo lavorando". In pratica mette le mani avanti, come a dire che se la gente ha perso soldi è colpa dell'Europa.

Ovviamente ognuno cerca di tirare l'acqua al proprio mulino, per cui gli avversari politici invocano rimborsi pieni agli obbligazionisti (qualcuno vorrebbe rimborsare perfino gli azionisti) e inveiscono contro governo e Banca d'Italia. I quali certamente non hanno brillato (per usare un generoso eufemismo) nella gestione di queste crisi.

E allora ecco, tra le tante, Mara Carfagna di Forza Italia, sostenere che "Le persone vengono prima di tutto, non si può pensare di sacrificare la vita umana, il lavoro, i risparmi così faticosamente messi da parte, per il 'bene
superiore' di un istituto di credito. Quando un uomo, un pensionato arriva a togliersi la vita perché si sente tradito dalla banca di cui si fidava, e che gli ha fatto perdere tutto, non si ha più a che fare solo con manovre relative alla finanza, ma con la vita delle persone. L'UE non può opporsi a misure che sono ormai indispensabili in nome di una ortodossia che privilegia regole ottuse a scapito della dignità dei popoli, non può mettere paletti all'Italia, che ha aiutato altri Paesi europei quando si sono trovati a dover fronteggiare crisi finanziare, economiche e sociali drammatiche. Renzi e Padoan non lo devono solo chiedere, lo devono pretendere. E devono agire prima che sia troppo tardi. Non si tratta  solo di salvare quattro banche, ma di soccorrere tantissimi risparmiatori italiani
".

Una dichiarazione politicamente comprensibile, ma che, al di là del dramma umano di chi, perdendo molto denaro, arriva a suicidarsi, parla a mio avviso un po' a sproposito di "dignità dei popoli".

Anche Alessandro di Battista del M5S ha detto la sua: "Ho il voltastomaco. Salvano le banche con i soldi della povera gente. L'hanno sempre fatto. Fa parte della trasformazione in 'democrazia bancaria' che stiamo
subendo da anni. Un pensionato si è ucciso dopo aver perso i risparmi nel salvataggio di Banca Etruria. Oggi diranno che chi lo ricorda è uno sciacallo. Per me gli sciacalli, quelli veri, stanno in Parlamento! L'Italia è diventata una Repubblica fondata sulla banche, non sul lavoro. Le banche finanziano i giornali, a volte ne detengono una quota di proprietà. Le banche finanziano la politica e in cambio ricevono i famosi decreti salva-banche
".

Ora, le alternative per affrontare la crisi delle banche in questione erano sostanzialmente tre: la prima sarebbe consistita nella liquidazione coatta amministrativa, o, nel 2016, nell'applicazione del "bail-in": in questo caso le perdite a carico di azionisti e obbligazionisti (non solo subordinati) ci sarebbero comunque state.

La seconda alternativa sarebbe consistita nell'intervento predisposto dalle banche (meno malate) tramite il Fondo di tutela dei depositi, poi pre-bocciato dalla Commissione Ue. In quel caso l'onere sarebbe stato a carico degli azionisti delle banche in crisi, e in parte degli azionisti delle banche (meno malate), dato che ogni euro messo nel salvataggio di un'altra banca corrisponde a un costo.

La terza è la via adottata con il decreto varato dal governo. Anche in questo caso gli azionisti delle banche (meno malate) sopportano il peso del salvataggio, oltre agli azionisti e agli obbligazionisti subordinati delle banche in crisi.

Ora, se è "povera gente" quella che ha investito in azioni e obbligazioni subordinate delle banche "salvate", potrebbero esserlo anche coloro che hanno azioni delle altre banche (meno malate).

E a maggior ragione sarebbe coinvolta "povera gente" se il salvataggio (o i rimborsi di cui adesso si parla) fossero stati condotti mediante la quarta alternativa, ossia l'intervento pubblico a carico, in ultima analisi, dei contribuenti.

E' vero che l'Italia ha contribuito, pro quota, ai salvataggi di Stati e banche di altri Paesi dell'area euro, ma è altrettanto vero che la stessa cosa non la si è voluta (e potuta, dato l'enorme debito pubblico) fare in Italia. E di questo non ha colpa la Commissione Ue. Tra l'altro, sempre di soldi di contribuenti si parla, anche se a livello non solo nazionale.

Se l'investimento in obbligazioni subordinate è stato fatto dai più inconsapevolmente, credo vadano valutate le responsabilità caso per caso di chi (quasi sempre le stesse banche emittenti) ha collocato quei prodotti, ma addossare l'onere a carico dei contribuenti e delle altre banche (come pare voglia fare il governo con quello che Padoan ha definito "intervento umanitario") finirebbe per pesare su soggetti che non hanno alcuna responsabilità per quanto accaduto (soprattutto i contribuenti).

Come ho notato in altre circostanze, nessuno di quelli che in questi giorni fanno dichiarazioni più o meno a effetto ha mai messo in discussione i veri motivi per cui le banche sono intrinsecamente fragili. Quando si tratta di aumentare i mezzi propri, si levano grida di dolore perché diminuisce l'offerta di credito. Eppure banche più patrimonializzate sono meno fragili.

Né qualcuno addita il sistema della riserva frazionaria quale principale motivo di fragilità delle banche. Eppure un sistema in cui i depositi fossero soggetti a riserva pari al 100% non avrebbe neppure bisogno di un Fondo di tutela (che, peraltro, copre solo una parte marginale del totale dei depositi, essendo quindi "scoperto" nel caso di crisi di una grande banca o del sistema intero). Ma, anche in questo caso, ci sarebbe meno offerta di credito, e a tassi di interesse più elevati.

Eppure, se si vuole che le banche non siano soggette a crisi e a contagio per calo di fiducia da parte dei depositanti, le cause di fragilità dovrebbero essere rimosse. Consentendo poi al mercato di funzionare, lasciando fallire le banche tecnicamente fallite. Perché se si sostiene che un obbligazionista subordinato non ha colpe per la crisi della banca che ha finanziato, meno ancora ne ha chi paga le tasse.


giovedì 10 dicembre 2015

Scorie - Umanitarismo

"Lo Stato non può farsi carico dell'ammontare complessivo dei risparmi andati in fumo dei piccoli obbligazionisti. La responsabilità primaria di quanto avvenuto è del sistema bancario, che quindi dovrà concorrere sicuramente e con un contributo importante per rispondere alle richieste dei cittadini più deboli coinvolti in questa vicenda. Noi faremo la nostra parte. Stiamo studiando una misura che tenga conto della delicatezza specifica della questione ma al tempo stesso sia in linea con le regole del mercato. Altrimenti rischiamo di creare un precedente serio."
(P. P. Baretta)

Nella generale confusione che caratterizza la vicenda di quello che è stato definito salvataggio di quattro banche da tempo in amministrazione straordinaria, anche il sottosegretario all'Economia, Pier Paolo Baretta, ha detto la sua.  

Il ministro Padoan, per allontanare i sospetti di aiuti di stato da parte della Commissione europea, è arrivato a parlare di "aiuti umanitari" a cui il governo starebbe pensando per alleviare le perdite subite dai possessori di obbligazioni subordinate emesse dalla banche in questione, che hanno perso l'intero capitale investito.

Renzi e i suoi sostenitori vanno in giro dicendo che il governo ha salvato quelle banche, ma in realtà, al netto di una parziale garanzia prestata da Cassa Depositi e Prestiti, l'onere è andato a carico delle altre banche. Un conto piuttosto salato, superiore a 3,6 miliardi. Oltre all'azzeramento delle azioni e delle obbligazioni subordinate emesse dalle quattro banche in questione, che richiederebbe un "intervento umanitario".

Baretta parla, senza apparentemente supporre di rendersi ridicolo, di una misura "in linea con le regole del mercato". Una misura in base alla quale ogni euro versato a chi ha subito perdite (e come stabilire chi risarcire e in quale misura sarà ovviamente deciso politicamente) verrà in parte dai contribuenti, e in parte ancora una volta dalle altre banche. Le quali aggiungeranno altri oneri a quelli già sostenuti per consentire a Renzi di dire che il governo ha salvato le banche.

In ultima analisi, saranno gli azionisti delle banche sane (o meno malate) a sobbarcarsi gran parte dell'onere, e in parte forse anche i clienti di queste banche sane (o meno malate). Soggetti che si suppone siano anche contribuenti. Gira e rigira, si arriva sempre al contribuente.

Il fatto è che in Italia l'educazione finanziaria è a livello di pressoché totale analfabetismo, e questo può cambiare da un giorno all'altro, anche volendo. Né mi pare che lo Stato, in qualità di monopolista di fatto della fornitura di istruzione, abbia finora dimostrato grande interesse ad alleviare l'ignoranza dei rudimenti di finanza personale degli studenti italiani.

Ne consegue che gran parte dei risparmiatori può effettivamente aver sottoscritto o acquistato obbligazioni subordinate senza la necessaria consapevolezza dei rischi che andava assumendo. E se lo Stato non tollera l'ignoranza quando si tratta di pagare tasse e rispettare i tanti obblighi o divieti che impone alle persone nella vita di tutti i giorni, è ben lieto di soccorrere (sempre con i soldi altrui) dei risparmiatori (forse) inconsapevoli, magari citando l'articolo 47 della Costituzione (mai citato quando si invoca l'aumento dell'inflazione per alleviare l'onere del debito pubblico).

Resta il fatto che norme a tutela degli investitori ne esistono già (per esempio la direttiva Mifid), e invece di addossare indistintamente a tutte le banche (quindi ai loro azionisti e clienti) ulteriori oneri, dovrebbero essere chiamate a rispondere delle eventuali violazioni solo le banche o altri intermediari che hanno collocato quelle obbligazioni.

In tutto il dibattito in corso, tra l'altro, nessuno ha minimamente voluto affrontare la questione del perché le banche siano così fragili e soggette a rischio di contagio. Nessuno ha voluto mettere in discussione il sistema della riserva frazionaria. Il motivo è duplice: in alcuni casi si tratta di ignoranza, in altri si è consapevoli che ridimensionando (o, meglio, abolendo) la riserva frazionaria il credito sarebbe molto più limitato e, di conseguenza, costerebbe di più. Per tutti costoro è molto meglio andare avanti a fondi di garanzia (che non potrebbero comunque far fronte a crisi sistemiche) o, peggio ancora, a interventi ridicolmente definiti umanitari, dove l'umanitarismo (coatto) è sempre quello degli altri.


mercoledì 2 dicembre 2015

Scorie - Fallimento rivoluzionario

"Non mi consegnerò, in nessuna circostanza. So che trionferemo, ma se dovessimo affrontare una circostanza negativa allora scenderei in piazza a lottare con il popolo, e la Rivoluzione entrerebbe in un'altra fase… Non aspettate che io mi comporti come un codardo, ma come un figlio coraggioso di Chavez, in piazza e con il popolo."
(N. Maduro)

A pochi giorni dalle elezioni in Venezuela, la coalizione chavista guidata da Nicolas Maduro, delfino (senza offesa per i delfini) di Hugo Chavez, parrebbe essere in netto svantaggio nei sondaggi.

In caso di sconfitta alle urne, Maduro prospetta "un'altra fase" per la Rivoluzione. Non so se intenda condurre una lotta armata o cos'altro, ma il dato certo è che se l'economia era stata scassata da Chavez, con Maduro le cose sono ulteriormente peggiorate, con inflazione galoppante e carenza di beni anche di prima necessità.

Un po' perché Maduro è peggio del suo maestro (il che è tutto dire), ma soprattutto perché il socialismo chavista basa l'espansione della spesa pubblica sulle entrate derivanti dalla vendita di petrolio. Un meccanismo che dava l'illusione di poter reggere finché il prezzo del petrolio aumentava, ma che si è inevitabilmente inceppato quando il prezzo del petrolio ha invertito la rotta. Se a ciò si aggiunge la notevole perdita di efficienza degli impianti venezuelani in epoca chavista (fatta di nazionalizzazioni con veri e propri espropri alle imprese private), si capisce che, prima o poi i nodi sarebbero arrivati al pettine.

Piaccia o non piaccia ai socialisti nostrani, quella venezuelana è una versione del socialismo. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.


martedì 1 dicembre 2015

Scorie - (Falsi) miracoli keynesiani

"Ancora meglio sarebbe se la Bce finanziasse direttamente la spesa dello Stato per investimenti pubblici. Ma, ahimé, questa possibilità è preclusa dal Trattato di Maastricht… queste audaci politiche sono necessarie solo per opporre estremi rimedi a estremi mali. Nell'acqua si può annegare, ma ciò non vuol dire che non se ne possa bere quando la sete minaccia la sopravvivenza."
(F. Galimberti)

Il Quantitative easing, termine tecnico per definire la creazione di base monetaria a fronte dell'acquisto di titoli (prevalentemente) di Stato da parte delle banche centrali, ha finora avuto effetti sui cambi (indebolendo le monete di chi, in uno specifico momento, stampava più degli altri) e sui prezzi degli asset finanziari (gonfiandoli), ma ha generato poco Pil.

Dato che gli indici dei prezzi al consumo non crescono quanto le banche centrali vorrebbero (attorno al 2 per cento annuo) i sostenitori delle politiche monetarie espansive ritengono che lo stimolo sia insufficiente, quindi serva "fare di più".

E a chi fa notare che anche prima dello scoppio della crisi nel 2007 la crescita dei prezzi al consumo era moderata pur a fronte di politiche monetarie espansive (non quanto negli anni successivi, peraltro), mentre si erano gonfiate bolle immobiliari e finanziarie, costoro ribattono che la "cura" monetaria serve per evitare mali peggiori, prefigurando spirali deflattive senza fine in caso di mancanza di interventi monetari.

In pratica sono in pochi, ormai, a negare che le politiche monetarie espansive producano pesanti effetti collaterali generando distorsioni nei tassi di interesse e, di conseguenza, nell'allocazione delle risorse; ma tanti ritengono che evitare di somministrare nuovi e maggiori stimoli monetari per porre rimedio alle conseguenze degli stimoli monetari precedenti sarebbe peggio che lasciare al mercato il compito di correggere gli effetti di quelli stessi stimoli.

Il problema è che, così facendo, ogni ciclo comporta conseguenze peggiori e richiede monetizzazioni sempre maggiori. E' inevitabile, prima o poi, la perdita di fiducia nel funzionamento dei sistemi monetari così governati e, di conseguenza, la loro implosione.

Fabrizio Galimberti, da buon keynesiano, ritiene che il governo e la banca centrale debbano "correggere" il mercato utilizzando sia la politica fiscale, sia quella monetaria. E di fronte ai risultati non esaltanti del Qe in termini di Pil, si guarda bene dal mettere in discussione lo strumento. Al contrario, vorrebbe che il Qe finanziasse direttamente la spesa pubblica per investimenti.

Se non fosse per il Trattato di Maastricht e per le paranoie dei tedeschi, si potrebbero risolvere senza grandi sacrifici i problemi che affliggono la vecchia Europa. Così, in sintesi, ragionano i Galimberti di questo mondo. Resta il fatto che ogni spesa finanziata mediante monetizzazione comporta sempre e comunque una redistribuzione della ricchezza reale esistente, non creazione di nuova ricchezza. L'effetto è, in sostanza, lo stesso di una tassa, per di più quasi sempre regressiva.

Vi è, inoltre, un problema non irrilevante legato all'esperienza storica. Non è che le "cure" proposte da Galimberti non siano mai state sperimentate negli ultimi 80 anni; lo sono state in abbondanza. L'effetto è stato un aumento del numero dei consumatori di tasse a scapito dei pagatori di tasse. Per almeno due motivi: 1) perché ex ante nessuno è onnisciente in termini di profittabilità degli investimenti; 2) perché per qualunque governante il miglior investimento è sempre quello che porta consenso elettorale, ossia quello che genera più stipendi a carico dei pagatori di tasse.

Galimberti ricorre alla metafora dell'acqua per respingere le obiezioni alla spesa pubblica finanziata da creazione di base monetaria. Ciò che non precisa è che la bolletta dell'acqua non è a carico di chi apre a manetta  il rubinetto. In sostanza, i consumatori di inflazione monetaria bevono a volontà, e il conto lo pagano altri.

Come se ciò non bastasse, di acqua le banche centrali ne hanno già immessa nel sistema davvero tanta e, assieme ai governi (lato spesa pubblica), non hanno un track record rassicurante. Da 80 anni i keynesiani promettono di trasformare le pietre in pane. Non ci sono mai riusciti e non ci riusciranno mai. Se fosse possibile, vivremmo tutti nell'abbondanza da tempo.


lunedì 30 novembre 2015

Scorie - Vietano perfino il fantacalcio

Mi è capitato di leggere che il procuratore generale di New York, tale Eric Schneiderman, ha dichiarato fuorilegge il fantasy football, l'equivalente statunitense del fantacalcio, basato però sul football americano. A parere di Schneiderman, chi gioca a fantasy football rischia di contrarre forme di ludopatia.

Si tratta, peraltro, di una decisione che ha già precedenti simili in Arizona, Iowa, Louisiana, Montana e Washington.

Non c'è tanto da dire, se non constatare per l'ennesima volta che anche negli Stati Uniti la compressione della libertà degli individui è praticata con grande zelo da legislatori e magistrati. E se ogni invenzione di crimini senza vittime è insopportabile, lo è ancora di più se mossa da un paternalismo alla cui base c'è, evidentemente, l'idea che la libertà delle persone vada limitata per il loro stesso bene.

Come minimo, per adeguarla alla realtà dei fatti, dovrebbero mettere le manette alla statua della libertà.


venerdì 27 novembre 2015

Scorie - La riforma della Fed

"Sappiamo ancora poco dell'economia per affidarci a rigidi meccanismi."
(J. Yellen)

Con queste parole, il presidente della Fed, Janet Yellen, ha reso nota la sua opposizione a qualsiasi ipotesi di introduzione di regole che tolgano discrezionalità alla banca centrale nella definizione dei tassi di interesse.

Da tempo negli Stati Uniti i repubblicani chiedono che sia limitata la discrezionalità della Fed e che l'operato della stessa banca centrale sia soggetto a un maggiore controllo da parte del Congresso (anche se formalmente i controlli sarebbero svolti dal Government Accountability Office).

La Fed è (prevedibilmente) contraria sia a limitare la propria discrezionalità, tra l'altro notevolmente aumentata successivamente al default di Lehman Brothers nel 2008, sia a fornire maggiori informazioni sul proprio operato.

Mentre vincolare la politica monetaria a una formula (sulla base della nota Taylor Rule) lascerebbe incertezza e discrezionalità in merito alla fissazione di taluni parametri della formula stessa (per esempio, quale peso dare all'output gap e come definirlo, quale peso attribuire all'inflation gap, oltre a quali stime di inflazione utilizzare) e non garantirebbe risultati migliori rispetto a quelli fin qui ottenuti dalla Fed, l'idea di migliorarne l'accountability, per quanto non sia ottimale, credo abbia senso.

Ciò detto, è abbastanza buffo che il presidente della Fed giustifichi la sua opposizione a una limitazione della discrezionalità dei banchieri centrali sostenendo che "sappiamo ancora poco dell'economia per affidarci a rigidi meccanismi". Proprio perché nessun esperto potrà mai essere onnisciente, né saperne "abbastanza" per sostituire d'imperio il proprio punto di vista a quello di milioni di soggetti, non ha senso né fissare regole matematiche, men che meno lasciare a chicchessia piena discrezionalità nel gestire i tassi di interesse e la base monetaria.

In definitiva, essendo vero quello che ha affermato Yellen circa il saperne ancora poco dell'economia, la vera riforma da fare sarebbe abolire la Fed e restituire al mercato la produzione di un bene fondamentale per l'economia stessa quale è la moneta.


giovedì 26 novembre 2015

Scorie - Equità, giustizia e utilità

"Da oggi le retribuzioni della Cisl sono sul sito, dove si possono trovare gli stipendi di tutta la segreteria confederale. Il più alto è il mio di circa 5.200 euro al mese tutto compreso… tre volte quella di un impiegato medio a 1.500 euro e mi sembra che ci siamo in un discorso di equità e di giustizia… chi sceglie il sindacato sa che non diventa ricco ma sa che sceglie di essere utile."
(A. Furlan)

Parlando alla Conferenza nazionale organizzativa programmatica del sindacato, il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha voluto fare chiarezza sulla propria retribuzione e su quella degli altri componenti della segreteria, annunciando che si possono trovare tutte sul sito internet della Cisl.

Secondo Furlan, 5.200 euro equivalgono a tre volte lo stipendio medio di un impiegato, quantificato in 1.500 euro, e tutto ciò sarebbe adeguato in un "discorso di equità e di giustizia". Ora, a parte che 1.500 moltiplicato per tre fa 4.500 e non 5.200, invocare "equità e giustizia" non ha alcun senso.

Ogni stipendio è equo e giusto se determinato da un contratto volontariamente stipulato tra soggetti che dispongono del loro diritto di proprietà. Tale è, per esempio, il caso di un imprenditore che assume un dipendente e con questi concorda, tra le altre condizioni contrattuali, la retribuzione dovuta al lavoratore. Evidentemente diverso è il caso dei contratti di lavoro nell'ambito della pubblica amministrazione, perché chi assume le persone e ne stabilisce i percorsi di carriera (al di là delle procedure concorsuali non di rado palesemente manipolate) non utilizza risorse di sua proprietà.

Nel caso della signora Furlan, a giudicare se il suo stipendio è equo dovrebbero essere coloro che versano risorse alla organizzazione della quale è segretario generale. Probabilmente una parte degli iscritti non sarebbe d'accordo con il segretario, ma quelli sono affari loro.

Così come sempre gli iscritti dovrebbero stabilire se il loro segretario fa qualcosa di utile oppure no. Purtroppo, peraltro, l'operato dei sindacalisti ha ripercussioni anche sui non iscritti, il che a mio parere rappresenta una esternalità negativa.

Ma suppongo che la signora Furlan, che ritiene equo e giusto il proprio compenso, nonché utile il proprio operato, non sarebbe d'accordo con me.


mercoledì 25 novembre 2015

Scorie - La tendenza di ogni schema Ponzi (previdenziale)

"I pensionati non devono preoccuparsi: le pensioni dell'Inps sono erogate a fronte di leggi dello Stato. Se l'Inps dovesse fallire, ci sarà lo Stato… c'è un diritto soggettivo fissato dalla legge."
(T. Boeri)

Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, invita i pensionati a non preoccuparsi dei disastrati bilanci dell'ente previdenziale pubblico (il 2015 dovrebbe chiudersi con un disavanzo di circa 9 miliardi, secondo lo stesso Boeri). Caso mai l'Inps dovesse fallire, ci penserebbe lo Stato, come in parte già avviene, a tappare i buchi.

Ovviamente lo Stato, non essendo creatore di ricchezza, le risorse per tappare i buchi dell'Inps le deve trovare da qualche parte. I tecnici la chiamano "fiscalità generale", che in volgare può essere tradotto: il conto è a carico dei pagatori di tasse.

Come ho già sostenuto in altre occasioni, il problema di qualsiasi sistema a ripartizione (non dissimile da uno schema Ponzi) è che un deterioramento della dinamica demografica conduce verso l'insolvenza. Inizialmente si può, appunto, illudere i pensionati che ci sarà sempre qualcun altro che paga il conto. Di conseguenza, si aumenta ripetutamente il prelievo a carico di chi paga tasse e contributi.

Ma con l'andare del tempo, se la demografia non inverte la tendenza, il carico diventa inevitabilmente insostenibile per i sempre meno pagatori in attività. A quel punto non c'è diritto soggettivo fissato dalla legge che tenga. Teoricamente sarebbe possibile adottare la via spesso invocata per tante altre cose, ossia la monetizzazione. Ma, a ben vedere, si tratterebbe solo di una forma diversa di insolvenza, con l'aggravante che, in casi estremi, porterebbe all'iperinflazione e al collasso del sistema economico, non solo pensionistico.

Gli attuali settantenni possono sperare di farla franca, soprattutto se non saranno troppo longevi. Per i più giovani, invece, qualche sorpresa più o meno amara è da mettere in conto. Ovviamente nessun presidente dell'Inps lo ammetterà mai, per non generare panico. Ma nessun debitore, fino all'ultimo, riconosce di essere diretto verso l'insolvenza.


martedì 24 novembre 2015

Scorie - Di buone tasse sono lastricate le vie dell'inferno fiscale

"Se è necessaria una tassa, è quella sull'analogico. Bisogna incentivare il digitale penalizzando i processi analogici. E il vantaggio è che, in tal modo, questa tassa andrà poi naturalmente a estinguersi."
(G. Recchi)

Intervenendo all'Italian Digital Day, il presidente di Telecom, Giuseppe Recchi, ha dapprima elogiato il governo (alla presenza di Renzi, of course) per quanto sta facendo per il digitale, poi ha proposto di tassare l'analogico allo scopo di incentivare il passaggio al digitale.

Non entro nel merito della questione tecnologica, non essendo competente. Mi interessa piuttosto evidenziare la pessima abitudine, peraltro molto diffusa, di invocare l'uso della tassazione per spingere le persone a fare ciò che il proponente ritiene opportuno. Non è un caso che quasi sempre il proponente trarrebbe vantaggio dall'adozione del provvedimento fiscale che suggerisce.

Questa abitudine, che trovo fastidiosa quando a proporre nuove tasse (o aumenti di quelle esistenti) sono parlamentari o ministri, è ancora più insopportabile quando nel gioco delle tassa disincentivante si cimentano persone che, almeno in teoria, non si occupano di politica (e neppure di scienza delle finanze).

Qualcuno potrebbe sostenere che la nuova tassa favorirebbe l'ammodernamento del Paese, e che, una volta completato il passaggio al digitale, la tassa stessa andrebbe ad estinguersi, come afferma Recchi.

Posto che quando facciamo rifornimento di carburante continuiamo a pagare accise per faccende di quasi un secolo fa, a testimonianza del fatto che l'estinzione non è all'ordine del giorno anche quando il motivo per il quale fu introdotto il balzello ha cessato di esistere da lungo tempo, per me resta inaccettabile invocare la compressione del diritto di proprietà delle persone allo scopo di favorire determinate scelte da parte loro.

E se è vero che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell'inferno, è altrettanto vero che di tasse buone (nelle intenzioni) sono lastricate le vie dell'inferno fiscale (italiano).


lunedì 23 novembre 2015

Scorie - Libertà del cliente e libertà dell'impresa

"Banca che vai, azioni in collocamento che trovi. Ognuna fa un po' come le pare, comunque sempre nell'ambito degli spazi che la regolamentazione deficitaria concede. È possibile quindi che un investitore, cliente di una banca che non aderisce al consorzio di collocamento di una offerta pubblica di vendita, non possa sottoscrivere le azioni di una società che si accinge ad approdare in Borsa. Mentre il cliente della banca accanto può liberamente farlo. È assurdo, con tutti i sistemi di gestione centralizzata degli ordini, lasciare il pallino in mano alle strategie commerciali e politiche dei vari istituti di credito. La libertà di valutare nel merito la rischiosità o la bontà dell'investimento in fase di Ipo (dall'inglese initial public offering, offerta pubblica iniziale) andrebbe lasciata al cliente. Invece sono le commissioni, più o meno alte, che vengono riconosciute alle banche che partecipano al consorzio di collocamento che dettano le adesioni dei vari istituti e, di conseguenza, dei loro clienti."
(G. Ursino)

Gianfranco Ursino scrive su Plus24, l'inserto settimanale del sabato del Sole 24 Ore che fa diretta concorrenza alle riviste di Altroconsumo e affini. In un sistema meno corporativo di quello italiano dubito che le banche e le assicurazioni continuerebbero a pagare profumatamente inserzioni pubblicitarie su pubblicazioni nelle quali vengono costantemente prese a pesci in faccia.

Non che manchino i motivi per criticare l'operato di banche e società del settore finanziario in generale; ma, come spesso accade, le critiche si soffermano su questioni che non andrebbero affatto censurate, mentre alcune altre attività sono perfino elogiate, salvo poi essere oggetto di critiche feroci quando vengono a galla delle magagne. Per esempio, nessuna banca subisce critiche quando elargisce credito a piene mani anche in periodi di vacche magre a chiunque ne faccia richiesta, salvo poi essere messa sulla graticola quando gran parte di quei crediti diventano sofferenze e la banca entra in crisi.

Nel caso in questione, Ursino ritiene che la scelta di una banca di non partecipare a un consorzio di collocamento di azioni, di conseguenza non rendendo quel prodotto disponibile alla propria clientela, sia un effetto di "regolamentazione deficitaria". A suo parere è assurdo "lasciare il pallino in mano alle strategie commerciali e politiche dei vari istituti di credito". Pare che ciò limiterebbe la libertà del cliente. A parere di Ursino la colpa delle banche sarebbe quella di pensare al proprio tornaconto.

Da come affronta la questione, pare che per Ursino le banche siano strutture statali e non imprese private. Qualcuno gli dica che sono passati ormai più di 20 anni da quando lo Stato era banchiere. Non che si possa definire quello bancario un esempio di libero mercato (ma quali esempi si potrebbero fare in Italia?), ma ogni banca ha azionisti ai quali rendere conto e, pur essendo tutt'altro che poco regolamentata, ha il diritto di scegliere quali prodotti offrire e quali no.

Ciò non limita affatto la libertà di scelta del cliente, il quale, se insoddisfatto del servizio offertogli da una banca, può, senza alcuna limitazione, rivolgersi a un'altra banca.

D'altra parte, suppongo che a nessuna persona dotata di buon senso verrebbe da tirare in ballo ipotetiche limitazioni alla libertà di scelta di un cliente se un bar o un ristorante offrono determinate pietanze a altri no.

Beh, forse solo perché su Plus24 non si occupano di ristorazione.


venerdì 20 novembre 2015

Scorie - Lo si può chiamare diversamente, ma rimane deficit

"La Francia deve affrontare gravi atti di terrorismo e deve affrontare spese supplementari che non devono avere lo stesso trattamento delle altre ed il principio vale anche per gli altri paesi."
(J. C. Juncker)

All'indomani dei nuovi attacchi terroristici a Parigi, il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha dato il via libera politico agli Stati membri per aumentare le spese per la sicurezza senza che queste siano conteggiate nel deficit ai fini della verifica del rispetto del limite del 3 per cento nel rapporto con il Pil.

Come era prevedibile, tutti i governi hanno accolto positivamente la dichiarazione di Juncker. Non voglio in questa sede addentrarmi sulla questione dell'aumento delle spese pubbliche per la sicurezza, limitandomi a evidenziare che aumentare una voce di spesa, magari assumendo centinaia o migliaia di persone, è sempre facile, mentre un successivo ridimensionamento nel caso in cui (come ci si dovrebbe augurare) cessasse l'emergenza, è sempre politicamente molto complesso.

Ciò che mi interessa sottolineare è che politicamente si può anche stabilire che una spesa finanziata in deficit non costituisca deficit, ma ciò non toglie che quelle somme vadano reperite. E se oggi incrementano il deficit, ancorché non contabilmente, significa che per finanziarle è necessario emettere titoli di Stato, che vanno ad aumentare lo stock di debito.

Quel debito in qualche modo dovrà essere ripagato. E i modi sono sempre gli stessi: maggiori tasse o minori spese. Nella tradizione italiana si tratta quasi sempre di maggiori tasse. Le quali possono essere esplicite, oppure occulte, mediante un aumento dell'inflazione.

In ogni caso, nessun Juncker può inventare pasti gratis: qualcuno prima o poi dovrà pagare il conto.


giovedì 19 novembre 2015

Scorie - Regole e arbitrio

"Il deficit strutturale italiano devia in modo sostanziale dal cammino raccomandato, avrebbe dovuto migliorare di 0,1 e invece peggiora di 0,5: la flessibilità all'Italia non può essere accordata per ora perché andrebbe in contraddizione con il percorso raccomandato a maggio."
(V. Dombrovskis)


"Il bilancio 2016 è stato costruito in modo coerente con il Patto di Stabilità e Crescita."
(P. C. Padoan)

Qualcuno dica a Padoan che la Commissione europea – o quanto meno il suo vicepresidente, Valdis Dombrovskis – non è esattamente sulla stessa lunghezza d'onda del governo italiano in merito alla conformità della bozza di bilancio per il 2016 che deriva dalla Legge di stabilità sottoposta al Parlamento e inviata alla stessa Commissione Ue.

Non che io nutra una particolare simpatia per il costoso carrozzone comunitario, ma da un punto di vista dei numeri le affermazioni di Dombrovskis non sono eccepibili, e il tentativo di affermare il contrario da parte di Padoan mi pare piuttosto maldestro e ridicolo.

Magari alla fine verrà trovato un accordo politico e in primavera la Commissione chiuderà un occhio sui numeri italiani. Ma in quel caso non sarebbero i numeri a cambiare: semplicemente si darebbe una interpretazione politica (qualcuno la definirebbe "intelligente", stravolgendo evidentemente il significato del termine) ai numeri stessi.

Potere dell'arbitrio. Non c'è niente di peggio di una regola che cambia in base a come decide di applicarla un burocrate.


mercoledì 18 novembre 2015

Scorie - Happy spending

"Oggi abbiamo 12 buone notizie, direi che si può lanciare l'hashtag #happydays."
(M. Renzi)

Venerdì scorso il Consiglio dei ministri ha varato un decreto di quelli che piacciono tanto a chi governa, perché distribuiscono soldi a destra e a manca. Attività che generalmente porta consenso da parte dei beneficiari di tali elargizioni.

Come spesso in questi casi, il governante elenca con entusiasmo quanti milioni sono stati stanziati per questa o quella iniziativa, tacendo sull'altro lato della medaglia. Ossia sulle coperture di tali spese.

Come è noto, le spese pubbliche possono essere coperte solo in tre modi: tagliando altre voci di spesa, aumentando le tasse presenti, oppure quelle future (quando la spesa è finanziata in deficit, mediante emissioni di titoli che incrementano il debito pubblico).

Su chi sarà chiamato a pagare il conto della magnificenza governativa è sempre bene mantenere una certa opacità, perché se gli aumenti di spesa portano consenso, le coperture portano necessariamente un calo di consenso da parte di chi dovrà pagare il conto.

Ecco, quindi, le principali "buone notizie".

150 milioni vanno ai progetti da realizzare nel post Expo (addirittura Renzi vuole che siano 150 milioni all'anno per 10 anni).

200 milioni a Roma per l'imminente Giubileo.

150 milioni alla Terra fuochi.

50 milioni a Bagnoli.

10 milioni alla difesa del made in Italy.

100 milioni al servizio civile.

60 milioni per le emergenze di cui si occupa la protezione civile.

25 milioni per le case popolari.

125 milioni per cinema e impianti sportivi di periferia.

30 milioni per migliorare i collegamenti con la Sardegna.

Happy spending sicuramente, happy days per chi avrà una fetta di quei soldi, non certo per chi pagherà il conto (personalmente ho la sgradevole sensazione di appartenere al secondo gruppo).


lunedì 16 novembre 2015

Scorie - Falsità sulla deflazione

"Un'inflazione intorno, ma sotto al 2%, come quella fissata dalla Bce… viene ritenuta negativa… in base a un'assurda concezione che porta a privilegiare prezzi prossimi alla deflazione: vi concorrono i noti riflessi della crisi degli anni 30, ma ciò non giustifica la critica che viene mossa, dimostrando di non conoscere i danni che un'inflazione assai bassa può arrecare a investimenti e risparmi (questi ultimi accumulati in modo patologico in totale assenza di prospettive certe)."
(A. De Mattia)

Da una persona che, come Angelo De Mattia, ha lavorato a lungo alla Banca d'Italia non ci si può ragionevolmente attendere che vengano critiche alle politiche monetarie espansive della Bce, a maggior ragione se a guidarla è Mario Draghi, che prima di trasferirsi a Francoforte ha lavorato al Tesoro ed è stato governatore della Banca d'Italia stessa (i maligni ricordano anche il passaggio in Goldman Sachs).

De Mattia fa riferimento ai concetti maistream di inflazione e deflazione, ossia a una crescita/decrescita di un indice di prezzi al consumo. La Bce ha come obiettivo mantenere l'inflazione dei prezzi al consumo vicino ma sotto al 2% annuo.

A chi obietta che la stabilità dei prezzi – pur restando nell'ambito di una definizione necessariamente arbitraria dovuta al fatto che un indice non può rappresentare perfettamente la realtà, né le variazioni dei prezzi relativi – si avrebbe quanto meno se l'indice non variasse nel tempo, i sostenitori del limite fissato al 2% (comune a diverse banche centrali) ribattono che i metodi utilizzati per stimare l'andamento di tali indici tendono a sovrastimare l'andamento dei prezzi, per cui a fronte di un indice invariato si sarebbe di fronte a prezzi in calo.

A me non interessa tanto stare a discutere di questo aspetto apparentemente tecnico (in realtà mi pare che sia profondamente politico), bensì concentrarmi sui danni che De Mattia ritiene vengano prodotti dalla deflazione, addirittura sui risparmi.

Un andamento calante dei prezzi genera un aumento dei debiti in termini reali, e questo è il principale motivo per cui la deflazione dei prezzi al consumo è considerata uno "spettro", in un mondo nel quale tutto il sistema monetario (quindi economico) è fortemente basato sul debito e i principali debitori sono gli Stati e le grandi aziende (finanziarie e non).

Ogni variazione dei prezzi genera effetti redistributivi, e se le variazioni dei prezzi fossero effetto di dinamiche di libero mercato non vi sarebbe nulla da dire. Il fatto è che si tratta per lo più di conseguenze di politiche monetarie, ossia di fattori esogeni alle dinamiche di libero mercato. Da questo punto di vista, la redistribuzione che si verifica per effetto delle variazioni dei prezzi non è troppo diversa da quella provocata da interventi fiscali. Così come ci sono pagatori e consumatori di tasse, vi sono pagatori e consumatori di inflazione.

Solitamente tra i motivi per temere la deflazione viene citata la tendenza da parte dei consumatori a rinviare le decisioni di spesa in vista di ulteriori diminuzioni dei prezzi. Ciò diminuirebbe la domanda, generando effetti recessivi. Al contrario, "un po'" (e questo "po'" è di volta in volta stabilito arbitrariamente dai keynesiani) di inflazione avrebbe effetti benefici sulla domanda.

Ora, che le spese vengano rinviate è quanto meno opinabile. La cosa non vale certo per gli alimentari, ma neppure per alcuni beni non di prima necessità. Non credo che sia perché la versione precedente di iPhone non funziona più che, ogni volta che esce un modello nuovo, molte persone fanno la fila davanti ai negozi della Apple per comprarlo, pagandolo certamente di più di quanto lo potrebbero pagare pochi mesi dopo. E questo per fare un solo esempio. Oltre tutto, lo Stato (agendo direttamente o tramite una banca centrale) non dovrebbe neppure spingere gli individui ad anticipare o posticipare decisioni di spesa.

Ciò detto, sostenere che la deflazione faccia male ai risparmi è davvero bizzarro. A fare male ai risparmi è la manipolazione al ribasso dei tassi di interesse. L'aumento dei risparmi, in parte in realtà dovuto semplicemente a un aumento di base monetaria (frutto di politiche monetarie espansive) non utilizzata, soprattutto nella forma di liquidità, è dovuto alla estrema incertezza che la compressione artificiale dei tassi di interesse genera negli investitori.

Alcuni sono spinti ad assumere più rischi, allungando la durata degli investimenti obbligazionari oppure prestando denaro a debitori meno affidabili, o ancora spostandosi verso investimenti azionari o in attività reali. Altri, quelli che non possono (per regolamento) o non vogliono (per caratteristiche individuali) assumere più rischi, preferiscono accumulare liquidità. E in un contesto di tassi artificialmente compressi verso zero (o addirittura sotto zero), la mancanza di rendimento dai risparmi e l'incertezza a essa correlata inducono a risparmiare di più, se possibile.

Ma non è la deflazione dei prezzi al consumo a generare questo fenomeno. Al contrario, è l'azione delle banche centrali volte a contrastare tale deflazione. Questa fa (e farà) i danni veri.


venerdì 13 novembre 2015

Scorie - Schlechtgeld

"La crescita economica si realizza con riforme strutturali e con una riduzione di tasse coperta principalmente con la riduzione della spesa e con il recupero dell'evasione fiscale. Le due leggi di stabilità di questo governo contengono una riduzione di tasse di quasi 35 miliardi annui, dei quali 31 riguardano lavoro e produzione. Questa riduzione è coperta da una manovra di riduzione di spesa di 20 miliardi, di un recupero aggiuntivo di evasione di oltre 4 miliardi e una riduzione degli interessi sul debito, un risultato delle azioni della BCE, ma anche della credibilità del governo che ha portato lo spread sul nostro debito sotto il livello spagnolo. I numeri del bilancio dello Stato confermano la concretezza di questa visione."
(Y. Gutgeld)

Yoram Gutgeld, commissario alla spending review, difende la Legge di stabilità dalle critiche. Evidentemente la pensava diversamente il professor Roberto Perotti, dimessosi pochi giorni fa ammettendo laconicamente di sentirsi poco utile.

Comprensibile il senso di inutilità avvertito da Perotti, dato che le sue proposte, dopo aver ricevuto gli apprezzamenti di rito da parte del presidente del Consiglio (che, pure, lo aveva nominato), sono state accantonate.

La verità appare sempre meno negabile: di tagliare la spesa pubblica manca la volontà politica, perché di spesa pubblica c'è chi ci campa e costoro generalmente votano. All'ennesima rinuncia da parte di un tecnico (dopo Giarda, Bondi e Cottarelli, per restare agli anni recenti), dovrebbe essere evidente che solo una forte motivazione antistatalista può portare a un effettivo ridimensionamento della spesa pubblica. Se, al contrario, si sentono dichiarazioni di riduzioni di spesa alle quali corrispondano, magari, promesse di aumenti di prestazioni di welfare, significa che si è di fronte a un classico esercizio di cialtroneria politica.

Ciò detto, Gutgeld afferma che nelle due leggi di stabilità dell'era renziana sono stati tagliati 20 miliardi di spesa. Peccato che nei saldi del bilancio dello Stato queste affermazioni continuino a non trovare corrispondenza. Lo stesso potrebbe dirsi per i tagli delle tasse, nel senso che se si riducono talune tasse per 35 miliardi e se ne aumentano altre per un importo uguale o superiore, non vi è alcuna riduzione di tasse. A meno che il ragionamento non si limiti a considerare i soggetti beneficiari dei tagli netti. Un modo quanto meno discutibile di ragionare, soprattutto quando si valuta una manovra nel suo complesso.

Tralascio di occuparmi del recupero di evasione per concludere sulla riduzione degli interessi sul debito. Al di là del fatto che la storia della "credibilità" del governo è molto meno tangibile delle azioni (a mio parere elogiate in modo miope) della BCE, occorre una certa dose di imprudenza nel considerare strutturale quella minore spesa, soprattutto in presenza di una massa di debito pubblico che si ostina a non diminuire.

In definitiva, Gutgeld difende un impianto di legge di stabilità ispirata al keynesismo all'amatriciana che tanto piace in Italia. Quello che promette un paio di decimali di Pil in più l'anno dopo (tutti poi da verificare) ponendo le basi per una amara sorpresa quando il ciclo si indebolisce. E' un po' il revival di diverse manovre finanziarie degli anni duemila, quando lo spread era basso e, invece di sistemare il bilancio pubblico, si preferiva rimandare. Sappiamo come andò a finire.