venerdì 30 maggio 2014

Scorie - (Tra)Monti

"La sconfitta di Scelta Europea è chiara e non permette alcuno sconto. La
nostra proposta, incentrata su un europeismo coerente con l'inspirazione
riformatrice di Mario Monti e unita ai contributi di Centro Democratico e
Fare per Fermare il Declino, non ha guadagnato spazio sufficiente
all'interno di una contesa elettorale dominata dallo scontro tra la furia
distruttrice di Beppe Grillo e la forza della novità incarnata dal
Presidente del Consiglio Matteo Renzi… Da oggi si apre una riflessione sul
futuro di Scelta Civica che dovrà essere libera e priva di qualunque
inibizione, come si addice ad un movimento senza padroni che è nato con lo
scopo di dare rappresentanza ad un'opinione pubblica liberale e
riformatrice che certamente non scompare dalla mappa politica e culturale
italiana."
(A. Romano)

Andrea Romano, professore universitario e direttore di think tank, è
passato dallo studio sui rapporti tra partito bolscevico e società rurale
(lo apprendo da Wikipedia) a Mario Monti, via D'Alema e Montezemolo.
Parrebbe che il suo fiuto per i cavalli su cui puntare non sia proprio dei
migliori, a maggior ragione se si considera che ha puntato, da ultimo, sul
successo di Mario Monti per approdare in Parlamento con l'allora neonata (e
oggi agonizzante) Scelta Civica.

Probabilmente Romano ha confuso l'appoggio che grandi media e centri di
potere in Italia e ancor di più all'estero diedero a Monti con un consenso
vero per il professore, dimenticando però che alle elezioni ogni persona ha
un voto e che se tartassi tutti è difficile ottenere un gran successo,
nonostante l'appoggio della combriccola del Bilderberg e la ritrovata
"credibilità" internazionale.

In un solo anno Scelta Civica è passata dal dover registrare un gran
successo alle elezioni politiche (e finì tra l'8 e il 9 per cento), al
successivo abbandono del fondatore Monti (che ha un seggio di senatore a
vita e non è interessato a beghe di partito), fino alla formazione di
un'accozzaglia elettorale con partitoni del calibro di Centro Democratico,
Fare per Fermare il Declino e Partito Repubblicano Italiano, formazioni che
hanno meno elettori che lettere nel nome del partito. Tutti assieme, alle
recenti europee, hanno raccolto lo 0.7 per cento.

Ho riportato uno stralcio del commento di Romano all'esito meno che
deludente delle europee. Essendo assai improbabile che ai prossimi
appuntamenti elettorali il trend possa essere invertito, molto meglio
puntare "sulla forza della novità incarnata dal Presidente del Consiglio
Matteo Renzi", facendo una riflessione "priva di qualunque inibizione" se
arruolarsi nel PD. Ovviamente per "dare rappresentanza ad un'opinione
pubblica liberale e riformatrice che certamente non scompare dalla mappa
politica e culturale italiana".

A parte che di liberali autentici non v'è traccia in Scelta Civica e
dintorni, visti i precedenti dei cavalli su cui ha puntato Romano, fossi in
Renzi mi preoccuperei.

giovedì 29 maggio 2014

Scorie - Il ciarlatano Charlie

"Uno potrebbe raggiungere la conclusione che tassi di interesse
storicamente bassi e stabili pongano rischi alla stabilità finanziaria… Io
credo che l'inferenza che tassi di interesse persistentemente bassi mettano
a rischio la stabilità finanziaria sia basata su una visione ristretta
dell'economia… Si pensi a come diventerebbe problematico il calcolo
costi-benefici se il solo modo per ottenere la stabilità finanziaria
consistesse nell'aumentare i tassi di interesse al di sopra del livello
determinato dalle forze della domanda e dell'offerta dell'economia reale."
(C. L. Evans)

Charles Evans, presidente FED di Chicago, è tra coloro che ritengono si
debbano utilizzare provvedimenti macro-prudenziali per contenere i rischi
di instabilità finanziaria. Una posizione simile a quella del presidente
della Fed attuale, Janet Yellen, e anche del predecessore Ben Bernanke.

Secondo questo punto di vista, la politica monetaria non sarebbe adatta a
essere utilizzata per scongiurare la formazione di bolle. Per supportare la
loro tesi, Evans e chi la pensa come lui sono però costretti ad arrampicate
che nessun alpinista sano di mente si sognerebbe di tentare, per quanto
capace.

In sostanza, la politica monetaria dovrebbe preoccuparsi di favorire
l'aumento dell'occupazione, stando attenta a non far aumentare oltre un
certo limite (del 2% annuo, numero del tutto arbitrario) la crescita degli
indici dei prezzi al consumo. Si tratta del tipico schema keynesiano che in
misura più o meno marcata contraddistingue l'operato di tutte le banche
centrali.

Non è del tutto chiaro per quale motivo Evans sia disposto a riconoscere
che la politica monetaria può influenzare i prezzi dei beni di consumo, e
quindi debba essere calibrata per cercare di evitare che l'andamento di
tali prezzi si discosti eccessivamente dagli obiettivi prefissati, mentre
ritenga che debba più o meno esplicitamente evitare di pensare alle
ripercussioni che le mosse della banca centrale possono provocare nei
prezzi dei beni finanziari o reali.

Per tentare di giustificare il suo punto di vista, Evans afferma che
adottare una politica monetaria restrittiva al solo scopo di evitare la
formazione di bolle nei prezzi degli asset finanziari o reali finirebbe con
il provocare una contrazione della domanda, quindi dell'occupazione, dando
il via a una spirale recessiva e deflattiva.

Per questo la politica monetaria dovrebbe essere espansiva se il tasso di
disoccupazione è superiore a quello (keynesianamente) ritenuto compatibile
con gli obiettivi di crescita dei prezzi al consumo che (keynesianamente)
la banca centrale ha fissato. Gli eventuali effetti collaterali sugli altri
prezzi dovrebbero essere scongiurati mediante regolamentazione e vigilanza,
ossia introducendo una distorsione per contenere gli effetti indesiderati
di una distorsione precedente.

Ora, il problema a me sembra duplice. In primo luogo, pare che questi
interventi macro-prudenziali abbiano fatto spesso cilecca nella storia,
dato che di bolle a seguito di periodi di espansione monetaria se ne sono
formate in modo ricorrente. In secondo luogo, se per ogni distorsione
occorre aggiungere altre distorsioni per correggere gli effetti
indesiderati di quelle precedenti, si finisce, come sosteneva Mises, per
scivolare di intervento in intervento verso il socialismo (e mi pare che
(soprattutto) in campo monetario ci siamo già finiti da un pezzo).

Se poi, come fa Evans, si arriva ad affermare che modificare in senso
restrittivo la politica monetaria attuale sarebbe equivalente ad "aumentare
i tassi di interesse al di sopra del livello determinato dalle forze della
domanda e dell'offerta dell'economia reale", si finisce per cadere
nell'assurdo.

Come fa Evans a sapere a quale livello sarebbero i tassi di interesse
determinati "dalle forze della domanda e dell'offerta dell'economia reale",
dal momento che la politica monetaria agisce continuamente per contrastare
proprio la libera formazione dei prezzi, a partire dai tassi di interesse?

mercoledì 28 maggio 2014

Scorie - Una proposta originale per (peggiorare) la crisi

"All'Europa è arrivato forte e chiaro il messaggio che così come stiamo
andando non va bene… potremo fare un'operazione keynesiana straordinaria in
5 anni: più di 150 miliardi di euro."
(M. Renzi)

In Italia (e non solo) l'offerta politica di qualsiasi partito o movimento
che si presenta a qualsivoglia competizione elettorale è, con rare
eccezioni che solitamente (ahimè) finiscono nell'irrilevanza, una
variazione sul tema keynesiano. Magari in alcuni casi le proposte sono più
conformi agli scritti originali del "maestro" e in altri meno, ma tutte
hanno come punto di partenza l'intervento dello Stato per "favorire la
crescita e l'occupazione", o incentivi a questo o quel settore.

Il tutto, ovviamente, utilizzando la leva fiscale e la spesa pubblica. Una
delle rivendicazioni di lungo periodo del variopinto universo keynesiano
consiste nella distinzione tra spesa corrente e spesa per investimenti. Per
fare un paio di esempi, lo stipendio di un dipendente pubblico è spesa
corrente, mentre la costruzione di un ponte è considerata un investimento.

Passi pure per la distinzione, anche se la conseguenza che ne traggono i
keynesiani risulta essere fuorviante. Si tratta dell'idea di non
considerare la spesa per investimenti nel calcolo del deficit pubblico (la
cosiddetta "golden rule"), perché a fronte della spesa si costruisce un
bene che produrrà reddito direttamente o indirettamente.

Credo che i problemi di questo ragionamento siano molteplici. Il primo, e
più generale, consiste nel fatto che a stabilire cosa è un investimento
sarebbero gli stessi che propongono la golden rule. La storia, non solo
italiana, è piena di "investimenti" pubblici e di imprese pubbliche che
sono stati autentiche idrovore di denaro finiti nel fallimento o, nella
migliore delle ipotesi, sono costati un multiplo di quello che sarebbero
costati se fatti da privati. E spesso solo la volontà politica ha
consentito di definire tali spese "investimenti", così come con un
provvedimento legislativo si pretende di stabilire come debba essere fatta
una banana per essere definita tale.

In secondo luogo, a definire l'opportunità di un investimento pubblico e a
sopportarne gli oneri non sono coloro che decidono che si debba fare, bensì
coloro che sono costretti a pagare le tasse, spesso neppure elettori di chi
decide.

Last, but not least, che si tratti di spesa corrente o di investimento, le
risorse devono comunque essere trovate. Se non le si trova con la
tassazione attuale, occorre fare deficit (tasse future o inflazione
futura). Supporre che basti la volontà politica per non considerare deficit
una spesa per finanziare la quale non basta il gettito fiscale si scontra
con la necessità di far quadrare la cassa.

Chi, come Renzi, parla (a vanvera, a mio parere) di operazioni keynesiane
da centinaia di miliardi suppone che i soldi debbano essere messi
dal'Unione europea. Ma anche in questo caso, ogni spesa che oltrepassi la
somma dei contributi che i singoli Paesi membri versano prelevandoli dalle
tasche dei rispettivi cittadini o facendo deficit in casa propria deve
essere finanziata mediante debito emesso dall'Unione stessa. E anche questo
debito, prima o poi, comporterà un aumento di tasse per i cittadini
europei.

Come sempre, nessun pasto è gratis. Se le operazioni keynesiane fossero
davvero l'elisir per la crescita economica, non si spiegherebbe come mai
l'eredità di 80 anni di keynesismo in giro per il mondo consista per lo più
in una montagna di debito (a volte neppure riconosciuto ufficialmente, come
le passività implicite in tutti i sistemi di welfare pubblico) che si
continua a far finta sia sostenibile.

Ora, solitamente i difensori del keynesismo rivoltano la questione
sostenendo che veniamo da "trent'anni di neoliberismo". Qui credo sia utile
tornare a quanto ho accennato iniziando questo pezzo: la quasi totalità di
chi si candida a governare (da un comune di poche anime agli Stati Uniti) è
keynesiano, ancorché si dichiari liberale o liberista (lo stesso KEynes,
peraltro, si considerava liberale). Lo è nella sostanza, ogni volta che, a
prescindere da quello che dice, non agisce per ridurre il raggio d'azione
del proprio governo, riducendo tanto la spesa quanto le tasse. Lo sono
stati, per fare alcuni esempi, le amministrazioni di Reagan e Bush negli
Stati Uniti, così come i governi di Berlusconi in Italia, ancorché sia
luogo comune affermare il contrario.

Lo è, a prescindere dalla dichiarazione che ho riportato, anche il governo
Renzi. Chi vuol esser lieto sia, disse un suo illustre concittadino qualche
secolo fa…

martedì 27 maggio 2014

Scorie - Ragionamento (come sempre) fallace

"In Paesi toccati dalle devastazioni della guerra la fine delle sofferenze
fa scattare una voglia di riscatto, uno slancio vitale che inaugura una
nuova stagione di crescita. Intanto, le bombe hanno anche distrutto
fabbriche e infrastrutture obsolete, e le ricostruzioni danno opportunità
di ammodernare il tessuto produttivo e infrastrutturale… Certo, i malefici
della guerra sono di gran lunga superiori ai benefici, ma anche in questo
caso è vero che non tutto il male vien per nuocere."
(F. Galimberti)

Da keynesiano coerente, Fabrizio Galimberti identifica il buon andamento
dell'economia con il livello nominale di spesa che si registra in un
sistema economico. Pur riconoscendo dei meriti alla fallacia della finestra
rotta di Bastiat (più in generale, direi al concetto di ciò che si vede e
ciò che non si vede, poi ripreso da Hazlitt in "Economics in One Lesson"),
Galimberti ritiene che colui che si trova a dover spendere denaro per
riparare la finestra possa comunque comprarsi un abito nuovo: è sufficiente
che risparmi meno, utilizzi denaro risparmiato in precedenza, oppure si
indebiti (creare denaro dal nulla ovviamente aiuta).

Questo ragionamento non cambia di una virgola la validità della "lezione"
di Bastiat. Anzi, a mio parere rende ancor più evidente che la rottura
della finestra comporta una perdita di ricchezza. Nessuno dubita che
abbattendo il risparmio o indebitandosi si possa consumare di più, ma alla
fine della storia l'individuo e il sistema si trovano sempre con la stessa
finestra a fronte di minori risparmi.

Ed è qui che Galimberti introduce un altro argomento che gli fa concludere
che "non tutto il male vien per nuocere", si tratti di una guerra o di una
calamità naturale. Ciò che viene distrutto è spesso obsoleto, quindi "le
ricostruzioni danno opportunità di ammodernare il tessuto produttivo e
infrastrutturale".

Si potrebbe restare ancora all'esempio della finestra: quella sostitutiva
potrebbe essere di qualità migliore di quella rotta, ma questo non cambia
il fatto che al proprietario della finestra andava bene anche quella
precedente, prima che venisse rotta. Anche perché, se avesse preferito
cambiare la finestra invece di comprarsi un abito nuovo, lo avrebbe potuto
fare. Ma evidentemente riteneva per se stesso più utile comprare un abito
nuovo.

Credo che questo punto sia essenziale: l'idea che "non tutto il male vien
per nuocere" perché la ricostruzione consente di ammodernare le
infrastrutture e il tessuto produttivo, oltre a dare lavoro a un certo
numero di persone, a me sembra doppiamente fallace: da un lato, perché si
concentra su ciò che si vede e tralascia ciò che non si vede, come
evidenziava Bastiat. Dall'altro, perché mette le preferenze individuali dei
legittimi proprietari delle risorse economiche in una posizione subordinata
rispetto al punto di vista di chi ritiene che questa o quella cosa sia
obsoleta e da sostituire. Ovviamente con i soldi altrui. E questo spiega
anche perché in molti ritengano la spesa pubblica, sia essa finanziata da
tasse attuali o future, un propulsore di crescita economica e non, nella
migliore delle ipotesi, una semplice redistribuzione.

Che a fronte dei disastri di una guerra o di una calamità naturale ci si
debba anche sentire ripetere queste storie a me pare deprimente.

lunedì 26 maggio 2014

Scorie - Allineamento di interessi

"Gli interessi fondamentali delle banche e dei governi sono allineati:
perché tanto le banche quanto i governi operano affinché le economie
crescano in maniera sana, che è l'habitat ideale anche per gli operatori
finanziari."
(V. Grilli)

Dopo aver trascorso un anno sabbatico ipocritamente ritenuto necessario per
evitare conflitti di interessi, l'ex ministro dell'Economia Vittorio Grilli
è stato nominato presidente dell'investment banking per l'area EMEA
(Europe, Middle East, Africa) dalla banca americana JP Morgan. Quella che
porta il nome del fondatore, John Pierpont Morgan, appunto, che fu tra i
principali artefici dell'istituzione della Federal Reserve.

Sulla prima parte dell'affermazione di Grilli non trovo nulla da eccepire:
effettivamente "gli interessi fondamentali delle banche e dei governi sono
allineati". Che poi tali interessi consistano principalmente nell'avere una
crescita sana delle economie è discutibile.

Per carità, effettivamente una crescita sana dell'economia sarebbe
l'ideale, ma è sostanzialmente incompatibile con i consueti interventi dei
governi che distorcono la domanda e/o l'offerta, nonché con il
funzionamento dei sistemi bancari a riserva frazionaria, basati sulla
sostituzione di risparmio reale con denaro creato dal nulla.

E' però indubbiamente vero che nei sistemi bancari a riserva frazionaria le
banche hanno bisogno della protezione dei governi (per socializzare le
eventuali perdite), così come i governi hanno bisogno delle banche per
finanziare spese pubbliche costantemente in crescita (una volta soprattutto
per finanziare le guerre, oggi soprattutto per finanziare sistemi di
welfare fallimentari) ed eccedenti i pur cospicui gettiti fiscali. Senza
sistemi bancari a riserva frazionaria basati su moneta fiat l'erosione
reale del debito non sarebbe semplice e, soprattutto, sarebbe percepita
molto più nitidamente da color che subiscono gli effetti redistributivi
dell'inflazione.

Gli interessi fondamentali delle banche e dei governi sono veramente
allineati.

giovedì 22 maggio 2014

Scorie - Nessun dolce è gratis

"Credo che sia immorale scaricare le difficoltà attraverso atti che
producono discriminazione sociale. Avere un tavolo con tre bambini di cui
due hanno il dolce e uno no, perché il papà non ha i soldi per pagare la
retta piena, penso sia una cosa barbara."
(N. Zingaretti)

Ho scelto le parole usate da Nicola Zingaretti, presidente della Regione
Lazio, per commentare la decisione del comune di Pomezia di differenziare
il pasto alla mensa scolastica: 4 euro senza dolce o 4,40 euro con dolce.
Il sindaco (M5S) è stato bombardato di critiche soprattutto da sinistra, ma
anche da destra. E i toni, grosso modo, sono quelli usati da Zingaretti.

Ovviamente chi grida allo scandalo pone la questione facendo leva su un
buonismo tanto melenso quanto strumentale, richiamando l'immagine del
bambino che vede gli altri mangiare il dolce che a lui non è stato dato e
che, per questo motivo, potrebbe sviluppare sensi di inferiorità. Se questo
è il punto, allora si dovrebbe imporre la completa uniformità su tutto:
abbigliamento, giocattoli e quant'altro.

Non voglio neppure entrare nel merito della faccenda in termini
quantitativi (parliamo comunque di 8 euro al mese, non una cifra
esorbitante anche per chi ha difficoltà economiche), ma vorrei sottolineare
un paio di questioni.

In primo luogo, terrei separata l'istruzione dall'alimentazione. Da
libertario sono contrario perfino all'idea che debba essere lo Stato a
istruire (socializzando in gran parte i costi) le persone (e questa già è
una posizione molto più impopolare rispetto alla differenziazione del menù
in base ai prezzi pagati dai genitori), ma non mi soffermerei su questo
punto.

Quanto al servizio mensa, non vedo cosa ci sia di immorale o
discriminatorio nel fornire due menù differenti a prezzi differenti. Per
far quadrare i conti, le uniche alternative sarebbero state due: tenere il
prezzo più basso per tutti eliminando del tutto il dolce; oppure scaricare
su qualcun altro il costo del dolce non sostenuto da una parte di genitori.

Perché, parafrasando Robet Heinlein (le cui parole furono spesso usate da
Milton Friedman e a questo molte volte attribuite), una cosa è certa:
nessun dolce è gratis.

Certamente la soluzione gradita da chi grida allo scandalo e tira in ballo
l'immoralità sarebbe quella di far pagare ad altri il costo di quel dolce
(magari ai genitori con redditi maggiori, utilizzando un principio di
progressività anche nel prezzo della mensa). Si tratta della filosofia di
base del socialismo. Una filosofia molto diffusa in Italia, anche tra
coloro che socialisti non si considerano, e che a mio parere è ben più che
immorale, dato che si basa sull'idea che il diritto di proprietà possa
essere compresso a piacimento della maggioranza che detiene il potere.

Ovviamente per il bene comune.


mercoledì 21 maggio 2014

Scorie - La moneta "giusta" - addendum

"Magari ci fosse l'inflazione, negli anni Novanta c'era perché la gente
comprava, sarebbe una buona notizia se ci fosse."
(M. Salvini)

Ieri, nel commentare le parole di Matteo Salvini sulla "moneta giusta",
scrivevo che "la gran parte dei nostalgici della lira sostiene che
servirebbe (un po' di) inflazione". Neanche a farlo apposta mi è capitato
di leggere questa dichiarazione, sempre di ieri, dello stesso Salvini.

Purtroppo sono in tanti a essere convinti che l'inflazione sia di per sé
positiva, se a dosi contenute. Alcuni perché sanno effettivamente di cosa
si tratta, ossia si una imposta implicita, quasi mai proporzionale e spesso
regressiva. Un'imposta che redistribuisce la ricchezza in buona sostanza a
favore dei debitori, penalizzando coloro che risparmiano e percepiscono
redditi nominali fissi. Altri sono semplicemente illusi che un mondo nel
quale si ha crescita nominale equivalga a un mondo nel quale vi è crescita
reale.

Che l'inflazione spinga la gente a consumare e ad anticipare anche consumi
che non farebbe oggi se non fosse per l'aspettativa di spendere di più per
lo stesso bene in futuro è considerato da molti un fattore benefico per
l'economia. Ma consumare di più oggi è possibile solo risparmiando meno,
erodendo il patrimonio (frutto di risparmi passati), o indebitandosi. Tutte
circostanze che lasciano l'individuo maggiormente esposto a eventi negativi
futuri, dato che le difese possibili tramite il risparmio si assottigliano
o vanno addirittura in negativo.

Si dirà, e molti keynesianamente lo dicono, che al futuro ci si penserà a
tempo debito, e che in ogni caso nel lungo periodo saremo tutti morti.
Qualcuno (ho il sospetto che siano parecchi) pensa anche che le eventuali
difficoltà che dovessero presentarsi in futuro dovranno essere risolte
dallo Stato (con i soldi degli altri, ovviamente).

Non voglio in questa sede tornare sugli effetti deleteri che ha la mancanza
di risparmio reale sul sistema economico. Vorrei invece sottolineare che se
pagare le tasse non è piacevole – e farlo in Italia lo è meno che altrove,
sia per la quantità, sia per l'astrusità delle stesse – essere tosati
dall'inflazione dovrebbe esserlo ancora meno.

E' quindi logico e comprensibile essere di cattivo umore (per usare un
eufemismo) quando si ha a che fare con il pagamento delle tasse esplicite.
Sarebbe bene, tuttavia, riflettere sul fatto che invocare l'aumento
dell'inflazione non significa altro che invocare un aumento di una tassa
implicita.

Come dicevo, qualcuno è consapevole di ciò che accade con l'inflazione e sa
come e chi colpisce. Considero costoro peggio di quelli che, in tema di
tasse esplicite, vorrebbero veder calare quelle che pagano loro invocando
un aumento di quelle che pagano gli altri.

Ai tanti inconsapevoli invece, credo farebbe bene ricordare Tafazzi, che
passava il tempo a percuotersi i testicoli. Per costoro vedere di buon
occhio l'inflazione è più o meno la stessa cosa.

martedì 20 maggio 2014

Scorie - La moneta "giusta"

"L'Euro ha aggravato una situazione già difficile in Italia, con una moneta
più giusta vendiamo di più, con una moneta più giusta gli italiani tornano
ad invadere il mondo con i propri prodotti. Una moneta unica che
rappresenta 20 paesi e senza una banca dietro impone dei prezzi sbagliati
ai nostri immobili ai nostri pesci, alla nostra agricoltura. Penalizza sia
le importazioni che le esportazioni. Una moneta più giusta renderà più
conveniente comprare italiano e se io compro italiano do lavoro in Italia.
Una moneta giusta ci farà  tornare a competere."
(M. Salvini)

Matteo Salvini da diversi mesi a questa parte ha fatto dell'uscita
dall'euro il cavallo di battaglia della Lega Nord. Purtroppo il dibattito
in Italia è condotto quasi esclusivamente da persone situate su posizioni
estreme e male/non argomentate.

Da una parte gli euroentusiasti, che ritengono risolvibili tutti i problemi
con "più Europa", per poi, alternativamente, non aggiungere altro, oppure
invocare un rafforzamento del super Stato europeo nel quale i creditori
dovrebbero più o meno felicemente "rimettere i debiti", oltre a favorire
politiche "per-la-crescita-e-l'occupazione", ovverosia mantra tipicamente
socialisti.

Nessuno degli euroentusiasti pare tenere in considerazione che i creditori
ben difficilmente sarebbero felici di "rimettere i debiti" e, se proprio si
decidessero a farlo (almeno in parte), vorrebbero delle contropartite in
termini di (ancora) maggiore potere decisionale.

Al tempo stesso, controbattono agli euroscettici che invocano il ritorno
alla lira disegnando scenari da fine del mondo, senza spesso fornire
dettagli; e non mi riferisco a quelli quantitativi (chi lo fa è
sostanzialmente un cialtrone, non essendo quantificabile ciò che non è
ancora accaduto), bensì a tutte le questioni relative alle controversie
contrattuali e agli effetti redistributivi del cambio di moneta.

Dall'altra parte ci sono gli euroscettici che ritengono risolvibili tutti i
problemi dell'Italia tornando alla lira. Anche in questo caso vengono date
per certe cose che non sono prevedibili neanche con approssimazione.
Salvini mi sembra un esempio perfetto dell'euroscettico che padroneggia
male la materia di cui si occupa.

A parte il fatto che finora all'Unione monetaria partecipano 18 Paesi
dell'Unione europea (ma indicarne 20, se vogliamo, può essere considerato
un peccato veniale o una licenza poetica), la banca dietro all'euro c'è (la
BCE), anche se magari non sempre si comporta come piacerebbe a coloro (e
sono tanti, non solo tra gli euroscettici) che ritengono risolvibili i
problemi economici aumentando la quantità di moneta.

Ciò detto, la moneta è un mezzo di scambio, per cui l'alterazione della
moneta di per sé non altera la quantità e la qualità dei beni e servizi in
un sistema economico. Semplicemente ne può alterare i prezzi relativi,
producendo un effetto redistributivo.

Quella che per Salvini sarebbe una "moneta giusta", ossia verosimilmente
più debole dell'euro, darebbe vantaggi a qualcuno e svantaggi ad altri.
Un'affermazione che mi pare testimoni la confusione sull'argomento è quella
secondo la quale l'euro "penalizza sia le importazioni che le
esportazioni". Per lo meno altri euroscettici si limitano a invocare un
euro più debole (o un ritorno alla lira) per favorire le esportazioni senza
che siano i prezzi dei fattori produttivi interni ad adeguarsi (al ribasso)
per rendere competitivi i beni italiani.

L'idea stessa del "comprare beni domestici", che per la verità è piuttosto
diffusa in giro per il mondo (ne è stato paladino, per esempio, l'idolo dei
cosiddetti progressisti, Obama), è la negazione dell'apertura dei sistemi
economici e del principio della divisione del lavoro, con buona pace di
quasi tre secoli di scienza economica.

Senza dilungarmi eccessivamente sull'argomento, credo che, al netto di
alcune prese di posizione prive di argomentazioni, chi vorrebbe un euro
debole o un ritorno alla lira ritiene che sia più semplice (e probabilmente
anche socialmente accettabile) lasciare che siano aggiustamenti nei cambi a
modificare i prezzi relativi in modo tale da rendere competitivi i beni e i
servizi prodotti da un sistema economico.

Una posizione comprensibile e considerata da molti "pragmatica", ma che, a
mio parere, è inconciliabile con un mercato autenticamente libero, perché
aggirare le rigidità dovute a distorsioni nella libera formazione dei
prezzi (quasi sempre causate da provvedimenti legislativi o regolamentari)
facendo oscillare il cambio non è dissimile dall'abbassare i prezzi reali
mediante inflazione.

In effetti la gran parte dei nostalgici della lira sostiene che servirebbe
(un po' di) inflazione per rendere più leggero il debito, e sapere che
vorrebbero una banca centrale "prestatore di ultima istanza degli Stati"
credo rappresenti la chiusura del cerchio.

Resta il fatto che la manipolazione della moneta non fa altro che
redistribuire la ricchezza, e spesso tale redistribuzione penalizza proprio
le persone che i fautori dell'espansione monetaria vorrebbero tutelare.
Sentendo parlare Salvini viene il dubbio che non tutti se ne rendano conto.

lunedì 19 maggio 2014

Scorie - Senti chi parla di grandi Stati

"In Europa non ci saranno più piccoli Stati… Questo è il momento di unire
l'Europa, non si separarla in parti differenti."
(J. C. Juncker)

Jean Claude Juncker, candidato per il PPE alla presidenza della Commissione
europea, si è espresso in questo modo durante una visita in Spagna. Era al
fianco del primo ministro spagnolo, il quale è ovviamente contrario
all'ipotesi di indipendenza della Catalogna.

Credo che Juncker avrebbe quanto meno fatto meglio a sorvolare
sull'argomento, dato che non viene dalla Cina o dall'Australia, bensì dal
Lussemburgo, ossia uno staterello più piccolo di una città di medie
dimensioni.

Con i suoi 507mila abitanti, il Lussemburgo è ben più piccolo della
Catalogna, eppure non mi pare che Juncker abbia mai proposto una annessione
alla Francia, o al Belgio, o alla Germania. Anzi, ha fatto il primo
ministro ininterrottamente dal 1995 al 2013, oltre a presiedere
l'Eurogruppo dal 2005 al 2013.

E non è che il Lussemburgo se la passi male, nonostante le ridottissime
dimensioni: si tratta di uno degli Stati membri dell'Unione europea con le
migliori condizioni di vita e finanza pubblica in ordine, nonostante una
fiscalità che a uno che paga le tasse in Italia sembra paradisiaca.

Più in generale, non credo vi sia alcun argomento convincente per stabilire
le dimensioni ottimali di una comunità, men che meno per stabilire che un
determinato territorio debba essere soggetto al monopolio dell'uso della
forza da un gruppo di persone che si autodefiniscono Stato.

Posto quindi che l'ideale sarebbe che le persone potessero interagire
liberamente senza vincoli statuali, mi sembra che la storia fornisca
diversi argomenti per ritenere che minori sono le dimensioni di uno Stato,
migliori (o meno peggiori) sono le condizioni di vita di chi ci abita.

Coloro che ritengono essenziale l'aumento dimensionale lo fanno motivati da
ragionamenti di tipo militare, non certo di tipo economico, men che meno
avendo come criterio guida il benessere delle persone. Che nessuno Stato
può procurare meglio di quanto ognuno possa fare interagendo liberamente e
volontariamente con gli altri.

venerdì 16 maggio 2014

Scorie - Inflazionisti miopi

"Se, per avventura, una banca centrale utilizzasse il famoso "elicottero"
di Milton Friedman e gettasse sul popolo grato pacchi di banconote per
mille miliardi di dollari e il popolo poi tenesse tutte quelle banconote
nel materasso, l'influenza sui prezzi sarebbe zero… dall'inizio della crisi
a oggi la moneta creata dalle banche centrali in America e nell'Eurozona è
aumentata di oltre il 60%, mentre i prezzi, in sei anni, sono aumentati
solo dell'11% circa. Il problema oggi è semmai quello del'inflazione troppo
bassa."
(F. Galimberti)

In uno dei consueti articoli in cui afferma che "il problema oggi è semmai
quello del'inflazione troppo bassa", Fabrizio Galimberti ricorre a un
argomento molto utilizzato dagli inflazionisti (soprattutto keynesiani):
nonostante le banche centrali abbiano posto in essere politiche monetarie
aggressivamente espansive, la crescita dei prezzi è stata limitata e oggi,
soprattutto nell'Area Euro, è perfino "troppo bassa".

Galimberti crede che chi denuncia i pericoli delle politiche monetarie
degli ultimi anni non faccia altro che ricorrere ingenuamente a una
versione meccanicistica della teoria quantitativa della moneta. E' noto,
d'altronde, che dare a chi la pensa diversamente dell'incompetente è un
modo piuttosto sbrigativo di chiudere una discussione senza dover
argomentare più di tanto le proprie affermazioni.

In realtà è piuttosto riduttivo e fuorviante – e questo la storia anche
recente lo ha ribadito ampiamente – limitarsi a prendere in considerazione
l'andamento di determinati indici di prezzi al consumo, dato che la moneta
non viene utilizzata solo per scambiare beni di consumo (men che meno solo
quelli inseriti in quegli indici e nelle proporzioni previste da quegli
indici), essendo mezzo generale di scambio per ogni sorta di bene e
servizio.

La crescita degli indici di prezzi al consumo che Galimberti considera
essere "troppo bassa" non era galoppante neppure negli anni precedenti la
crisi. Anzi, era tutto sommato in linea con gli obiettivi delle banche
centrali. Peccato, però, che le politiche monetarie, soffermandosi
sull'andamento di quegli indici, siano state sufficientemente espansive da
generare un forte aumento del credito/debito e dei prezzi di attività reali
e finanziarie.

E' vero che il credito a famiglie e imprese non finanziarie non sta
crescendo (in taluni Paesi sta diminuendo), essendo spesso ancora da
smaltire l'eccesso di debito accumulato negli anni precedenti la crisi. E'
altrettanto vero, però, che la moneta che non alimenta il credito a
famiglie e imprese non necessariamente rimane nel "materasso" delle riserve
detenute dalle banche commerciali presso le banche centrali; essa è stata
utilizzata per comprare attività finanziarie, prova ne sia che l'abbondanza
di liquidità ha portato gli indici azionari statunitensi e della Germania
(per fare un paio di esempi) sostanzialmente a raddoppiare le quotazioni da
inizio 2009 a oggi. E la stessa liquidità sta da diversi mesi beneficiando
anche i titoli di Stato dei Paesi più sgangherati dell'Area Euro (Italia
inclusa), provocando una forte riduzione dei rendimenti e del famoso (o
famigerato) spread rispetto ai titoli di Stato tedeschi.

Non sono questi effetti della "moneta creata dalle banche centrali"?
Bisogna aspettare che scoppi un'altra bolla per rendersene conto? O si
continuerà a non (voler) rendersene conto anche in quel caso?
Credo ahimè che sia buona la seconda.

giovedì 15 maggio 2014

Scorie - Lo Stato stratega

"Per favorire un processo di distruzione creativa, le imprese non vanno
lasciate sole nel gestire il salto verso l'avvenire: nuovi prodotti, anche
molto lontani dal DNA originario, nuove fasi del processo produttivo. La
scelta non è tra favorire gli amici o lasciar sempre decidere il mercato,
ma piuttosto identificare le funzioni in cui questo fallisce e i settori
che ne soffrono di più, per poi intervenire in maniera mirata. Il mercato
non è spesso all'altezza nel finanziare le attività innovative - più
rischiose e che maturano lentamente - e nel favorire la cooperazione tra
attori con logiche distinte. Solo in questi casi vale la pena mettere in
moto lo "Stato stratega", per riprendere la felice espressione di Philippe
Aghion. Questo dovrebbe focalizzarsi su formazione continua, ricerca e
finanziamento di piccole e medie imprese (che hanno bisogno di essere
capitalizzate) in pochi settori innovativi e dinamici. Una transizione
nella missione dello Stato che va accompagnata dal rinforzo di una vera
cultura della valutazione e del risultato."
(A. Goldstein)

Nelle parole che ho riportato, Andrea Goldstein fornisce un esempio quanto
mai chiaro di come ragiona uno statalista dei nostri giorni. Dato che lo
Stato imprenditore ha clamorosamente fallito e invocarne una rinnovata
funzione nella gestione diretta delle aziende suona anacronistico e un po'
veterocomunista, gli economisti "progressisti" adesso preferiscono
riservare allo Stato il ruolo di stratega. Ciò che, se possibile, è ancora
peggio.

Ovviamente per giustificare pseudo-scientificamente (altrimenti non ci si
potrebbe annoverare fra i "tecnici") lo "Stato stratega" è necessario
imputare al mercato qualche fallimento. In questo non c'è nulla di nuovo
rispetto agli ultimi 80 anni di mainstream in economia. Il fallimento
consisterebbe, secondo Goldstein, nel non riuscire a gestire correttamente
il processo di "distruzione creativa" di schumpeteriana memoria. Non tanto,
probabilmente, nella fase distruttrice, quanto in quella creativa. In
sostanza, il mercato "non è spesso all'altezza nel finanziare le attività
innovative - più rischiose e che maturano lentamente - e nel favorire la
cooperazione tra attori con logiche distinte".

In altri termini, lo stesso Stato che per decenni ha gestito o
sovvenzionato imprese per le quali il mercato avrebbe decretato il
fallimento (e anche all'epoca l'intervento pubblico era giustificato da
carenze e fallimenti del mercato), caricandone il conto sulle spalle dei
cosiddetti contribuenti, adesso dovrebbe dimostrare una lungimiranza ben
superiore a quella di milioni di soggetti privati nell'individuare "settori
innovativi e dinamici" che il mercato non è "all'altezza" di finanziare.

In ultima analisi, coloro che parlano di "fallimenti del mercato" non fanno
altro che ritenere fallimentare un esito diverso da quello che essi stessi,
soggettivamente, ritengono essere corretto o giusto. I comportamenti
volontari di milioni di individui devono pertanto essere "corretti" loro
malgrado, perché non allineati ai desiderata di chi governa e/o di chi
consiglia i governanti.

Il fatto è che se un'attività non trova finanziatori è evidente che chi
investe ritiene che i rischi non sarebbero adeguatamente remunerati.
L'intervento dello "Stato stratega" non consisterebbe in altro se non
nell'abbassare artificialmente il costo dei finanziamenti di quelle
attività, rendendole apparentemente redditizie, anche in questo caso
imponendo ai cosiddetti contribuenti di assumere rischi che da privati
investitori non assumerebbero, per di più a remunerazioni inferiori a
quelle di mercato.

Ne trarrebbero vantaggio i soggetti finanziati e i burocrati "strateghi";
vantaggi ben visibili. Meno visibili, anche perché più granularmente
spalmati, sarebbero i costi a carico dei cosiddetti contribuenti e di tutti
coloro che dovrebbero continuare a stare sul mercato con le proprie gambe
sopportando anche l'onere di finanziare indirettamente le attività
"innovative".

Se poi qualcuno avesse dei dubbi, oltre che sulla legittimità del ruolo
redistributivo dello Stato, anche sui probabili risultati (dubbi più che
legittimi, visti i precedenti storici), Goldstein indica la via da seguire:
il "rinforzo di una vera cultura della valutazione e del risultato".

Si suppone che ciò dovrebbe suonare rassicurante. Non nel mio caso.

mercoledì 14 maggio 2014

Scorie - Manca un articolo determinativo

"Chi ruba va fermato, ma non si fermano le opere. Non è accettabile che ci
sia chi oggi in una logica disfattista dica 'fermiamo Expo'. Di fronte al
malaffare non si fermano i lavori pubblici. Lo Stato è più grande e forte
dei ladri."
(M. Renzi)

Così ha detto il presidente del Consiglio, a Milano per "mettere la
faccia", come ama ripetere assomigliando sempre più a un disco rotto, sul
casino dell'Expo. Quelle di Renzi sono frasi di circostanza che ognuno dei
suoi predecessori avrebbe pronunciato, per cui non c'è tanto da commentare.

Personalmente resto convinto che invece di pensare a nuove leggi e
inasprimenti delle pene, con tanto di nomine di magistrati che si occupino
specificamente di determinate faccende, sarebbe ora di capire che la
corruzione regna sovrana laddove maggiore è la presenza di appalti pubblici
e ci sono montagne di denaro dei cosiddetti contribuenti che un numero
sempre più consistente di burocrati e politici a vario livello deve
gestire.

Ben vengano, ovviamente, le persone oneste, ma non è sperando nella
assoluta onestà degli individui o nella venuta degli angeli vendicatori a
giustiziare i colpevoli che si riduce la corruzione, bensì riducendo le
occasioni di corruzione. Cosa che in Italia nessuno ha ancora pensato di
fare.

Ciò detto, e senza dilungarmi oltre, ascoltando e leggendo le parole di
Renzi non ho potuto fare a meno di notare l'assenza di un articolo
determinativo che, a mio parere, darebbe il senso corretto all'ultima
frase: "Lo Stato è IL più grande e forte dei ladri".

martedì 13 maggio 2014

Scorie - Perché crescono le disuguaglianze nei redditi

"Una crescita economica ancora troppo debole sta aumentando le
ineguaglianze sociali."
(J. Yellen)

Questo ha detto Janet Yellen, presidente della Fed, durante un intervento
al Congresso degli Stati Uniti. Come è noto, la crescente disuguaglianza
nella distribuzione dei redditi viene da più parti imputata,
alternativamente, a un non meglio definito "neoliberismo" o a una crescita
economica debole. Yellen aderisce a questo secondo punto di vista.

E' strano che questi amanti (si potrebbe dire maniaci) dell'econometria,
che non accettano nessun ragionamento che non sia avvalorato dalle
correlazioni evidenziate da un'analisi di regressione delle serie storiche
di determinate variabili economiche (individuando spesso del tutto
impropriamente delle relazioni di causalità che le correlazioni di per sé
non autorizzerebbero a identificare come tali), non abbiano mai voluto
testare ciò che il buon senso e diversi studiosi (da Cantillon agli
economisti della scuola austriaca) suggeriscono essere una delle cause
principali della disuguaglianza nei redditi, ossia l'espansione monetaria.

Che tale analisi non sia condotta (o quanto meno pubblicizzata) da un
banchiere centrale è (dal suo punto di vista) comprensibile; meno
comprensibile, e certamente ingiustificabile, è l'ostracismo del mainstream
verso la spiegazione "austriaca". Eppure basterebbe ancora il buon senso a
scartare l'ipotesi del non meglio definito "neoliberismo", non fosse altro
per il fatto che i principali beneficiari dell'espansione monetaria, dopo
lo Stato, sono gli intermediari finanziari, che operano in un contesto
pesantemente regolato, ancorché sia passato il concetto di "deregulation"
come eliminazione di regole, che, al contrario, sono semplicemente state
modificate e ampliate nel corso degli ultimi decenni. Se c'è un settore in
cui la distanza dal libero mercato è massima, questo è proprio quello
finanziario, ancorché gran parte dell'opinione pubblica sia indotta da
politici e mezzi di informazione a essi compiacenti (e spesso da essi
finanziati con i soldi dei contribuenti) a identificare i mercati
finanziari con il libero mercato.

Quanto all'ipotesi che le ineguaglianze stiano aumentando per via della
crescita economica debole, suppongo che questa sia l'unica giustificazione
che un banchiere centrale possa addurre. Il problema è che se si indagano
le cause della crescita economica debole si arriva sempre allo stesso
punto: la crescita è debole, nonostante una politica monetaria
straordinariamente espansiva, perché non sono ancora stati corretti gli
squilibri accumulatisi prima della crisi, a loro volta causati in buona
parte dalle distorsioni indotte nei prezzi (a partire dai tassi di
interesse) proprio dalle politiche monetarie delle banche centrali.

D'altra parte, l'espansione monetaria beneficia qualcuno a danno degli
altri. I benefici spettano a coloro che per primi entrano in possesso della
moneta aggiuntiva; per costoro il potere d'acquisto aumenta. In misura
minore aumenta per coloro che vendono beni e servizi ai primi possessori
della moneta aggiuntiva. E così via, fino a quelli che non hanno alcun
beneficio, ma che subiscono l'aumento (peraltro mai uniforme) dei prezzi di
qualche bene o servizio che acquistano.

Un puro effetto redistributivo, spesso a danno dei titolari di redditi
fissi e di modesta entità. Non ci si deve poi meravigliare se le
disuguaglianze nella distribuzione dei redditi aumentano.

lunedì 12 maggio 2014

Scorie - Sen(za) Sen(so)

"L'Europa sta uscendo da una lunga recessione con una ripresa ancora debole
e senza aver risolto le sue vulnerabilità di fondo… In questo contesto
servono politiche capaci di riavviare l'economia… I governi devono trovare
più entrate per finanziare queste misure, non devono solo tagliare la
spesa, altrimenti si innescano solo spirali negative."
(A. Sen)

Amartya Sen, economista molto apprezzato da coloro che hanno snaturato il
termine "liberale", è recentemente intervenuto esprimendo un parere sulla
situazione economica del Vecchio continente. Non brillando certo per
originalità, Sen ha sostenuto che "servono politiche capaci di riavviare
l'economia".

E cosa dovrebbero fare, dunque, i governi per far ripartire l'economia? "I
governi devono trovare più entrate per finanziare queste misure, non devono
solo tagliare la spesa, altrimenti si innescano solo spirali negative",
secondo Sen.

Si tratta, in linea di massima, della classica ricetta keynesiana, che
molti in Italia vorrebbero veder trionfare in Europa. Mi sono occupato di
frequente di questo argomento, per cui non intendo dilungarmi sulla ricetta
keynesiana in sé.

Ciò che vorrei evidenziare, invece, è la perplessità che mi suscitano le
parole di Sen. Considerando i livelli medi di spesa pubblica in rapporto al
Pil e di pressione fiscale, oltre che valutando le politiche fiscali
adottate negli ultimi anni, crede Sen che in Europa si sia solo tagliato la
spesa pubblica e non si siano aumentate le tasse?

Qui i casi sono due: o questo signore ha parlato senza prima documentarsi
adeguatamente, oppure crede che la pressione fiscale possa aumentare ancora
senza che questo danneggi ulteriormente l'economia. Non so quale dei due
sarebbe peggio.

venerdì 9 maggio 2014

Scorie - Riforme e costi

"Renzi non presenti le riforme con l'argomento del contenimento dei costi,
le istituzioni si riformano per migliorarne la funzionalità non per
risparmiare. Le riforme non sono fatte per risparmiare ma per migliorare le
istituzioni."
(V. Onida)

Ai giornalisti piace tanto intervistare i costituzionalisti, che sono
ritenuti depositari del sapere su cui si fonda la vita di uno Stato. A mio
parere serve indubbiamente una buona conoscenza del funzionamento delle
istituzioni e della legislazione, ma se si devono riformare delle
istituzioni le persone meno indicate a cui chiedere un parere sono proprio
quelle che hanno rappresentato tali istituzioni e vi hanno lavorato
all'interno (più o meno) a lungo, perché tendono inevitabilmente a
preferire la conservazione dell'esistente, o modifiche puramente di
facciata, a maggior ragione se avanti con l'età.

Valerio Onida è un esempio perfetto di quello che ho appena sostenuto.
Nessuno nega che le riforme vadano fatte per "migliorare le
istituzioni" (anche se, a mio parere, in alcuni casi l'unico autentico
miglioramento consisterebbe nell'abolizione). Non si può neppure negare,
però, che una parte del miglioramento consista in una riduzione dei costi.

Posto che il concetto di "miglioramento" si presta a valutazioni soggettive
– per cui con ogni probabilità le riforme comporterebbero un aumento dei
costi se, per esempio, si chiedesse a chi rappresenta quelle medesime
istituzioni di suggerire le riforme da effettuare – io credo,
contrariamente a Onida, che il risparmio di costi debba essere un elemento
imprescindibile nel processo di riforma.

Altrimenti non cambierebbe nulla rispetto ai decenni che hanno portato allo
sfascio del bilancio pubblico; decenni nei quali i costi erano considerati
un aspetto secondario e si utilizzavano le tasse e il debito per far
quadrare la cassa. Decenni nei quali sono state istituite una pluralità di
authorities che non hanno dato risultati apprezzabili (se non per chi ne
faceva parte), mentre hanno caricato sui cosiddetti contribuenti costi
significativi.

Credo che se il taglio dei costi sarà un problema, lo sarà per la sua
insufficienza rispetto alle esigenze di riduzione della spesa pubblica che
ha l'Italia. D'altra parte, come ho già accennato, non mi stupisce che se
si chiede il parere a un signore che ha passato l'intera vita professionale
in posti pubblici quello dei costi per lui sia un aspetto secondario. Ciò
che per i contribuenti sono costi, per alcuni non lo sono e talvolta sono
addirittura redditi.

giovedì 8 maggio 2014

Scorie - Anche la "spinta gentile" comprime la libertà

"Le regole fiscali devono essere disegnate non solo per esigenze di gettito
o per trovare coperture finanziarie, ma soprattutto per creare un sistema
di incentivi che orienti gli operatori verso comportamenti virtuosi e che
tuteli la competitività del nostro Paese nel panorama internazionale. La
revisione della tassazione sulle rendite finanziarie può essere l'occasione
per riequilibrare la pressione fiscale complessiva, ma anche per disegnare
un sistema di incentivi che premi l'investimento di lungo periodo,
soprattutto di natura previdenziale, e favorisca la canalizzazione del
risparmio verso forme di investimento specializzate nel finanziamento delle
piccole e medie imprese."
(G. Vegas)

Giuseppe Vegas, presidente della Consob, sostiene che lo Stato dovrebbe
disegnare le regole fiscali "non solo per esigenze di gettito o per trovare
coperture finanziarie, ma soprattutto per creare un sistema di incentivi
che orienti gli operatori verso comportamenti virtuosi".

A suo parere uno di questi comportamenti consisterebbe nell'investimento di
"lungo periodo, soprattutto di natura previdenziale", meglio se in "forme
di investimento specializzate nel finanziamento delle piccole e medie
imprese". Verrebbe da dire che per Vegas l'ideale sarebbe l'incentivo a
investire in fondi pensione che finanzino, direttamente o tramite la
sottoscrizione di obbligazioni, le PMI.

A onor del vero già da tempo i fondi pensione sono soggetti a una
tassazione inferiore rispetto alle aliquote ordinarie sui redditi da
attività finanziarie, sia con riferimento ai risultati di gestione
conseguiti annualmente, sia al momento dell'erogazione delle prestazioni.
Al tempo stesso, uno potrebbe anche concordare con Vegas sull'opportunità
di canalizzare il risparmio (previdenziale o meno) verso il finanziamento
delle PMI in parziale sostituzione del credito bancario.

Quello suggerito da Vegas è un interventismo da "spinta gentile", ossia
caratterizzato da provvedimenti legislativi che non impongono (o vietano)
taluni comportamenti, ma li incentivano (o disincentivano). In termini
relativi un approccio del genere potrebbe anche essere considerato migliore
di quello fatto di obblighi e divieti, ma ci troviamo pur sempre di fronte
a una forma di paternalismo da parte dello Stato che, a mio parere, va
respinto da un punto di vista di principio.

Ogni intervento dello Stato, ogni forma di tassazione, crea distorsioni. Le
creerebbe anche una flat tax. Non può esistere una tassa neutrale, per il
semplice fatto che la disutilità derivante al singolo contribuente dalla
tassa non può essere misurata oggettivamente. Peraltro, anche se esistesse
una tassa neutrale, si tratterebbe pur sempre di una violazione del
principio di non aggressione alla proprietà privata o, detto in termini più
spicci, di un atto analogo al furto o all'estorsione.

A maggior ragione crea distorsioni una tassazione che miri a incentivare (o
disincentivare) determinati comportamenti. Ciò che da taluni è ritenuto
virtuoso, potrebbe non esserlo per altri. Tra l'altro, mi sembra appena il
caso di ricordare che probabilmente non è esistito al mondo nessun
dittatore che non ritenesse di volere rendere virtuose le persone
sottoposte al suo governo.

Per quanto il risparmio svolga una funzione fondamentale per i singoli
individui che risparmiano e per coloro che utilizzano le somme da costoro
risparmiate, credo che nessuno, men che meno lo Stato, debba sostituirsi
alle valutazioni degli individui stessi nello stabilire (o incentivare)
determinati comportamenti. Al tempo stesso, i singoli individui dovrebbero
essere pienamente responsabili e sopportare le conseguenze delle proprie
azioni.

Trovo profondamente ipocrita l'atteggiamento ampiamente diffuso di
considerare il popolo titolare di sovranità, ma i singoli individui
sostanzialmente incapaci di decidere cosa è bene per se stessi. Persone
ritenute capaci di intendere e di volere solo il giorno delle elezioni,
salvo poi dover essere guidati (e tosati) come un gregge di pecore.

La tassazione sui redditi di natura finanziaria non dovrebbe essere
modulata in base ai tipi di investimento: semplicemente dovrebbe essere
azzerata. Ogni forma di paternalismo da "spinta gentile", per quanto forse
meno peggio di quello "ruvido", resta pur sempre incompatibile con la
società libera.

mercoledì 7 maggio 2014

Scorie - La visione strategica sui (non) tagli

"Per fare tagli di spesa significativi e strutturali devi agire con una
visione strategica. Nella sanità, nei trasporti, puoi fare veri risparmi se
avvii trasformazioni che portano efficienze di scala. Non basta
concentrarsi a togliere un milione qui e uno lì. È un processo complesso."
(G. Delrio)

Il governo Renzi è partito con la foga di un centometrista (a parole,
peraltro), ma dopo poco più di due mesi pare già essere assalito da un
bradisismo non dissimile da quello che caratterizzò il precedente governo
Letta, soprattutto nella fase in cui l'attuale presidente del Consiglio
twittò "enricostaisereno" (preparandosi a dargli il benservito).

Al netto delle conferenze stampa torrenziali, con o senza slides, l'unica
certezza, finora, è l'aumento permanente della tassazione sui redditi da
attività finanziarie, mentre i famosi 80 euro al mese per i dipendenti che
percepiscono redditi compresi tra 8.000e 24.000 euro annui necessitano di
coperture ancora da individuare per essere estesi oltre il 2014.

Renzi esordì tacciando di eccessiva cautela il commissario alla spending
review Carlo Cottarelli, che riteneva realizzabili poco oltre tre miliardi
di tagli alla spesa nel 2014; secondo il presidente del Consiglio potevano
essere 7 miliardi. Alla fine saranno meno di 3, e buona parte demandati
agli enti territoriali, i quali, con ogni probabilità, si rifaranno
sfruttando tutte le leve in loro possesso per aumentare i tributi locali.

Adesso il sottosegretario Delrio annuncia che bisogna "agire con una
visione strategica", che "non basta concentrarsi a togliere un milione qui
e uno lì. È un processo complesso".

Nessuno dubita che sia un processo complesso, ma la spesa pubblica viene
analizzata (almeno così ci dicono) da diversi anni e dovrebbe essere ormai
abbastanza chiaro cosa sia necessario fare. E in effetti Giarda, Bondi e
ora Cottarelli hanno fornito ai governi degli ultimi anni rapporti
piuttosto dettagliati sui possibili risparmi.

Si tratta solo di decidere, e la mia impressione è che la "visione
strategica" debba in realtà essere interpretata con la visione delle sempre
più frequenti scadenze elettorali. Da questo punto di vista la differenza
tra Renzi e i suoi predecessori è solo nei mezzi usati per comunicare, non
nella sostanza del contenuto.

E il contenuto, per me, è abbastanza deprimente.

martedì 6 maggio 2014

Scorie - Stupro al liberalismo

"Forza Italia chiede misure concrete per combattere la disoccupazione e,
soprattutto, chiede investimenti pubblici che possano rilanciare l'economia
e, quindi, il lavoro."
(R. Polverini)

Vent'anni fa Silvio Berlusconi si presentò in una delle sue televisioni
raccontando agli italiani che avrebbe fondato un "partito liberale di
massa". Ancora oggi Berlusconi sostiene che Forza Italia sia un partito
liberale, pur essendo (almeno a me) impossibile ricordare un solo
provvedimento autenticamente liberale assunto durante le non brevi
esperienze di governo.

D'altra parte i liberali in Italia sono sempre stati pochi e male
organizzati, probabilmente anche per via del fatto che un individualista
mal si presta alla disciplina militare che richiede l'adesione a un
partito. E in effetti nel partito berlusconiano abbondavano e ancora
abbondano ex socialisti, ex democristiani e persino ex fascisti ed ex
comunisti. I pochi liberali non hanno mai avuto alcun ruolo di rilievo e
sono sempre stati una sparuta minoranza.

Si prenda l'esempio di Renata Polverini, una signora che è passata dal
ruolo di segretario sindacale (UGL) alla presidenza della Regione Lazio per
l'allora PDL e ora è tra i parlamentari di Forza Italia. Qualcuno forse
potrà pensarla diversamente, ma io ritengo che il sindacalismo e il
liberalismo siano del tutto incompatibili.

D'altronde basta leggere le parole che ho riportato per rendersi conto che
si tratta della tipica dichiarazione di un sindacalista (statalista).
Giusto ieri commentavo qualcosa di simile pronunciato da Susanna Camusso,
che per lo meno non si sogna neppure di militare in un partito che continua
ad autodefinirsi liberale (al limite finirà nell'ala sinistra del PD, come
diversi suoi predecessori).

Ora, io non so se quella di Polverini sia la linea ufficiale di Forza
Italia (non ho peraltro letto o sentito sconfessioni da parte dei suoi
colleghi di partito), ma so per certo che chiedere "investimenti pubblici
per rilanciare l'economia" è il tipico programma socialista, non liberale.

Il dramma è che per larga parte dell'opinione pubblica e dei mezzi di
informazione la proposta politica di Forza Italia è davvero considerata
liberale. Il che rende ancor più difficile la diffusione di idee
autenticamente liberali in questo Paese da sempre statalista.

lunedì 5 maggio 2014

Scorie - (solite) Sciocchezze sindacali

"Bisogna avere il coraggio di passare ad una stagione vera di investimenti
per il lavoro. Chiedere più lavoro vuol dire che le risorse devono essere
investite per questo obiettivo. Invece continuiamo a sentir parlare di
tagli e non di investimenti per creare occupazione."
(S. Camusso)

Così parlò Susanna Camusso, capo della Cgil, durante uno dei comizi
sindacali del 1° maggio. Ovviamente ognuno è libero di sostenere quello che
vuole e anche di continuare a credere ai proclami dei capi sindacali, per
quanto manifestamente anacronistici e antistorici.

E non mi stupisce che ad applaudire i discorsi di questi santoni del
sindacato (sempre uguali a se stessi, dalle parole ai toni di voce) ci
siano pensionati in gita finanziata dalla sigla di appartenenza (con i
soldi degli iscritti, ma sembra gratis perché non viene chiesto il
pagamento del biglietto ai singoli partecipanti). Qualche perplessità,
invece, ce l'ho nel vedere anche facce giovani, peraltro sempre meno
numerose, perché coloro che hanno 20-30 anni credo abbiano diversi motivi
per considerare i sindacati tra i principali responsabili della loro
difficoltà nel trovare lavoro.

Sentire nel 2014 che lo Stato deve fare "investimenti per creare
occupazione" è piuttosto sconfortante. La stagione di questi "investimenti"
in Italia c'è stata e ha prodotto, come era inevitabile che fosse, per lo
più posti di lavoro parassitari.

Lo Stato non crea lavoro se non redistribuendo la ricchezza; in altri
termini, lo Stato può creare stipendi, ma non lavoro produttivo. Quello è
la conseguenza degli investimenti delle imprese, le quali producono allo
scopo di soddisfare la domanda dei consumatori e, così facendo, realizzare
profitti.

Camusso dice che "continuiamo a sentir parlare di tagli". Sono d'accordo
con lei, anche se per motivi opposti ai suoi. Purtroppo continuiamo a
sentire parlare di tagli, ma di tagli veri non se ne vedono granché. Eppure
solo con una vera riduzione di spesa può diminuire la pressione fiscale su
coloro che creano lavoro produttivo, non parassitario.

venerdì 2 maggio 2014

Scorie - Solito mantra del "ci vuole una legge"

"E' stato calendarizzato per la prossima settimana nella commissione
Giustizia di Montecitorio l'esame del provvedimento sull'introduzione del
reato di tortura. Speriamo che l'esame vada avanti e che si concluda al più
presto perché quel testo serve alla democrazia."
(L. Boldrini)

Una delle costanti della mentalità statalista che ammorba l'Italia consiste
nella richiesta di una nuova legge per ogni fatto di cronaca che tocchi più
o meno intensamente la sensibilità dell'opinione pubblica. "Ci vuole una
legge che…" è la reazione tipica, ahimè non solo da parte dei legislatori,
bensì anche di molti cittadini, che evidentemente non si rendono conto che
tutto manca in questo Paese tranne una quantità infinita di leggi.

Basterebbe a costoro un minimo di riflessione per realizzare che la
crescita esponenziale delle leggi non ha risolto nessun problema e che un
numero molto limitato di norme sarebbe più che sufficiente a regolare i
rapporti tra i cittadini.

Questa volta Laura Boldrini (una che probabilmente vorrebbe una legge anche
per imporre alla gente di non chiamarla "presidentessa" o "il presidente")
ha dato l'annuncio della calendarizzazione dell'esame del provvedimento
sull'introduzione del reato di tortura, e lo ha fatto dopo aver incontrato
la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto dopo essere stato
malmenato da agenti di polizia durante un controllo il 25 settembre 2005.
L'incontro, a sua volta, segue la diffusa indignazione per gli applausi
dedicati agli agenti condannati per la morte di Aldrovandi (e oggi
reintegrati nella polizia) da altri poliziotti durante un congresso
sindacale.

Ora, indubbiamente è legittima l'indignazione, ma che questo episodio debba
scatenare le pulsioni legislative della signora Boldrini (e colleghi) per
introdurre il reato di tortura a me pare fuori luogo.

Uno può anche ritenere che la pena inflitta alle persone ritenute
responsabili della morte del ragazzo sia stata troppo mite e inadeguata (3
anni e 6 mesi di reclusione, di cui 3 coperti da indulto). Ma se è stata
mite e inadeguata non credo che ciò sia dovuto a una carenza del codice
penale, ma alle valutazioni effettuate dai magistrati che hanno condotto il
processo (la pena massima per l'omicidio colposo è peraltro pari a 5 anni.
Per una pena superiore sarebbe necessario dimostrare la volontarietà o la
preterintenzionalità).

Ma non c'è nulla da fare: non c'è episodio, soprattutto se suscita
indignazione, che non sia sfruttato per invocare e proporre nuove leggi,
ovviamente perché "serve alla democrazia". Ma quale democrazia…