mercoledì 30 aprile 2014

Scorie - Solita retorica antievasione

"L'evasione è un problema diffuso, culturale prima che economico…
l'evasione è sempre violazione di norme e ripudio dei doveri civili e, come
tale, riprovevole in termini che sono qualitativi e non quantitativi. Dato
che è un problema culturale, la via maestra per combattere in modo efficace
l'evasione… passa per un cambiamento di mentalità: il che significa,
innanzitutto, modificare la percezione dello Stato e della spesa pubblica
presso i cittadini."
(A. Carinci)

Andrea Carinci è professore straordinario di diritto tributario
all'Università di Bologna. Ho tratto queste parole da un articolo denso di
quella retorica statalista a cui fanno ricorso quasi tutti coloro che si
occupano di materie tributarie nelle università italiane. Posso capire la
posizione dell'autore: il suo stipendio in ultima analisi dipende dal
gettito fiscale che il datore di lavoro riesce a raccogliere con le buone o
con le cattive dai cosiddetti contribuenti.

Ciò nondimeno, quella retorica non mi pare affatto convincente se si toglie
il velo di sacralità impropriamente conferito dai Carinci di questo mondo
alla fonte giuridica che serve da base di appoggio per i ragionamenti degli
statolatri in servizio permanente: la costituzione della Repubblica
italiana.

Secondo Carinci, la lotta all'evasione fiscale non dovrebbe essere
considerata una faccenda di mero recupero di gettito per le sempre esangui
casse dello Stato, bensì una battaglia per cambiare la mentalità degli
italiani, "il che significa, innanzitutto, modificare la percezione dello
Stato e della spesa pubblica presso i cittadini".

Anche io credo che andrebbe modificata la percezione dello Stato e della
spesa pubblica presso i cittadini, ma in direzione opposta a quella
auspicata da Carinci. La lunga storia statalista ha indotto una moltitudine
di persone a vedere nello Stato la fonte delle soluzioni a tutti i
problemi, a ritenere che debbano sempre essere gli altri a farsi carico di
tali problemi. Lo Stato è una mammella a cui allattarsi, litigando con
coloro che si ritiene che ingiustamente stiano succhiando più latte di se
stessi.

In altri termini, è ancora oggi illuminante e calzante la definizione che
dello Stato diede Bastiat: "la grande illusione attraverso la quale tutti
cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri". E se questo è lo Stato,
la costituzione non mi pare altro se non il totem al quale molti ricorrono
per giustificare le loro pretese e gli obblighi che vorrebbero assegnare
agli altri.

Tutta la retorica della lotta all'evasione resta come il re nudo se si
constata che la costituzione non è stata dettata dall'alto da una qualche
divinità, bensì è stata scritta da esseri umani in un preciso momento
storico e rappresenta il compromesso tra i punti di vista di quelle persone
in quel preciso momento storico. Non ha nulla di sacro e di intoccabile.

Non è sacro, né intoccabile l'articolo 2 (a cui fa riferimento Carinci per
sostenere il dovere della solidarietà), non lo è l'articolo 53 (che
sancisce il principio della progressività nell'imposizione fiscale), né lo
sono tutti gli altri articoli di quella che in molti, senza alcun senso del
ridicolo, si ostinano a definire "la costituzione più bella del mondo".

Non serve la costituzione per porsi in relazione civilmente con gli altri,
e sarebbe ridicolo affermare il contrario, non fosse altro per il fatto che
la società è preesistente di migliaia di anni. La costituzione, lo ripeto,
non è altro che un testo legislativo intriso di positivismo giuridico che
non ha codificato le norme a cui gli individui già si attenevano per porsi
in relazione gli uni con gli altri, bensì ha imposto a tutti (posteri
inclusi) gli orientamenti politici di coloro i quali hanno preso parte alla
sua stesura.

La costituzione e i suoi difensori non ammettono che uno o più individui
non vogliano avere nulla a che fare con lo Stato, non vogliano i servizi il
cui finanziamento lo Stato impone loro di sostenere mediante il fisco,
vogliano, invece, scegliere con chi avere relazioni nel rispetto reciproco
del diritto di proprietà di ognuno.

La costituzione e i principi costituzionali tanto cari a Carinci non fanno
altro che codificare la schiavitù di un gruppo di persone, i pagatori di
tasse, a vantaggio di un altro gruppo di persone, i consumatori di tasse.
Non esiste, infatti autentica solidarietà se questa viene imposta per
legge. Cosa ci sia di civile in tutto questo, francamente mi sfugge.

martedì 29 aprile 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (30)

"La politica monetaria in realtà non è una materia tecnica, immune da
condizionamenti politici: un'inflazione moderata può essere benefica per
l'occupazione specialmente quando un Paese sta cercando di smaltire un
forte indebitamento, ma è venefica per lo 0.1% più ricco degli americani; e
questo fatto finisce per influire in misura rilevante per la discussione…
un gruppo, tanto ristretto quanto influente, che con le politiche di
repressione finanziaria finisce per rimetterci."
(P. Krugman)

Non è una novità che per i keynesiani (e non solo, a dire il vero) le
politiche monetarie inflattive siano un rimedio utile a contrastare la
disoccupazione e a smaltire una sbornia da eccesso di debito. Ovviamente
non si curano del fatto che quella sbornia è stata propiziata proprio da
politiche monetarie inflattive e che dare alcool a un ubriaco non è il modo
migliore per riportarlo alla sobrietà.

Il trade-off tra inflazione e disoccupazione è un must del pensiero
keynesiano sul quale è ancora oggi basata l'azione delle banche centrali, a
partire dalla Fed statunitense. Non intendo in questa sede soffermarmi,
come ho fatto altre volte, sull'idea di risolvere la rigidità al ribasso
dei salari nominali agendo con l'inflazione per ridurre i salari reali, ciò
che, in ultima analisi, è l'essenza della cura keynesiana per la
disoccupazione.

Vorrei invece commentare la posizione di Krugman (tipicamente keynesiana)
circa l'uso dell'inflazione per svalutare i debiti in termini reali,
alleviando gli oneri per i debitori e a danno dei creditori. In sostanza,
nulla più che una redistribuzione dei redditi, ma attuata non per via
fiscale, bensì in modo surrettizio.

Krugman sostiene che la svalutazione del debito mediante inflazione sarebbe
"venefica per lo 0.1% più ricco degli americani"; suppongo si debba dedurre
che il restante 99.9% non avrebbe alcun danno o, se oberato da debiti,
trarrebbe giovamento dall'inflazione. Nel fare questa affermazione Krugman
evidentemente ricorre a una idea della composizione della società che era
già antiquata a fine Ottocento.

La repressione finanziaria, ossia la manipolazione dei tassi di interesse e
della quantità di moneta dirette a mantenere i rendimenti reali in
territorio negativo, non danneggia lo 0.1% della popolazione, quanto meno
non danneggia solo quello 0.1%. La maggior parte dei grandi proprietari di
beni mobili e immobili ha spesso finanziato l'acquisizione di quelle
proprietà mediante debito. Costoro traggono con ogni probabilità un
beneficio netto dall'inflazione, dato che essa tende a ridurre il peso del
debito e a gonfiare i prezzi degli asset finanziati con quel debito.

Per contro tutti coloro che percepiscono redditi fissi e accantonano
risparmi in strumenti a reddito fisso subiscono effetti negativi dalla
repressione finanziaria. Un problema particolarmente preoccupante, in
prospettiva, soprattutto per quanto riguarda i fondi pensione, che in
questi anni stanno ottenendo spesso rendimenti reali negativi nei Paesi in
cui i rendimenti obbligazionari sono negativi in termini reali. Per Krugman
pare che questo non sia un problema, ma riguarda indubbiamente ben oltre lo
0.1% della popolazione americana (e non solo).

Concordo con Krugman quando afferma che, "la politica monetaria in realtà
non è una materia tecnica, immune da condizionamenti politici"; in ultima
analisi la tecnica serve solo come copertura pseudo-scientifica per la
politica. Non credo, però, che questo autorizzi a falsare i numeri su chi
trae benefici o danni dall'inflazione, come mi pare evidente faccia Krugman
sostenendo che essa danneggerebbe solo lo 0.1% della popolazione. Anche
questa mi sembra politica, più che economia.

lunedì 28 aprile 2014

Scorie - Meglio non dare più discrezionalità alle banche centrali

"La discrezionalità delle banche centrali va ribadita, valorizzata,
sancita. Può evitarsi che essa scada nell'arbitrio. E' sindacabile ex post,
dal Parlamento in primo luogo."
(P. Ciocca)

Pierluigi Ciocca, attualmente docente universitario dopo una lunga carriera
in Banca d'Italia dove è stato anche vice direttore generale, auspica una
revisione abbastanza profonda nelle regole che disciplinano l'attività
delle banche centrali, soprattutto nell'Area Euro. A mio parere si tratta
di proposte che finirebbero per complicare i problemi che nelle intenzioni
del proponente dovrebbero risolvere.

Già l'incipit, in cui sostiene che debba essere "ribadita, valorizzata,
sancita" la discrezionalità delle banche centrali, mi sembra preoccupante.
Capisco che chi ha lavorato a lungo proprio in una banca centrale abbia la
mentalità tipica di chi ritiene di poter guidare l'economia come se fosse
un autobus, e che per farlo l'ideale sia avere la maggior discrezionalità
possibile. Il problema è che non esistono uomini onniscienti (e la
performance ormai ultrasecolare delle banche centrali dovrebbe averne dato
ampiamente prova), per cui evitare che la discrezionalità "scada
nell'arbitrio" a me pare francamente illusorio. A maggior ragione se il
controllo avvenisse solo ex post e da parte del Parlamento, dal quale
notoriamente verrebbero sollecitazioni a una politica monetaria tutt'altro
che rigorosa (per usare un eufemismo).

Ciò detto, ecco le tre ipotesi di riscrittura del mandato delle banche
centrali prospettate da Ciocca.

1) In politica monetaria, la legge sulla Fed offre l'indicazione di una
pluralità di obiettivi tra cui la banca centrale è chiamata a scegliere o
mediare nei casi di contrasto… Questa formulazione potrebbe utilmente
estendersi alle altre banche centrali.

La Fed, come è noto, deve perseguire la stabilità dei prezzi, favorire
l'occupazione e la moderazione dei tassi a lungo termine. Si tratta di
un'impostazione tipicamente keynesiana, che ritiene che l'occupazione
aumenti con un po' di inflazione e ritiene che bassi tassi di interesse
siano una condizione ideale per la crescita economica. Personalmente credo
che la manipolazione dei tassi di interesse e della moneta siano già
eccessivi laddove l'obiettivo (dichiarato) sia solo quello di allineare
l'aumento dei prezzi al consumo (più precisamente: di un indice di prezzi
al consumo) entro un determinato livello. Attribuire altri obiettivi non fa
che aumentare le manipolazioni, a tutto detrimento del funzionamento del
mercato, con l'esasperazione dei cicli economici. La storia anche recente
della Fed dovrebbe aver insegnato qualcosa.

2) In circostanze eccezionali – tipo Lehman Brothers – la banca centrale
deve poter rifinanziare qualsivoglia operatore, anche insolvente. Deve
farlo, se sulla base della sua esperienza di supervisione ritiene che sia a
repentaglio la stabilità dell'intero sistema finanziario.

Già oggi, anche dopo Lehman, il fenomeno del "too big to fail" è vivo e
vegeto. Anzi, parrebbe essere uscito rafforzato da quell'episodio. Questo
significa che l'azzardo morale è aumentato. Fornire una formale conferma
che la banca centrale terrebbe a galla ogni banca in dissesto se fosse "a
repentaglio la stabilità dell'intero sistema finanziario" non farebbe altro
che favorire ulteriori assunzioni di rischio e un nuovo aumento della leva
da parte delle banche, a maggior ragione se "sistemiche". Considerando poi
che il sistema bancario internazionale è un intricatissimo intreccio, il
fallimento di una banca rischia quasi sempre di avere conseguenze
sistemiche. Se si toglie anche la mera possibilità di fallire, contenere
l'azzardo morale diventa impossibile. Non ci sono regole sui coefficienti
patrimoniali che tengano.

3) Nel finanziamento monetario dello Stato. Proibito al Sistema europeo
delle banche centrali e ad altre banche centrali, dovrebbe invece rientrare
tra le loro facoltà. Andrebbero rispettate due precise condizioni: che il
bilancio pubblico sia in equilibrio strutturale e che, nonostante ciò, lo
Stato non riesca a collocare titoli nel mercato nemmeno a tassi di
interesse molto elevati.

Ciocca pare dimenticare, ma non credo possa essere questo il caso, che
della monetizzazione del debito le banche centrali hanno spesso abusato,
non solo quando erano formalmente dipendenti dal governo. Mi si dirà che
adesso le banche centrali sono indipendenti; peccato che i vertici siano di
nomina politica e che i nominati si troverebbero a dover decidere se
monetizzare o meno i debiti emessi da chi effettua le nomine.

Ciocca introdurrebbe però condizioni ben precise per procedere alla
monetizzazione: 1) che il bilancio pubblico sia in equilibrio strutturale e
2) che lo Stato non riesca a collocare titoli nemmeno a tassi di interesse
molto elevati. Si tratta di due condizioni talmente arbitrarie che
renderebbero di fatto monetizzabile qualsiasi debito. Quello di equilibrio
strutturale è un concetto che fa riferimento al saldo di bilancio corretto
per il ciclo, ossia tenendo conto del concetto (tanto caro ai keynesiani)
di output gap, vale a dire della differenza tra la crescita effettiva del
Pil e quella potenziale. Ecco: la stima della crescita potenziale contiene
necessariamente elementi di arbitrarietà. Ma questo è solo il primo dei
problemi.

L'altro consiste nel definire quando i tassi di interesse siano "molto
elevati". Anche in questo caso si tratta di una definizione necessariamente
arbitraria. Tra l'altro l'ipotesi di monetizzazione rimuoverebbe di fatto
ogni possibile incentivo a un governo per contenere il deficit. Anche in
questo caso l'azzardo morale sarebbe incentivato, rendendo di fatto
impossibile il default (nominale) di uno Stato.

Tutto ciò detto, mi rendo conto che la via illusoria della monetizzazione
dei debiti sia attraente, in quanto apparentemente indolore (certamente
tale è per i debitori). Le controindicazioni mi sembrano, però, evidenti,
soprattutto se si vuole guardare oltre i debitori e oltre il breve periodo.
Due concetti poco cari ai keynesiani.

giovedì 24 aprile 2014

Scorie - Tetti indecenti

"Le remunerazioni dei dirigenti di banca sono cresciute in proporzioni
assolutamente indecenti. Bisogna che se ne parli con la piazza finanziaria,
non possiamo avere un sistema bancario inefficace e remunerazioni che
s'impennano ai livelli sproporzionati che abbiamo davanti agli occhi."
(A. Montebourg)

Così si è espresso Arnaud Montebourg, ministro dell'Economia francese,
convocando poi i top manager delle principali banche transalpine, non è
chiaro se per esercitare moral suasion o usare minacce più esplicite.

Non credo che il governo dovrebbe occuparsi delle retribuzioni di persone
che lavorano per società che hanno azionisti privati in base a contratti
liberamente stipulati tra le parti. Ognuno può ovviamente ritenere
indecente quello che vuole, ma penso sarebbe bene evitare di usare la
legislazione per calmierare quello che si ritiene indecente e che, però, è
stato liberamente contrattato tra due soggetti.

Nel caso degli stipendi dei manager bancari, tra l'altro, gli strali
governativi appaiono ancor più fuori luogo, considerando che certe somme
possono essere pagate in gran parte per via dei privilegi che la
legislazione sui sistemi monetari e bancari conferisce alle aziende
bancarie. Legislazione alla quale concorrono, nel caso specifico, tutti i
governi dell'Unione europea, incluso quello francese (che, sia detto per
inciso, ha un'influenza ben superiore a quello, per esempio, di Cipro).

Se le banche non godessero di garanzie più o meno esplicite contro il
fallimento e, soprattutto, se fosse eliminato il sistema della riserva
frazionaria, i grandi benefici in termini di remunerazione che sono
spettati ai manager bancari verrebbero con ogni probabilità ridimensionati
notevolmente dal mercato.

In ultima analisi, sono i Montebourg di questo mondo che creano i
presupposti affinché certi stipendi raggiungano livelli che loro stessi poi
definiscono indecenti. Ma non è minacciando tetti per legge che si risolve
il problema. Così si aggiungerebbe solo distorsione a distorsione.


mercoledì 23 aprile 2014

Scorie - Liberalizzazioni gattopardesche

"Parlare di necessità di liberalizzare le professioni significa utilizzare
un luogo comune, smentito dai numeri: gli Ordini sono 27, gli iscritti 2,3
milioni. Cifre che non hanno confronto in Europa. Non è vero che sfuggiamo
al cambiamento, anzi. Ma occorre prendere le mosse dal mercato
professionale nelle sue reali dimensioni."
(M. Calderone)

Marina Calderone è Presidente del Consiglio nazionale dei Consulenti del
lavoro e del Coordinamento degli Ordini. A suo parere chi vorrebbe una
liberalizzazione delle professioni utilizza un luogo comune smentito dai
numeri.

Dato che gli ordini sono 27 e gli iscritti ben 2,3 milioni, secondo
Calderone non esiste alcun problema. Per mettere una pietra tombale sulla
discussione, poi, aggiunge che si tratta di "cifre che non hanno confronto
in Europa". A me questo francamente sembra un autogol: quelle cifre non
hanno paragone in Europa semplicemente perché nessun altro sistema europeo
è basato su un corporativismo pervasivo quanto quello italiano. Una delle
eredità del Ventennio che i tanti antifascisti militanti a tempo pieno si
sono ben guardati dal rimuovere.

Calderone rassicura, però, che i suoi associati non vogliono sfuggire al
cambiamento, anzi. Ben venga il cambiamento, purché prenda "le mosse dal
mercato professionale nelle sue reali dimensioni". Una formula che può
voler significare tutto e il suo contrario, ma che sospetto debba essere
interpretata come:"lasciate che siamo noi a stabilire cosa deve essere
cambiato". Un modo sicuro per ottenere cambiamenti gattopardeschi.

Ora, se queste persone fossero realmente aperti all'idea di cambiamento,
non dovrebbero avere alcun timore nel trasformare l'iscrizione a un ordine
da condizione necessaria per poter svolgere una determinata attività a una
semplice scelta individuale da parte del professionista. Se veramente
essere iscritti a un ordine costituisse una sorta di certificazione di
qualità, i clienti sceglierebbero autonomamente di rivolgersi a
professionisti iscritti a un determinato ordine.

Il fatto, però, che ci sia questa resistenza alla liberalizzazione a me
pare sintomo piuttosto evidente del voler tenere delle barriere
all'entrata. Sentire poi, come spesso capita, che lo si fa per il bene dei
clienti (supposti incapaci di riconoscere le qualità di un professionista
in un contesto liberalizzato), dimostra, a mio parere, una corposa dose di
ipocrisia da parte dei nemici delle liberalizzazioni.

Molti dei quali, incuranti di essere ridicoli, si autoprioclamano liberali.
Del resto si sa: l'Italia è piena di liberali a parole.

martedì 22 aprile 2014

Scorie - Soluzioni che aggravano i problemi (bis)

"Tutti i moderati italiani possono riconoscersi nella ricetta europea
concreta e coerente di Forza Italia lanciata da Silvio Berlusconi: una UE
politicamente forte, non debole come nella crisi ucraina, con una politica
economica rifondata e rinnovata, la possibilità di sforare il tetto del 3
per cento e i vincoli del Fiscal Compact, e una Banca centrale che diventi
un potente strumento di crescita in quanto prestatrice di ultima istanza
capace di emettere eurobond."
(A. M. Bernini)

Anna Maria Bernini, vice presidente vicario di Forza Italia a palazzo
Madama, si è subito impegnata a diffondere il messaggio di Berlusconi in
vista delle elezioni europee.

Non ci sono grandi elementi di novità rispetto agli ultimi mesi, ma
confesso che l'emissione di Eurobond da parte della BCE non l'avevo ancora
sentita. Già Tremonti, tra gli altri, aveva auspicato l'istituzione degli
Eurobond come via per mutualizzare una parte del debito pubblico italiano
(facendolo in sostanza pagare anche ad altri), ma le diverse varianti di
Eurobond fin qui proposte prevedevano l'emissione da parte di una sorta di
ministero dell'Economia o agenzia del debito a livello europeo.

Sarà stato forse per semplificare le cose, ma adesso Berlusconi parla di
far emettere titoli di debito direttamente alla BCE. Il problema è che
emettendo obbligazioni, la BCE ritirerebbe liquidità dal mercato, a meno
che poi non consentisse alle banche acquirenti di utilizzare quegli stessi
titoli come collaterale per ottenere finanziamenti dalla BCE stessa. Per di
più il denaro riveniente dal collocamento sarebbe nelle disponibilità della
BCE (che avrebbe acceso una passività a lungo termine a fronte della
riduzione per lo stesso importo di una passività a vista), non dei governi
europei.

Quindi si dovrebbe poi imporre alla BCE di finanziare i governi, ma allora
tanto varrebbe utilizzare la soluzione "standard" dell'emissione di titoli
da parte di un'agenzia del debito europea, oppure imporre alla BCE di
monetizzare tutti i debiti pubblici senza se e senza ma, evitando
specchietti per le allodole di obbligazioni che non saranno mai realmente
rimborsate.

Nel delirio stampatore che vede nell'aumento della quantità di moneta fiat
la soluzione a gran parte dei mali europei (l'altra soluzione sarebbe far
aumentare il deficit oltre il 3 per cento, non si sa fino a che limite) non
credo ci si debba più meravigliare di niente, ma ho la sensazione che
spesso chi parla di queste tematiche abbia una conoscenza degli aspetti
tecnici meno che approssimativa.

In ogni caso le presunte soluzioni sono già state sperimentate nel corso
della storia, e non hanno fatto altro che rivelarsi per quello che sono:
illusioni di creazione di ricchezza reale dal nulla che nascondono
null'altro che redistribuzione e sono destinate a dar luogo a crisi
peggiori di quella che si intenderebbe risolvere.

venerdì 18 aprile 2014

Scorie - Soluzioni che aggravano i problemi

"Una norma da eliminare è sicuramente quella contenuta nella riforma
Fornero che innalza l'età pensionistica a 67 anni: una delle conseguenze è
il blocco del turnover e dell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro… è
questa una delle principali cause dell'anomalo aumento della
disoccupazione, soprattutto giovanile. Su questo punto bisogna intervenire
piuttosto che inseguire inesistenti rigidità del mercato del lavoro."
(C. Damiano)

Cesare Damiano, già ministro del Lavoro nel secondo governo Prodi e
attualmente presidente della commissione Lavoro della Camera dei deputati,
ritiene che l'aumento della disoccupazione sia contrastabile abbassando
l'età pensionistica (anche se lui parla di flessibilità). Al tempo stesso,
ritiene "inesistenti" le rigidità del mercato del lavoro.

Sul secondo punto l'opinione di Damiano si scontra con quella della quasi
totalità dei datori di lavoro; io credo che sarebbe irrealistico (e anche
ridicolo) considerare tutti costoro degli spietati aguzzini che vogliono
precarizzare le condizioni dei loro collaboratori. Resta il fatto che il
dualismo che si è venuto sviluppando nel mercato del lavoro tra dipendenti
a tempo indeterminato difficilmente licenziabili e dipendenti a tempo
determinato con contratti sempre più corti e discontinui con ogni
probabilità non ci sarebbe se licenziare i primi fosse meno complicato.

Quanto all'età pensionabile, sarebbe illusorio credere di risolvere il
problema della disoccupazione giovanile riprendendo a mandare in pensione
le persone a 60 anni o anche meno. Se il sistema pensionistico fosse a
capitalizzazione e non a ripartizione, sarebbe non solo possibile, ma
perfino auspicabile consentire a ogni individuo di scegliere quando andare
in pensione.

Purtroppo, però, il sistema pensionistico italiano (come tanti altri
sistemi pubblici) è a ripartizione e anche se si sta (lentamente!) passando
da un sistema retributivo a uno contributivo, le pensioni attuali possono
essere pagate solo dai contributi versati da chi lavora.

Aumentare il numero di pensionati con un'aspettativa di vita pari o
superiore a 20 anni non sarebbe l'ideale per un sistema già in precario
(dis)equilibrio. Dato, però, che i nodi verranno al pettine dopo la
prossima scadenza elettorale, ai Damiano di questo mondo è facile
raccogliere consenso spacciando per soluzioni provvedimenti che
aggraverebbero solo i problemi.

giovedì 17 aprile 2014

Scorie - Ma quale credibilità? E' solo abbondanza di liquidità

"E i tassi di interesse stanno scendendo grazie alla credibilità del nuovo
esecutivo. Parallelamente, il tasso di crescita sta salendo grazie alle
nostre politiche. Questa è la variabile cruciale da considerare. Certo,
abbiamo un debito enorme. E' stato così per decenni. Ma scenderà molto
presto."
(P. C. Padoan)

Così ha detto il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. Come sempre, un
tecnocrate che diventa ministro e prova di scimmiottare i politici fa una
figura ridicola, almeno a mio parere. La tendenza ad attribuire a se stessi
i meriti delle cose positive e addebitare agli altri le responsabilità
delle cose negative è piuttosto diffusa tra gli esseri umani, ma è
particolarmente sviluppata in chi svolge attività politica a livello più o
meno professionale.

Secondo Padoan "i tassi di interesse stanno scendendo grazie alla
credibilità del nuovo esecutivo". Peccato che stessero già scendendo prima
che si insediasse il governo Renzi e, soprattutto, che la diminuzione dei
rendimenti dei BTP (prendiamo quelli di scadenza decennale come
riferimento) sia allineata a quella occorsa nello stesso periodo (vale a
dire dal 22 febbraio scorso) sui titoli spagnoli, ossia circa 50 punti
base, e inferiore alla diminuzione dei titoli portoghesi (118 punti base) e
perfino greci (140 punti base).

Non mi meraviglierei se dal governo qualcuno (con grande sprezzo del
ridicolo) parlasse di "effetto Renzi" esportato negli altri Paesi citati,
ma a me pare molto più verosimile che il calo dei rendimenti su tutti i
titoli dei Paesi cosiddetti periferici dell'Area Euro sia avvenuto per lo
più a causa della grande abbondanza di liquidità, senza che ciò sia
minimamente attribuibile all'operato dei governi in carica e, per di più,
senza che i fondamentali economici di quei Paesi abbiano dato segni di
miglioramento significativo, anche prospettico.

Però Padoan dice che "il tasso di crescita sta salendo grazie alle nostre
politiche". Come faccia a sostenerlo dal momento che i dati ancora devono
uscire e che i provvedimenti sono solo stati annunciati è davvero
incomprensibile, se non tornando a supporre che, come ogni tecnocrate
prestato alla politica, senta la necessità di non sfigurare nei confronti
dei colleghi, a maggior ragione se fanfaroni come il presidente del
Consiglio.

E per non farsi mancare niente, Padoan finisce con il debito pubblico,
rassicurando che "scenderà molto presto". Come no: presto l'Italia sarà il
paradiso terrestre…

mercoledì 16 aprile 2014

Scorie - Il presidente renziano

"Quando si parla di necessità assoluta di ridurre il debito pubblico in
Italia, non si dice abbastanza che lo si deve fare non perché ce l'ha
chiesto l'Europa ma perché è un dovere verso i giovani. Quando diciamo che
dobbiamo sbarazzarci di questo fardello pensiamo soprattutto a loro."
(G. Napolitano)

Intervistato da Fabio Fazio (che ha posto al presidente domande docili
docili), Giorgio Napolitano si è improvvisato renziano e ha detto che il
debito pubblico va ridotto "non perché ce l'ha chiesto l'Europa ma perché è
un dovere verso i giovani".

Se lo dice Renzi gli si può anche riconoscere il beneficio del dubbio,
essendo presidente del Consiglio da meno di due mesi. Detto da un signore
che, invece, è impegnato in politica a livello di parlamento, governo e
presidenza della Repubblica da 60 anni, l'effetto è diverso.

Al posto di Fazio avrei chiesto al presidente cosa abbia fatto lui per
contrastare la crescita del debito pubblico in tutti questi decenni. Sarà
pur vero che il PCI era un partito per lo più di opposizione a livello
parlamentare, ma non risultano (quanto meno a me) battaglie del
parlamentare Napolitano per contrastare questa o quella legge di spesa o
appelli per un contenimento della spesa pubblica in generale. Né risultano
(quanto meno a me) battaglie in tal senso quando il suo partito ha
governato e lui stesso ha fatto il ministro. Da quando è presidente della
Repubblica ha fatto qualche intervento cosmetico alle spese del Quirinale,
che resta peraltro più costoso delle altre istituzioni presidenziali, non
solo a livello europeo.

Però, dopo 60 anni di politica da protagonista, dice che è doveroso verso i
giovani ridurre il debito pubblico. Nel frattempo, quelli che erano giovani
quando lui ha iniziato a fare politica sono in gran parte morti, o sono
comunque abbastanza avanti con gli anni, e quelli che adesso sono giovani
potrebbero essere suoi nipoti. Non aggiungo altro.

martedì 15 aprile 2014

Scorie - Ciò che non si vede (o non si vuole vedere)

"Scandaloso. Ecco un'altra ragione per dire, ribadire e urlare che tutto
questo accade perché c'è un'Europa che del lavoro e dei diritti se ne
frega. E il governo dove sta mentre le aziende delocalizzano per
convenienza e i lavoratori sono buttati per strada con stipendi decurtati?
Questa è Europa o Africa profonda? Troppo comodo chiudere tutto per
trasferirsi in Serbia dove potranno pagare stipendi da 400 euro al mese.
Qui il costo del lavoro c'entra ben poco e se si va avanti così a breve si
dovrà fare fronte a un grave e  diffuso disagio sociale. Il tutto con il
beneplacito dell'Europa e del Governo Renzi, che più che al lavoro pensa a
non disturbare i grandi manovratori che l'hanno portato a Palazzo Chigi."
(F. Cecchetti)

Così il Vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia Fabrizio
Cecchetti (Lega Nord) ha commentato la decisione di una società di chiudere
il call center di Milano, nel quale lavorano 200 persone, per trasferire
tutto in Serbia. Cecchetti, che intende presentare un'interrogazione
all'Assessore al Lavoro della Regione Lombardia, peraltro presieduta dal
suo collega e già segretario di partito Roberto Maroni, probabilmente è
mosso da buone intenzioni, ma pare ignorare le basi dell'economia.

Qualunque individuo agisce per rimuovere uno stato di insoddisfazione, per
soddisfare un bisogno. Da questo punto di vista, ognuno agisce per
massimizzare il proprio profitto, che a livello psicologico è
inevitabilmente soggettivo. Nel caso di un imprenditore, quindi, non è
necessariamente detto che il profitto che intende massimizzare sia quello
dato dalla differenza tra ricavi e costi espressi in termini monetari.
Occorre peraltro aggiungere che se l'attività non genera almeno un
equilibro tra ricavi e costi monetari, la stessa è configurabile come mera
filantropia, ed è destinata in tempi più o meno lunghi a cessare per
esaurimento del patrimonio del filantropo.

A maggior ragione, però, quando un'impresa ha scopo di lucro, è ragionevole
attendersi che l'imprenditore cerchi di massimizzare la differenza positiva
tra ricavi e costi espressi in termini monetari. Tale massimizzazione può
avvenire aumentando i ricavi e/o diminuendo i costi. Altre vie, in un
contesto di mercato, non sono percorribili.

Se l'imprenditore ritiene che spostare la produzione del servizio in Serbia
(o altrove) possa migliorare la redditività aziendale (in teoria potrebbe
farlo per altri motivi, ma supponiamo che lo faccia per migliorare la
redditività aziandale), ha poco senso gridare allo scandalo. Premesso che
la decisione di delocalizzare è soggetta a esiti incerti e che
l'imprenditore potrebbe subire perdite in conseguenza della
delocalizzazione stessa, impedirgli di spostare la sede all'estero non
sarebbe sufficiente a evitare la chiusura dell'azienda, a meno che
Cecchetti non ipotizzi di forzare un'impresa a restare in attività anche
contro il volere del proprietario. In tal caso dovrebbe proporre una
regionalizzazione, un provvedimento, quello sì, degno dei peggiori regimi
dell'Africa profonda o dell'America latina.

In alternativa potrebbe proporre di sovvenzionare quell'impresa affinché
continui a mantenere l'attività a Milano. Da un punto di vista economico,
la regionalizzazione o la concessione di sovvenzioni sono forme diverse di
una stessa impostazione tipica di chi è avverso al mercato e ha la pretesa
di imporre ad altri, tramite la legislazione, ciò che soggettivamente
ritiene sia meglio. Ovviamente il tutto avviene a spese altrui, ossia a
spese del proprietario dell'impresa e/o di coloro che pagano le tasse.

Come tutto ciò sia antitetico al rispetto della libertà e del diritto di
proprietà (dell'imprenditore e dei contribuenti) dovrebbe essere evidente.
Meno evidenti sono spesso le conseguenze inintenzionali di provvedimenti
volti a limitare la libertà di impresa per conseguire quello che si ritiene
essere il bene comune (o interesse generale che dir si voglia). Come
direbbe Bstiat, ciò che si vede sono i posti di lavoro "salvati" a Milano,
ciò che non si vede sono invece tutte le attività non fatte (compresa
probabilmente la creazione di altri posti di lavoro) con le risorse
sottratte ai legittimi proprietari per regionalizzare o sovvenzionare una
specifica impresa.

Mi rendo conto che politicamente possa portare consenso, ma credo sarebbe
il caso di non tirare in ballo il governo o l'Europa. I quali, purtroppo,
si danno già da fare a sufficienza per rendere dannatamente complicata
l'attività di impresa.

lunedì 14 aprile 2014

Scorie - Risparmio e inflazione

"Tuttavia, gli economisti della BCE prevedono che l'inflazione rimarrà al
di sotto dell'obiettivo per almeno altri tre anni. E tenendo conto che le
misure ufficiali dell'inflazione sovrastimano il reale incremento dei
prezzi, allora il messaggio è che l'Eurozona corre seri rischi di
precipitare nella deflazione, nel prossimo futuro… Non si può non pensare
che la BCE sia condizionata dalle critiche di Paesi come la Germania, dove
la gente non vede di buon occhio tassi di interesse a livelli bassissimi
perché sostiene che danneggiano i risparmiatori. Ma è una critica che dal
punto di vista economico non ha alcun senso: la causa del basso livello dei
tassi in tutto il mondo è proprio il fatto che la gente decide di mettere
da parte i soldi invece di investirli."
(J. Fels)

Joachim Fels è economista di punta a Morgan Stanley e appartiene alla folta
schiera di coloro che ritengono necessario un approccio più "aggressivo" da
parte della BCE. Volendo essere maligni, si potrebbe sostenere che la
posizione Fels sia influenzata dalla circostanza di lavorare per una
società che opera nel settore che trae i maggiori benefici derivanti dalla
politica monetaria espansiva delle banche centrali. Memori dell'adagio
andreottiano, credo che non ci si allontanerebbe dal vero.

Fels ritiene che la BCE dovrebbe allentare ulteriormente la politica
monetaria perché "l'Eurozona corre seri rischi di precipitare nella
deflazione, nel prossimo futuro". Fin qui, nulla di nuovo rispetto a tanti
altri. Ma Fels rincara la dose, sostenendo che "le misure ufficiali
dell'inflazione sovrastimano il reale incremento dei prezzi". In pratica,
la realtà sarebbe opposta alla percezione del consumatore medio, che tende
a vedere con sospetto i dati ufficiali di crescita degli indici dei prezzi
al consumo ritenendo che essi sottostimino il reale aumento del costo della
vita. Fels, tra l'altro, non indica per quale motivo ritiene che
l'inflazione dei prezzi al consumo sia sovrastimata.

Quanto al fatto che la BCE "sia condizionata dalle critiche di Paesi come
la Germania, dove la gente non vede di buon occhio tassi di interesse a
livelli bassissimi perché sostiene che danneggiano i risparmiatori", la
critica tedesca viene considerata senza alcun senso dal punto di vista
economico. Secondo Fels i tassi di interesse sono bassi perché la gente non
investe.

A me pare che a non avere alcun senso sia questa posizione (peraltro
sostenuta più volte anche da Ben Bernanke ancor prima dello scoppio della
bolla nel 2007). Se davvero i tassi di interesse fossero bassi per un
eccesso di risparmio reale, non si vede per quale motivo le banche centrali
avrebbero dovuto manipolarli al ribasso così tanto negli ultimi anni, tra
l'altro espandendo in misure senza precedenti la base monetaria.

Le politiche monetarie espansive e le varie forme di allentamento
quantitativo (ossia di monetizzazione) messe in atto dalle banche centrali
hanno gonfiato i prezzi di diverse attività finanziarie e compresso i premi
per il rischio, spingendo alcuni investitori ad aumentare l'assunzione di
rischio e penalizzando chi quei rischi non voleva o non poteva assumerli.
Si tratta di una distorsione piuttosto macroscopica che alimenta quelli che
Mises avrebbe definito "malinvestimenti", la cui redditività ex ante appare
tale solo per via dell'abbondanza di denaro a buon mercato, ma che sono
destinati a rivelarsi fallimentari non appena le politiche inflattive
vengono rallentate o interrotte.

Non c'è alcun eccesso di risparmio in giro per il mondo: c'è solo un
eccesso di denaro creato dal nulla, che pone una seria ipoteca sulla
sostenibilità degli apprezzamenti di diversi asset realizzati anche di
recente e che dovrebbe sconsigliare dall'invocare ulteriori allentamenti di
politica monetaria.

venerdì 11 aprile 2014

Scorie - Sul non aumento delle tasse

"La buona teoria economica ci insegna che quando un paese deve misurarsi
con una disoccupazione al 13%, un'emigrazione giovanile di massa, una
distribuzione del reddito drammaticamente ineguale, è il governo a doversi
fare carico dello stimolo. E' una situazione che solo la spesa pubblica può
far ripartire. I tagli alla spesa si fanno quando le cose vanno bene, nella
parte alta del ciclo economico, non quando il paese è in ginocchio… Il
pareggio si ottiene se all'aumento delle uscite corrisponde un pari aumento
delle entrate. Non si tratta di aumentare le tasse, ma di introdurre una
patrimoniale sui patrimoni posseduti dall'1% più ricco della popolazione,
con progressivo e graduale sgravio del prelievo sui patrimoni e redditi
minori."
(F. Sdogati)

Fabio Sdogati è professore ordinario di economia internazionale al
Politecnico di Milano. Da quanto scrive appare evidente che lui identifichi
quella keynesiana con "la buona teoria economica". Di certo si trova in
folta compagnia, ma basterebbe ripercorrere con buon senso la storia
economica degli ultimi 5-7 decenni per dubitare della correttezza del suo
punto di vista.

Considerando che la spesa pubblica può essere finanziata solo con tasse
(esplicite o implicite, ossia inflazione) presenti o future, l'idea che
debba essere il governo a stimolare la domanda si basa sull'assunzione che
sia giusto l'intervento redistributivo dello Stato. Questo punto viene dato
per scontato dai redistributori, ma non lo è affatto. Anzi, trovo
indimostrabile, se non volendo imporre arbitrariamente determinati principi
morali anche ai dissenzienti, che si faccia giustizia nel tassare Tizio per
dare a Caio.

Anche sorvolando su questo punto tutt'altro che secondario, peraltro, la
storia economica fornisce numerosi esempi del fatto che l'applicazione
pratica del keynesismo è stata piuttosto difforme da quanto afferma
Sdogati. In altri termini, la spesa pubblica non è stata utilizzata in
funzione anticiclica, ma vi è stata la tendenza, una volta introdotta una
voce di spesa, a non diminuirla più; men che meno si è pensato di
eliminarla.

Non basta dire che "i tagli alla spesa si fanno quando le cose vanno bene":
quei tagli, poi, bisogna farli. Il problema è che le cose non vanno mai
abbastanza bene per chi deve decidere di tagliare e assumersene la
responsabilità politica. E questo, tra l'altro, è implicito nell'impianto
stesso della teoria keynesiana e nella convenzione utilizzata per calcolare
il Pil.

Essendo infatti la spesa pubblica un componente positivo del Pil, una sua
diminuzione comporta nel breve termine una riduzione del Pil. Poco importa
se questa riduzione può essere più che compensata nel tempo da un aumento
della componente privata della domanda (consumi e investimenti): quello che
succede domani e dopodomani non compensa la perdita di consenso politico
oggi. Né, di solito, si sentono keynesiani invocare tagli di spesa quando
le cose vanno bene. Solo nei momenti di crisi o bassa crescita li si sente
parlare di spesa, e unicamente per invocare aumenti.

Sdogati tocca poi anche il punto del pareggio di bilancio. Se non si taglia
la spesa e non si vuole che aumenti il deficit, qualcosa bisognerà pur
fare. Nella sostanza lo Stato potrebbe vendere beni mobili, immobili o
partecipazioni azionarie, ma Sdogati non ne fa neppure cenno.
L'alternativa, allora, è un aumento delle entrate fiscali. Uno potrebbe
aspettarsi la sempreverde "lotta all'evasione fiscale", ma neanche su
quella punta Sdogati.

E allora di che si tratta? Qui viene il bello. "Non si tratta di aumentare
le tasse, ma di introdurre una patrimoniale sui patrimoni posseduti dall'1%
più ricco della popolazione", dice il professore, forse ritenendo che
aumentare le tasse solo all'1% della popolazione non significhi aumentare
le tasse. Non sto qui a entrare nel merito dell'introduzione di una (altra)
imposta patrimoniale. Vorrei invece far notare che, dal mio punto di vista,
non aumentare le tasse significa che per nessuno aumentano le tasse. In
altri termini, si dovrebbe applicare a questo contesto il concetto di
Pareto efficienza. Se, al contrario, per far pagare meno tasse a Tizio si
aumenta il carico per Caio, anche a parità di gettito per lo Stato, quello
che si ottiene non è altro che un aumento della progressività.

Se questa è buona teoria economica…

giovedì 10 aprile 2014

Scorie - Il comunicatore (imbonitore)

"Mettere 80 euro mensili nelle tasche degli italiani che guadagnano meno di
25.000 euro all'anno è un fatto di giustizia sociale, ma anche uno
straordinario modo per restituire fiducia."
(M. Renzi)

In uno dei suoi ormai sempre più frequenti e torrenziali interventi
verbali, Matteo Renzi ha detto anche questa. Potrei mettermi a discutere
sull'idea di giustizia sociale che ha Renzi (quella che accomuna poi tutti
i fautori della tassazione progressiva), ma mi limito ad affermare che
secondo me l'unica giustizia sociale consiste nel lasciare a ognuno ciò che
è di sua proprietà, affinché ne disponga come meglio crede, col solo limite
di non violare la proprietà altrui.

Non mi interessa neppure più di tanto disquisire sul fatto che quegli 80
euro al mese restituiscano fiducia oppure no a chi guadagna meno di 25.000
euro. Ragionevolmente per qualcuno sarà così, per altri no, perché, grazie
a Dio, non siamo tutti uguali e la stessa circostanza è vissuta
soggettivamente in modo diverso da diversi individui.

Quello che davvero trovo insopportabile è la parte iniziale
dell'affermazione: il governo non mette 80 euro al mese nelle tasche di
qualcuno, bensì si accinge a prelevarne 80 in meno di quanti ne ha pretesi
finora. Non è una differenza di poco conto: se un borseggiatore decide di
lasciare 80 euro alla vittima del proprio borseggio, nessuno si sognerebbe
di affermare che quel borseggiatore ha messo 80 euro nelle tasche del
malcapitato che ha subito il furto.

Ma nella sostanza quello che sta dicendo Renzi è proprio questo. Si tratta,
nella migliore delle ipotesi, di puro illusionismo verbale. L'effetto è
quello di stravolgere la realtà. E invece di vederlo paragonato a un
teleimbonitore di ultima categoria, ci tocca pure sentire che è un grande
comunicatore, osannato da quelli che due anni fa elogiavano lo stile sobrio
(quasi funereo, a dire il vero) di Mario Monti.


mercoledì 9 aprile 2014

Scorie - Strana idea di concorrenza

"E' importante sottolineare che la separazione tra politica monetaria
centralizzata e fiscalità delegata ai singoli partner dell'Unione crea
differenziali non trascurabili sui livelli di competitività, a causa
dell'incidenza della pressione fiscale sia diretta che indiretta sulle
imprese e sulle famiglie, con l'effetto di ridurne i consumi e aumentare la
deflazione; ma, soprattutto, inficiando il principio di libera concorrenza
che è alla base della costruzione europea."
(G. Di Taranto)

Giuseppe Di Taranto insegna alla LUISS ed è un convinto sostenitore
dell'utilizzo delle politiche monetarie e fiscali per governare l'economia.
Uno dei tanti keynesiani con cattedra che insegnano nelle università
italiane (e non solo).

In vista del semestre italiano di presidenza europea, Di Taranto avanza
alcune proposte che, a suo parere, il governo dovrebbe fare ai partner. In
buona sostanza, bisognerebbe modificare i Trattati per introdurre la
mutualizzazione dei debiti pubblici dei diversi Stati, eliminando il Fiscal
compact; bisognerebbe anche riscrivere il Patto di stabilità e crescita per
escludere dal calcolo del deficit i cosiddetti investimenti produttivi;
infine, sarebbe necessario modificare lo statuto della Bce per consentirle
(obbligarla?) di diventare prestatore di ultima istanza, sottoscrivendo
titoli di Stato direttamente in asta.

In buona sostanza, si tratterebbe di stravolgere l'assetto attuale dell'Ue,
ovviamente per favorire la crescita, l'occupazione e sconfiggere la
deflazione. Il mantra che, con poche e non significative varianti, ripete
ogni keynesiano tutti i giorni dell'anno.

Secondo Di Taranto la separazione tra politica monetaria unica e politiche
fiscali demandate ai singoli Stati "crea differenziali non trascurabili sui
livelli di competitività, a causa dell'incidenza della pressione fiscale
sia diretta che indiretta sulle imprese e sulle famiglie".

Che la politica monetaria unica rendesse necessari aggiustamenti
strutturali e fiscali diversi negli Stati aderenti all'euro per raggiungere
livelli di competitività non dissimili lo si sapeva fin dall'inizio. Che
l'azione di politica fiscale in Italia si sia concentrata sulla generazione
di saldi primari positivi solo nei periodo in cui lo spread tra BTP e Bund
era elevato (seconda metà degli anni Novanta e dal 2011 in poi) e che la
generazione di tali saldi primari fosse sbilanciata sul lato dell'aumento
delle entrate senza mai ridurre la spesa pubblica (corrente o per
investimenti che fosse, distinzione molto cara ai keynesiani per
giustificare il deficit spending) non erano scelte obbligate.

Lamentarsi oggi dell'incidenza della pressione fiscale chiedendo in buona
sostanza che siano altri a farsi carico dei debiti generati dalla politica
italiana è una proposta a mio parere puerile, oltre a non avere alcuna
probabilità di essere accolta da coloro che dovrebbero (contribuire a)
pagare il conto.

Trovo anche ridicolo che si individui nella mancata unificazione delle
politiche fiscali un limite al principio di libera concorrenza. Non è
uniformando che si ottiene concorrenza. E' vero che le imprese italiane
sono penalizzate da un fisco oppressivo e da una burocrazia sempre più
ottusa e invadente, ma non è chiedendo agli altri europei di farsi carico
di questi problemi che li si risolvono.

Al contrario, sarebbe ora di tagliare seriamente la spesa e ridurre la
burocrazia. Il che è, però, assolutamente incompatibile con il mantenimento
degli attuali livelli di occupazione nelle strutture delle diverse
articolazioni dello Stato.

Solo così la pressione fiscale può diminuire. Non certo facendo gli
accattoni e chiedendo (anche) ad altri di pagare per mantenere più o meno
inalterato il carrozzone statale.

martedì 8 aprile 2014

Scorie - Fobie keynesiane

"E' evidente che la Bce deve intervenire. Le aspettative di inflazione
stanno sfuggendo di mano e la domanda di attività in euro che viene
dall'estero non può che essere soddisfatta attraverso la creazione di nuova
liquidità, oppure finirà per rafforzare ancora l'euro… Jens Weidmann, il
capo della Bundesbank, ha offerto il 21 febbraio un'interpretazione
riduzionista della situazione, definendo la politica monetaria attuale già
accomodante."
(C. Bastasin)

Sono in molti, e da diversi mesi, a ritenere necessari ulteriori
provvedimenti di politica monetaria espansiva da parte dellaBCE. Carlo
Bastasin è tra costoro, come più o meno tutti coloro che leggono con lenti
mainstream ciò che accade nell'economia dell'Area euro.

A essere invocati sono per lo più interventi non convenzionali,
considerando il fatto che il tasso di rifinanziamento è già stato abbassato
fino allo 0.25 per cento. Si tratterebbe, in buona sostanza, di
interrompere la sterilizzazione della liquidità immessa nel 2011 con
l'acquisto di titoli di Stato (circa 175 miliardi di euro), di comprare
titoli a man bassa, oppure di lanciare nuove operazioni di rifinanziamento
a lungo termine (LTRO), vincolando le banche a concedere crediti a famiglie
e imprese invece che comprare titoli di Stato in operazioni di carry trade.

Due sono i motivo fondamentali per i quali vendono invocati ulteriori
interventi espansivi da parte della BCE: 1) la debolezza della domanda
aggregata e dei crediti concessi dalle banche; 2) lo "spettro della
deflazione", alimentato anche dalla forza dell'euro nei confronti della
altre monete, dollaro americano in primis. Il tutto starebbe interagendo
per portare a una spirale deflattiva senza fine, secondo chi ritiene
necessari interventi espansivi.

Perfino la Bundesbank, che finora ha sempre cercato di contenere
l'esuberanza espansiva degli altri membri del Consiglio direttivo della
BCE, pare stia in parte rivedendo la sua posizione in senso maggiormente
espansivo. Il tutto, sostengono i maligni probabilmente a ragione, in base
alla preoccupazione di un rafforzamento dell'euro non tanto e non solo
verso il dollaro, bensì soprattutto verso le monete asiatiche, yuan cinese
in primis. Circostanze che mette a rischio il corposo avanzo di bilancia
commerciale tedesco. In fin dei conti la Bundesbank è pur sempre una banca
centrale: sembra depositaria del rigore monetario solo perché le altre
banche centrali sono molto più esplicitamente votate a politiche inflattive
più o meno permanenti.

Personalmente trovo che l'invocazione dello "spettro della deflazione" sia
una specie di caccia alle streghe. La discesa dei prezzi è considerata
negativa a prescindere da quali ne siano le cause, e anche chi fa questa
distinzione conclude che è meglio che i prezzi salgano.

E' assurda, per esempio, l'idea che i consumi vengano continuamente
rimandati in attesa di un ulteriore calo dei prezzi: se fosse così la gente
non solo smetterebbe di mangiare, ma non farebbe neppure la fila per
comprare l'ultimo modello di iPhone. E mentre mangiare è evidentemente
necessario per sopravvivere (seppure le esigenze alimentari siano diverse
da individuo a individuo), comprare l'ultimo modello di iPhone risponde a
un bisogno meramente soggettivo. A essere rimandati più o meno a lungo
saranno pertanto acquisti ritenuti non necessari dai singoli individui.

Vorrei anche ribaltare per un attimo la questione: per quale motivo si
dovrebbe preferire un contesto nel quale gli individui sono indotti ad
accelerare la spesa per consumi solamente per evitare ulteriori rincari nei
prezzi? Perché si ritiene necessario che le banche centrali modifichino le
preferenze temporali degli individui?

A me pare che l'unico vero motivo per preferire una crescita degli indici
dei prezzi al consumo (perché, poi, al 2 per cento e non all'1 o al 3?)
consista nel ritenere auspicabile una svalutazione del debito in termini
reali. Si tratta, in buona sostanza, del pregiudizio (tipicamente
keynesiano) a favore del debitore, ovviamente a danno di chi risparmia.

Considerando che il mondo è oberato di debiti, a partire da quelli
pubblici, una svalutazione in termini reali consente di evitare
ristrutturazioni esplicite, così come consente di migliorare la
competitività senza un abbassamenti dei prezzi nominali.

Alla fine si arriva sempre allo stesso punto: l'uso dell'inflazione come
strumento di redistribuzione meno appariscente della tassazione esplicita.
Lo "spettro della deflazione" è invocato per lo più per questo motivo. Non
a caso a farlo sono quasi sempre soggetti pieni di debiti (o che lavorano
per soggetti pieni di debiti).

lunedì 7 aprile 2014

Scorie - Si tagli, purché non si tagli davvero

"Ritengo ci sia una grossissima questione: il passaggio da tagli che
abbiamo conosciuto assolutamente immotivati a tagli mirati in base a un
nuovo ordine di priorità."
(G. Napolitano)

Il presidente della Repubblica Napolitano torna abbastanza di frequente sul
tema dei tagli di spesa, solitamente per sostenere che non bisogna fare
tagli lineari, a maggior ragione se riguardano l'interlocutore di turno. E
così, se parla agli attori o ai registi si dice contrario ai tagli alle
spese per finanziare film che nessuno vede; se parla agli insegnanti
sostiene aumenti di spesa per l'istruzione, e così via. Ovviamente qualcosa
da tagliare c'è sempre, ma si tratta sempre di qualcos'altro.

Questa volta ha parlato di tagli "assolutamente immotivati", e si
tratterebbe di quelli fatti negli ultimi anni. Posto che i tagli in
questione non hanno neppure scalfito il moloch della spesa pubblica
italiana, il problema a mio parere è duplice. In primo luogo, quando la
spesa pubblica supera la metà del Pil non ha molto senso invocare l'uso del
cesello: se si vuole abbassare quella somma serve l'uso del machete. In
secondo luogo, il richiamo a che i tagli seguano "un nuovo ordine di
priorità" mi fa venire il sospetto che finisca per rendere inattuabile
qualsiasi taglio.

In questo noto che buona parte dei mezzi di informazione contribuisce ad
alimentare la confusione: a parole sono tutti a favore di un calo della
spesa pubblica, poi al minimo accenno a fare qualche limatura ai dipendenti
pubblici (85.000 su circa 3,3 milioni) la cosa viene presentata con
l'abusata formula della macelleria sociale.

E, ovviamente, guai a rilevare la tendenza di re Giorgio a lisciare il pelo
agli interlocutori di turno di fronte a prospettive di tagli a sussidi
pubblici e altre cose del genere, per quanto palesemente parassitari.

La vera priorità per i finti tagliatori è non tagliare nulla.

mercoledì 2 aprile 2014

Scorie - Ma lo sa quello che dice?

"Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di
lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo a volte inaccettabile i
migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo,
spesso in condizioni disperate."
(L. Boldrini)

Il presidente della Camera, Laura Boldrini, non perde mai occasione per
fare affermazioni che sono tanto politicamente ultracorrette quanto prive
di qualsivoglia contenuto logico.

Questa volta sostiene che c'è una "insopportabile contraddizione" tra
offrire servizi di lusso ai turisti e il trattamento riservato alle
migliaia di migranti che arrivano in Italia ogni anno. Mi chiedo se questa
signora si renda conto delle assurdità che lascia uscire dalla propria
bocca.

I servizi che vengono offerti ai turisti non sono frutto di beneficenza da
parte degli operatori turistici, bensì di specifici contratti nei quali, a
fronte dei servizi in questione, gli avventori pagano la somma di denaro
pattuita. Chi offre servizi esercita un'attività di impresa, mentre chi
paga per fruire di tali servizi è cliente di quell'impresa. Tra le parti
viene stipulato un contratto volontariamente, e se ciò avviene significa
che entrambe attribuiscono a quello che ricevono un valore superiore a
quello che danno.

Nel caso dei migranti la situazione è del tutto diversa: costoro arrivano
senza alcun accordo con chi si trova a ospitarli, e l'accoglienza più o
meno dignitosa che ottengono dipende dalla benevolenza di chi li riceve. Se
tutto ciò avvenisse su base volontaria da parte di chi ospita queste
persone non ci sarebbe nulla da obiettare. E' anche possibile che un numero
più o meno consistente di individui ritenga un dovere morale fornire
assistenza a queste persone, che effettivamente possono arrivare in
condizioni disperate.

Il problema sorge quando questa benevolenza viene imposta dallo Stato. In
questo caso, da un lato c'è chi si riempie la bocca di belle parole e,
magari, fa della benevolenza a spese altrui un veicolo per fare carriera
politica (ogni riferimento alla signora Boldrini non è casuale); dall'altro
c'è chi, volente o nolente, si trova a sostenere gli oneri (in senso lato)
dei servizi più o meno dignitosi offerti ai migranti.

Personalmente trovo tutto ciò inaccettabile: mentre chi si rifiuta di fare
beneficenza, per quanto criticabile da alcuni dal punto di vista morale,
non viola il diritto di proprietà di nessuno, chi impone ad altri di fare
beneficenza mediante la legislazione viola il diritto di proprietà di
costoro.

Non c'è da stupirsi: in fondo ogni forma di redistribuzione comporta la
violazione della proprietà di alcuni per beneficiare altri. I tanti
buonisti in circolazione dovrebbero riflettere su questa "insopportabile
contraddizione": per fare del bene a qualcuno fanno del male ad altri (mai,
però, a se stessi).

martedì 1 aprile 2014

Scorie - Quale fortuna?

"L'Italia è fortunata ad avere un uomo di Stato così forte, che aiuta il
Paese in momenti difficili."
(B. Obama)

In visita a Roma nei giorni scorsi, Barack Obama ha incontrato, dopo il
Papa, il presidente della Repubblica. Ed è riferendosi a Napolitano che
Obama ha pronunciato le parole che ho riportato.

Capisco che qualcosa dovesse dire e che una frase di circostanza non deve
necessariamente corrispondere a ciò che si pensa, né alla verità. Credo
sarebbe bene, peraltro, non farsi prendere la mano, soprattutto se si
volesse tenere in considerazione che non tutti gli interlocutori sono
incapaci di intendere e di volere.

Dubito che siano molti gli italiani che, attraversando momenti difficili (e
questo è capitato a un buon numero di essi negli ultimi anni), abbiano
tratto un giovamento significativo dalla presenza di Napolitano al
Quirinale.

Pare che la popolarità di Obama sia in caduta libera tra gli statunitensi.
Se anche a loro racconta baggianate del genere non c'è da stupirsi.