lunedì 31 marzo 2014

Scorie - Il pastore tassatore - parte quarta (fine)

"C'è infine un terzo orizzonte etico da tenere presente, che riguarda
l'affidabilità delle garanzie offerte da chi governa riguardo al buon uso
del denaro pubblico… Occorre una volontà politica e un'azione trasparente
di governo che diano ai cittadini la percezione chiara dell'affidabilità di
chi gestirà le risorse provenienti dal contributo di ciascuno. Anche così
l'etica deve venire in aiuto all'economia: il sussulto morale più volte
richiesto appare più che mai urgenza indilazionabile, disattendendo alla
quale si compromette l'avvenire di tutti. La responsabilità etica del
commercialista non potrà non portarlo a dar voce all'esigenza di giustizia
e trasparenza nell'uso del denaro pubblico, condizione perché anche le
altre esigenze morali che lo riguardano possano essere propriamente
perseguite."
(B. Forte)

Dopo aver più o meno esplicitamente invitato i commercialisti a suggerire
al legislatore riforme fiscali di tipo squisitamente socialista (ovviamente
per il "bene comune"), monsignor Forte aggiunge che gli stessi dovrebbero
"dar voce all'esigenza di giustizia e trasparenza nell'uso del denaro
pubblico".

Uno potrebbe considerare condivisibile la richiesta di un uso giusto e
trasparente del denaro pubblico, ma a patto di credere alle favole e di
ritenere che non si tratti di una grande illusione smentita da secoli di
storia, oltre che dai fatti di cronaca.

Né, credo, potrebbe essere altrimenti: la corruzione e lo sperpero del
denaro dei contribuenti non sono addebitabili unicamente alla disonestà di
un numero più o meno consistente di politici e burocrati, bensì sono una
caratteristica pressoché inevitabile di ogni forma di statalismo.

Che basti avere persone oneste a maneggiare le ricchezze prodotte da altri
e a costoro estorte per avere una amministrazione che sia quanto meno
scevra da ruberie e sprechi vari è ciò che i redistributori e gli
statalisti vanno ripetendo costantemente, talvolta in buona fede, altre in
mala fede.

Oltre che dalla storia e dalla cronaca, questa visione è smentita dal buon
senso (che, però, viene considerato cinismo da redistributori e
statalisti): chi amministra risorse non di sua proprietà senza peraltro
dover rendere compiutamente conto al legittimo proprietario delle stesse di
ciò che fa e senza essere sottoposto alla concorrenza che solo in un libero
mercato può esistere, non ha alcun incentivo a ben amministrare quelle
risorse. Per di più, gli incentivi a farsi corrompere da coloro che hanno
interesse a concludere contratti con l'ente che amministra sono, per così
dire, non trascurabili.

Probabilmente monsignor Forte crede che gli amministratori pubblici e i
burocrati siano o possano essere dei santi, ma l'esperienza del basso
numero di santi all'interno della sua stessa "casa madre" – dove, almeno in
teoria, lo spessore morale (secondo i canoni dello stesso Forte) dovrebbe
essere superiore alla media di quello dei cittadini laici – dovrebbe
rendere evidente anche a lui che le cose non stanno, né potrebbero stare,
così.

Se si vuole ridurre la corruzione, si deve ridurre il campo d'azione di chi
può essere corrotto. Se si vuole azzerare la corruzione, si deve azzerare
il campo d'azione di chi può essere corrotto. SPerare nella santità di chi
può essere corrotto è semplicemente assurdo.

Tutto ciò detto, non capisco poi per quale motivo i commercialisti
dovrebbero avere titoli specifici rispetto agli altri cittadini per farsi
carico di sollecitare una condotta "morale" da parte di chi usa il denaro
pubblico. Il mio sospetto è che il richiamo sia dovuto a una sorta di
pigrizia da parte di Forte, il quale non ha fatto altro che riprendere (con
parti copiate perfino nella punteggiatura) un altro pezzo scritto da lui
stesso nel 2012. Ma quando si tratta di "morale" ci sono parole e frasi
fatte buone per tutte le occasioni.

venerdì 28 marzo 2014

Scorie - Il pastore tassatore - parte terza

Proseguo nel commento dell'articolo di monsignor Forte:

"Un secondo principio da richiamare è che il contributo dei cittadini al
bene comune deve essere equamente distribuito: l'equità va misurata secondo
parametri oggettivi e soggettivi. Ai primi appartengono le urgenze
congiunturali: dove il bene comune è minato da una crisi socio-economica
generale – come sta avvenendo nel "villaggio globale" e nel nostro Paese in
particolare – è giusto che sacrifici siano fatti e ricadano su tutti. Sul
piano soggettivo, tuttavia, essi vanno commisurati alle effettive risorse e
possibilità di ciascuno: chiedere a tutti lo stesso prezzo secondo un
criterio di ripartizione paritaria è in realtà somma ingiustizia. Chiedere
di più a chi ha di più è invece la misura equa che è necessario mettere in
atto: è perciò doveroso domandare di più specialmente a chi dispone di
grandi risorse e gode di un'ampia gamma di beni superflui o non
strettamente necessari. Il principio di equità è un criterio ispiratore
fondamentale, da mettere in atto con forte senso di giustizia, mediante una
conveniente ripartizione dei sacrifici. Emerge qui la valenza "politica"
della responsabilità etica del commercialista, che deve far sentire la
propria voce – sia di singolo, che nella forma dell'associazione di
categoria – per contribuire a migliorare l'equità delle leggi in materia
tributaria. A questo genere di contributo il legislatore dovrebbe mostrare
adeguata attenzione."

Monsignor Forte sembra voler trovare l'equilibrio tra l'evitare
l'assistenzialismo e quella che ha definito "enfatizzazione anarchica dei
diritti di alcuni" (vedi la parte precedente) individuando criteri di
equità per la ripartizione del carico fiscale. Criteri che sarebbero
oggettivi – tutti devono fare sacrifici per il bene comune – e soggettivi –
chi più ha, più deve dare.

L'unica cosa veramente soggettiva a me pare la concezione di equità di
Forte, per quanto richiamata da tutti i socialisti a vario modo sostenitori
della tassazione progressiva. Nulla dimostra, se non soggettivamente, che
chi più ha, più deve dare. Peggio ancora, è necessariamente soggettiva la
valutazione di cosa siano le "grandi risorse" e, a maggior ragione, di cosa
sia superfluo.

In pratica, si dovrebbe ritenere "equo" privare con la forza un soggetto di
una parte di beni di sua proprietà (tipicamente sotto forma di denaro)
perché ciò sarebbe necessario al "bene comune" e, soprattutto, perché quei
beni sarebbero "superflui". A me pare sommamente ingiusto, mentre per Forte
ciò produrrebbe una "conveniente ripartizione dei sacrifici". Che esista
convenienza per i consumatori di tasse lo si può capire, ma che la stessa
cosa si possa dire per i pagatori di tasse appare assai arduo.

Per di più Forte ritiene che i commercialisti dovrebbero ispirare il
legislatore nel migliorare la legislazione fiscale nel senso di equità da
lui specificato. Con buona pace dei clienti-contribuenti, che si suppone
dovrebbero continuare a pagare felici e contenti i commercialisti anche per
questi suggerimenti dati al legislatore.

Nella parte successiva, quella conclusiva, mi occuperò della ciliegina
sulla torta nel ragionamento di monsignor Forte.

    

mercoledì 26 marzo 2014

Scorie - Il pastore tassatore - parte seconda

Riprendo dall'articolo di monsignor Forte:

"In concreto, allora, l'etica del commercialista non può non tener conto di
questi tre criteri fondamentali: il dovere morale di ogni cittadino di
contribuire al bene comune; l'esigenza etico-sociale che questa
contribuzione sia equamente distribuita; l'affidabilità delle garanzie
offerte da chi governa e dal quadro economico-politico generale circa il
buon uso del denaro pubblico. (Embedded image moved to file: pic00041.jpg)
Che contribuire al bene comune sia un preciso dovere morale dovrebbe essere
un'evidenza: come tutti hanno il diritto di beneficiare dei servizi
pubblici, così ciascuno in rapporto alle proprie possibilità deve
contribuire ai costi che essi comportano. Dove l'equilibrio fra servizi e
risorse fosse minato da una parte o dall'altra, ci troveremmo di fronte a
forme di assistenzialismo o all'enfatizzazione anarchica dei diritti di
alcuni. Il "bene comune" si realizza precisamente nell'offerta il più
possibile adeguata dei servizi, supportata da una partecipazione alla spesa
che sia responsabile e commisurata alle possibilità di ciascuno. In questo
senso, l'evasione fiscale è un furto al bene di tutti, una colpa morale
frutto di egoismo e di avidità, negazione di quell'esigenza di solidarietà
verso gli altri, specie i più deboli, che deve regolare la società e
l'impegno dei singoli. In riferimento al Decalogo – grande codice della
coscienza morale universale – chi evade le tasse trasgredisce il
comandamento "Non rubare!", con l'aggravante di farlo a discapito
soprattutto dei più deboli e bisognosi. Questo il dottore commercialista ha
il dovere di tenerlo sempre presente e di ricordarlo con rispetto a
chiunque gli si rivolga per valersi delle sue competenze. In questa luce,
la responsabilità etica del commercialista assume una valenza perfino
testimoniale rispetto ai doveri verso il bene comune, cui a nessuno è
lecito sottrarsi."

Secondo Forte, dunque, dovrebbe essere evidente che contribuire al bene
comune (ribadisco: concetto soggettivo) sia un "preciso dovere morale".
Indubbiamente lui e altri possono condividere questo punto di vista, ma il
problema è che trasformare un dovere morale in un dovere imposto a norma di
legge significa fare violenza a chi non è consenziente. Mi permetto di
dubitare che ciò possa essere a sua volta considerato morale. Certamente di
violenza si tratta, e la violenza, se non usata per difendersi da una
violenza iniziata da altri, non mi pare affatto compatibile con il bene del
singolo che la subisce.

Monsignor Forte sembra un socialista quando afferma, in buona sostanza, che
ognuno ha diritto a utilizzare i servizi pubblici in base al proprio
bisogno, mentre deve contribuire ai costi in base alle proprie possibilità.
Il fatto che ciò implichi necessariamente una forma di schiavitù imposta a
chi è costretto a pagare per i servizi non pagati da altri sembra non
urtare la sensibilità del prelato. Come non urterebbe quella di un
socialista.

Non capisco, poi, come ritenga possibile trovare un equilibrio non
arbitrario in modo tale da evitare "forme di assistenzialismo", mentre non
mi pare giustificabile il concetto di "enfatizzazione anarchica dei diritti
di alcuni". A mio parere si tratterebbe, in ultima analisi, della semplice
difesa del diritto di proprietà da parte di un individuo non disposto a
pagare per i servizi fruiti da altri. Questo potrà pure sembrare immorale a
monsignor Forte, ma, è bene ripeterlo, l'imposizione di una specifica
morale mediante la violenza delle norme di legge porta inevitabilmente a
forme più o meno pervasive di totalitarismo.

Il richiamo al comandamento "non rubare" per identificare l'evasione
fiscale con il "furto al bene di tutti" non è certamente un contributo
originale offerto alla causa della tassazione, ma, ancora una volta, è
frutto dell'idea che sia giusto imporre determinati principi morali
(soggettivamente intesi) con la violenza delle norme di legge. In altri
termini, Forte è libero di ritenere che l'evasione fiscale sia "una colpa
morale frutto di egoismo e di avidità, negazione di quell'esigenza di
solidarietà verso gli altri, specie i più deboli", ma trasformare egoismo e
avidità in crimini mi sembra inaccettabile se non si vuole una deriva da
Stato etico.

Personalmente credo che il furto si verifichi nel caso in cui una persona
sfrutti il minor reddito dichiarato per accedere gratuitamente a servizi
pubblici che altrimenti dovrebbe pagare in tutto o in parte, ma credo anche
che il semplice fatto di non volere dare allo Stato la maggior parte del
reddito prodotto corrisponda nella sostanza a una difesa della proprietà
privata. Tanto per essere chiari, se uno evade e poi chiede e ottiene lo
sconto sulla retta di un asilo o di una scuola pubblica in virtù del basso
reddito dichiarato per me è un ladro; ma se quella stessa persona non
chiede sconti o si rivolge a una struttura privata, credo non faccia nulla
di deprecabile.

Credo, poi, che la posizione di Forte diventi ancor meno sostenibile quando
passa ad affrontare il tema della equa ripartizione del carico fiscale. Di
questo mi occuperò nella prossima parte.

martedì 25 marzo 2014

Scorie - Il pastore tassatore - parte prima

"Quale responsabilità etica comportano queste variegate competenze? La
risposta non può che partire dal fatto che l'attività del commercialista
riguarda non solo gli interessi del cliente, ma anche e propriamente quelli
della collettività: si potrebbe affermare che suo compito specifico è
mediare in maniera corretta fra interessi pubblici e privati, non
contrapponendoli, ma commisurandoli, affinché il bene comune sia
effettivamente il bene dei singoli, e questo sia a sua volta finalizzato al
bene di tutti. La logica che veda nel commercialista soltanto l'alleato del
contribuente contro il fisco è senz'altro miope e perdente per tutti."
(B. Forte)

Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto spesso ospitato la domenica sul
Sole 24 Ore, è di recente intervenuto sul tema della responsabilità etica
di coloro che esercitano la professione di dottore commercialista.
L'articolo è talmente intriso di argomentazioni deboli e a mio parere del
tutto non condivisibili che impiegherò qualche giorno a commentarlo nei
suoi punti più significativi.

Oggi comincio con le prime affermazioni che mi lasciano perplesso, perché
monsignor Forte sembra che parli più da direttore dell'Agenzia delle
entrate che da pastore di anime. Dunque, il commercialista non dovrebbe
avere a cuore i soli interessi del cliente (che è poi colui che paga la sua
prestazione professionale), bensì pensare anche a quelli della
collettività. E per chi, come il sottoscritto, rimanesse interdetto di
fronte a un concetto fumoso come "interesse della collettività", monsignor
Forte spiega che il commercialista deve mediare tra interessi pubblici e
privati "non contrapponendoli, ma commisurandoli, affinché il bene comune
sia effettivamente il bene dei singoli, e questo sia a sua volta
finalizzato al bene di tutti".

In pratica, il bene comune deve essere il bene dei singoli, ma questo deve
essere finalizzato al bene di tutti. Qualunque cosa significhi il bene di
tutti, che a me ancora sfugge. O, per meglio dire, a me pare un concetto
dal significato del tutto soggettivo. E credo che possano sorgere – e in
effetti sorgano – dei problemi quando il singolo abbia idee diverse dagli
altri sul bene comune e, magari, sia mal disposto (per usare un eufemismo)
a essere costretto da altri a perseguire con i propri averi quello che
costoro ritengono essere il bene comune.

Dopo aver usato un linguaggio un po' "nebbioso" per identificare il bene
del singolo con il bene di tutti, monsignor Forte sentenzia in modo
perentorio che "la logica che veda nel commercialista soltanto l'alleato
del contribuente contro il fisco è senz'altro miope e perdente per tutti".

Nei prossimi giorni approfondirò la questione, ma a prima vista mi sembra
che anche l'accusa di miopia sia frutto di un parere meramente soggettivo.
Al tempo stesso, la logica dell'alleanza tra cliente e commercialista
contro il fisco potenzialmente è soddisfacente per almeno questi due
soggetti, il che esclude che sia perdente in ogni caso per tutti.

Piaccia o meno a monsignor Forte, chi paga le tasse non aspira a
massimizzare il carico fiscale (la stessa Chiesa cattolica, sia detto per
inciso, non si è offerta volontariamente per pagare l'Imu, mentre sosteneva
che fosse giusto che la pagassero gli altri). E se paga un professionista
esperto di fisco non lo fa perché costui gli indichi la strada per pagare
più tasse possibile. Altrimenti un perdente certo ci sarebbe: il
cliente-contribuente.

    

lunedì 24 marzo 2014

Scorie - Il Maestro delle bolle

"Durante il mio lavoro alla Fed, ho imparato che la condizione necessaria,
e probabilmente sufficiente, per l'esistenza di una bolla è un lungo
periodo di stabilità economica, con bassa inflazione. Una condizione che
porta inevitabilmente a una bolla. Si può provare a disinnescarla, come
abbiamo fatto nel 1994, ma abbiamo fallito, il risultato finale era
inevitabile. L'unica possibilità è cercare di rompere alla radice
l'esuberanza irrazionale che porta alla creazione di queste bolle, ma è un
risultato fuori dalla portata della Fed."
(A. Greenspan)

Alan Greenspan, il "Maestro" della politica monetaria caduto in disgrazia
con la crisi iniziata nel 2007 dopo circa un ventennio passato alla
presidenza della Federal Reserve, continua con una certa assiduità a essere
intervistato. Di recente gli chiedono spesso un parere sulle bolle
finanziarie.

Greenspan ritiene che il risultato finale, quando una bolla si è gonfiata,
sia inevitabile. E su questo si può essere d'accordo. Su tutto il resto,
penso di no.

I lunghi periodi di stabilità con bassa inflazione sono in realtà
caratterizzati da una dinamica contenuta degli indici dei prezzi al
consumo, ma da una più o meno consistente contrazione dei premi per il
rischio non dovuta a chissà quali particolari congiunzioni astrali, bensì a
politiche monetarie espansive che distorcono l'interazione tra domanda e
offerta di denaro e, di conseguenza la formazione dei prezzi di diversi
beni.

La stessa "esuberanza irrazionale", espressione tanto cara a Greenspan,
probabilmente sarebbe meno evidente se la politica monetaria falsasse meno
la formazione dei prezzi, a partire da quello fondamentale in un'economia
caratterizzata dall'utilizzo della moneta e del credito: i tassi di
interesse.

L'abbassamento artificiale dei tassi di interesse provoca un aumento del
valore attuale netto degli investimenti, finendo per rendere ex ante
redditizi anche investimenti che non lo sarebbero in assenza di distorsioni
dovute alla politica monetaria. Questi investimenti, che Mises definiva
"malinvestimenti", sono destinati a rivelarsi ex post fallimentari, per il
semplice fatto che la loro redditività dipende solo da una prosecuzione
della politica monetaria inflattiva, la quale, però, o viene interrotta per
fini "prudenziali" (quello che cercò di fare Grenspan nel 1994, ad
esempio), oppure può portare a una spirale di iperinflazione e implosione
del sistema monetario.

Quest'ultima ipotesi è spesso derisa dai fautori della creazione di moneta
come soluzione a ogni problema, ma storicamente si è verificata più volte e
il fatto che nel caso degli Stati Uniti non si arrivi all'implosione con la
stessa velocità con cui ci si arriva nello Zimbabwe non significa che si
possa escludere del tutto un esito analogo. Semplicemente è necessario un
periodo di tempo più prolungato, ma sarebbe una pretesa vana e pericolosa
supporre di riuscire a individuare in anticipo il momento in cui
interrompere la droga monetaria per evitare il collasso.

In ogni caso la storia dell'ultimo secolo fornisce diverse prove del fatto
che ogni fase di crescita dell'economia supportata da una politica
monetaria espansiva è seguita da una crisi di portata più o meno
consistente, oltre che da una tendenza, durante la fase di crescita, a
trascurare l'equilibrio dei conti pubblici, dato che il denaro è a buon
mercato (anche e soprattutto per gli Stati).

In definitiva, ciò che è fuori dalla portata della Fed e di tutte le banche
centrali è riuscire a "gestire" il ciclo economico. Se si limitassero a non
fare nulla gli scossoni sarebbero molto meno frequenti e dolorosi, anche se
svanirebbero molte illusioni sulla possibilità di arricchirsi senza sforzo
e a spese altrui.

    

venerdì 21 marzo 2014

Scorie - Sul fallimento

"Roma non può tecnicamente fallire, è sotto gli occhi di tutti che il
proprio patrimonio immobiliare e societario è largamente e enormemente
superiore ai debiti che in questi anni sono stati contratti. E' proprio
sulla leva del patrimonio che costruiremo le nostre azioni di risanamento:
razionalizzeremo, valorizzeremo e metteremo a reddito, tagliando gli
sprechi."
(I. Marino)

Queste le parole del sindaco Ignazio Marino poche settimane dopo che il
governo ha messo l'ennesima pezza da quasi 600 milioni di euro, ovviamente
a carico di tutti gli italiani, al malandato bilancio del comune di Roma.
Marino sarà probabilmente un ottimo medico, ma di amministrazione e bilanci
ho l'impressione che non capisca granché.

Premesso che anche disponendo di un enorme patrimonio immobiliare e
societario nessun amministratore che non sia anche proprietario privato di
quel patrimonio dovrebbe permettersi di accumulare debiti e perdite come è
successo a Roma in modo perfettamente bipartisan nel corso degli ultimi
decenni, quelle promesse di Marino sembrano tanto promesse da marinaio.

Di razionalizzazioni, valorizzazioni, messe a reddito e taglio di sprechi
hanno parlato tutti coloro che hanno portato allo sfascio il bilancio
comunale, senza peraltro fare nulla di concreto in tal senso. Si potrebbe
obiettare che Marino ha ereditato una situazione difficile e già in gran
parte compromessa. Indubbiamente è così, ma negli ultimi nove mesi qualcosa
avrebbe potuto iniziare a fare, mentre pare che l'unico sforzo concreto sia
consistito nel battere cassa nei confronti del resto degli italiani.

Quanto al fatto che Roma non possa tecnicamente fallire, non ne sarei così
convinto. Il patrimonio che potrebbe avere un valore ben superiore a quello
dei debiti accumulati non è lo stesso di pertinenza delle società
indebitate e non credo che sia intenzione di Marino mettere monumenti e
opere d'arte a collaterale di quei debiti. Ma se un debitore non può o non
vuole concedere in garanzia i sui attivi di valore, non può neppure
pretendere che i creditori si accontentino di sapere che quegli asset
esistono, dato che non potrebbero escuterli in caso di inadempimento da
parte del debitore.

Tecnicamente Roma può dunque fallire, e se ciò non accade è solo perché, di
volta in volta, si impone al contribuente tricolore di tappare i buchi.


giovedì 20 marzo 2014

Scorie - Ci eravamo tanto odiati

"Diciamo le cose come stanno: hanno perso la partita. Fanno polemiche
intorno al mio 46% tra gli iscritti? Facciano. Quando avrò ottenuto il 60%
tra gli elettori delle primarie voglio vedere cosa s'inventeranno… Massimo
ha scommesso tutto sulla mia sconfitta: mi attacca con qualunque argomento,
continua a organizzare la resistenza."
(M. Renzi, 19 novembre 2013)

"Io manco lo sapevo chi fosse Renzi. Lui però si è affermato sulla scena
politica avendo come principale parola d'ordine 'Rottamare D'Alema'."
(M. D'Alema, 9 dicembre 2013)

"Le proposte di D'Alema nel suo libro sono interessanti. Trovo
'preoccupanti' coincidenze…"
(M. Renzi, 18 marzo 2014)

"Quello avviato da Matteo è un programma coraggioso e realistico."
(M. D'Alema, 18 marzo 2014)

Come cambiano le cose in pochi mesi; come cambiano i sentimenti reciproci
tra le persone. Se poi da una parte c'è di mezzo la voglia di tornare a
contare qualcosa nel partito e dall'altra si cerca di piacere a tutti dopo
aver voluto rompere con la vecchia guardia, quei sentimenti cambiano anche
di più.

Realpolitik, dicono alcuni. Ipocrisia, penso io. E non ritengo opportuno
aggiungere altro.

    

mercoledì 19 marzo 2014

Scorie - Un passo utile

"La questione è come uscire dalla trappola dell'accumulazione infinita di
Marxiana memoria, ossia un processo di concentrazione crescente della
ricchezza che finisce per destabilizzare e distruggere ogni forma di
sviluppo… La sola soluzione in questo caso è la tassazione progressiva del
capitale. Soprattutto in Italia questo è probabilmente un passo utile."
(G. Barba Navaretti)

Una volta Giulio Tremonti disse che se un politico vuole prendere un
applauso gli basta parlare male delle banche. Effettivamente si tratta di
una euristica piuttosto collaudata. Lo stesso potrebbe dirsi, credo, se
l'argomento fosse la "sperequazione" nella distribuzione della ricchezza.
Meglio se condita da proposte di utilizzo del randello fiscale per fare
"giustizia". Standing ovation a Ballarò o Servizio Pubblico e, perché no,
un articolo pubblicato non sul Manifesto, ma sul Sole 24 Ore.

Barba Navaretti recensiva qualche settimana fa un libro sulle pagine
culturali della domenica del Sole, e mi pare non abbia saputo resistere al
richiamo del consenso che suscita l'invocazione del randello fiscale per
aumentare la tassazione sul capitale, rendendola progressiva.

Non è tanto della tassazione progressiva del capitale che mi interessa
occuparmi in questa sede, quanto di una causa macroscopica dell'aumento
della concentrazione della ricchezza che quasi sempre viene ignorata, non
si sa quanto in buona fede.

Mi riferisco all'impatto delle politiche monetarie ultraespansive, che
hanno sempre un effetto redistributivo a favore dei primi percettori dei
flussi di denaro creato dalle banche centrali. Applaudire le banche
centrali quando abbassano i tassi di interesse fino a zero e acquistano
decine di miliardi di titoli ogni mese aumentando la base monetaria per poi
lamentarsi dell'aumento della ricchezza dei primi percettori di quei flussi
di denaro (per lo più intermediari finanziari) a me pare assurdo. Eppure è
quello che chiunque può constatare quotidianamente.

Credo che invece di invocare l'uso del fisco per porre rimedio a una
distribuzione della ricchezza che non è ritenuta soddisfacente sarebbe
meglio rimuovere una delle macrocause. Perché la ricchezza accumulata
grazie ai benefici della redistribuzione inflattiva non è la stessa cosa di
quella accumulata grazie a redditi prodotti sul libero mercato e in parte
più o meno consistente risparmiati.

In altre parole, è il concetto di redistribuzione che dovrebbe essere
respinto, sia che venga attuato mediante tassazione esplicita, sia che
avvenga mediante tassazione surrettizia (inflazione). Questo passo sarebbe
davvero utile in Italia e non solo.

    

martedì 18 marzo 2014

Scorie - L'irrigatore

"Il problema con queste due misure – l'aumento del deficit e il torchio
(fisico o elettronico) della moneta – è che hanno sempre destato istintive
diffidenze: sembrano cose troppo facili, fughe irresponsabili e pericolose
dai principi della buona amministrazione. Ma è una nomea non meritata:
escluderle per principio dal novero delle misure possibili sarebbe
altrettanto goffo quanto rifiutare, durante una siccità nei campi, di
aprire i canali di irrigazione per paura di causare inondazioni."
(F.Galimberti)

Da buon difensore delle politiche keynesiane, Fabrizio Galimberti cerca di
convincere i lettori che avessero (a mio parere più che comprensibili)
"istintive diffidenze" che si sbagliano e che, in realtà, "escludere per
principio" il deficit spending finanziato dalla creazione di denaro dal
nulla sarebbe "goffo quanto rifiutare, durante una siccità nei campi, di
aprire i canali di irrigazione per paura di causare inondazioni".

A prima vista qualcuno le cui diffidenze fossero solo "istintive" potrebbe
trovare convincenti le parole di Galimberti. A mio parere, invece, la
siccità nei campi non c'entra un bel nulla con l'irrigazione della spesa
pubblica mediante stampa di denaro.

In primo luogo l'acqua è presente in natura, non è un prodotto artificiale.
In secondo luogo, l'economia non si trova mai realmente a corto di moneta,
a differenza di un appezzamento di terreno bisognoso di irrigazione. L'idea
che la quantità di moneta debba crescere in misura più o meno costante
durante le fasi positive del ciclo economico e debba addirittura essere
incrementata senza troppe remore durante le fasi recessive è un errore che
accomuna (per lo più) monetaristi e keynesiani, ma che non ha senso
economico, se si guarda ai dati reali e non a quelli nominali.

Se i prezzi – tutti i prezzi – fossero liberi di oscillare in base al solo
andamento della domanda e dell'offerta, senza essere distorti da fattori
esogeni (tipicamente provvedimenti normativi e regolamentari), il mercato
non avrebbe alcun bisogno di essere "irrigato" da liquidità creata dal
nulla.

Galimberti, però, associa l'utilizzo della stampa di moneta al
finanziamento della spesa pubblica, per contenere il costo del
finanziamento del deficit, a suo parere necessari quando la domanda privata
è carente. Da questo punto di vista, va segnalato che i più radicali
risolverebbero (si fa per dire) il problema prevedendo per legge la
monetizzazione della spesa pubblica, evitando allo Stato di contrare debiti
per finanziare la spesa in deficit. Questo i keynesiani "mainstream" come
Galimberti lo ritengono sconsigliabile. In altri termini, in questo caso
anche loro sono colti da "diffidenze" più o meno istintive.

Perché, dunque, qualcuno insiste nell'esprimere contrarietà alla creazione
(ancorché "moderata", ovviamente secondo gradi di moderazione soggettivi)
di denaro dal nulla e al deficit spending? Detto in estrema sintesi, perché
le "diffidenze" che per qualcuno sono istintive, lo dovrebbero essere anche
ragionando guidati dal buon senso.

Se la quantità di moneta viene aumentata non vi è alcuna variazione nella
ricchezza (beni e servizi) reale. Semplicemente la ricchezza reale
esistente viene redistribuita a vantaggio dei primi percettori del denaro
di nuova creazione e a svantaggio di chi quei soldi non li vedrà mai. Se
così non fosse, è evidente che nessuno dovrebbe fare alcuno sforzo per
produrre ricchezza e potremmo vivere tutti quanti nella bambagia (e
purtroppo c'è anche chi crede che ciò sarebbe possibile).

Anche la spesa pubblica finanziata in deficit non fa altro che
redistribuire ricchezza presente o futura (se una parte del deficit viene
prima o poi coperta da un aumento delle tasse). Finanziare il deficit
creando denaro non fa altro che sostituire la tassazione esplicita con
quella implicita (e probabilmente ancor più detestabile) dell'inflazione.

Lo stesso Keynes, in fin dei conti, già nei primi capitoli della Teoria
Generale indicava nella confusione tra salari nominali (quelli sui quali si
concentrerebbero i percettori) e salari reali la chiave di volta per
superare le resistenze a una diminuzione dei salari nominali.

Detto che questa impostazione è viziata, come tante altre della
macroeconomia, dalla considerazione di dati aggregati che eliminano
artificialmente le peculiarità che si possono cogliere solo con un'analisi
microeconomica, alla fine la presunta soluzione consisterebbe nell'ottenere
con l'inganno ciò che non si riesce (agevolmente) a ottenere con la
contrattazione.

A parte il fatto che un raggiro del genere può funzionare solo a breve
termine e un suo proseguimento porta inevitabilmente a livelli di
inflazione crescenti, l'idea stessa a me pare del tutto inaccettabile.
Eppure chi nutre anche solo "istintive diffidenze" è tacciato di essere
goffo, come chi non apre i canali di irrigazione durante la siccità per
paura delle inondazioni. Considerando chi manovra le chiuse le diffidenze
sono ben motivate, a mio parere.

lunedì 17 marzo 2014

Scorie - Fanfaronate: addendum

"Se non passa non è che mi dimetto da presidente, lascio proprio la
politica. Perché sono qui non per interesse personale, ma, come diceva La
Pira, per fare gli interessi della povera gente."
(M. Renzi)

Così il presidente del Consiglio ha risposto a chi gli chiedeva cosa
avrebbe fatto se non fosse passata la riforma del Senato. In questi giorni
la loquacità di Matteo Renzi è più incontenibile del solito e la mia
impressione è che all'aumentare della quantità di parole pronunciate
aumenti in misura esponenziale anche la quantità di stupidaggini che gli
escono di bocca.

Una delle cose più scontate e banali che qualunque politico ripete più o
meno spesso è la sua professione di altruismo e disinteresse per se stesso.
Anche Renzi, che pure vorrebbe passare per "nuovo" – dove con ogni
probabilità la novità è ritenuta dall'innovatore anche un miglioramento
rispetto al passato e alla concorrenza – non ci ha risparmiato la retorica
del "fare gli interessi della povera gente".

Ora, è evidente che nessuno ammetterà mai che il potere gli piace e che è
in primo luogo per se stesso e per le proprie ambizioni che fa politica in
generale e il presidente del Consiglio in particolare (quanto meno Giulio
Andreotti ebbe l'onestà di dire che "il potere logora chi non ce l'ha");
tuttavia il silenzio sull'argomento sarebbe già un second best rispetto
alla sincerità, la quale è evidentemente incompatibile con l'ascesa al
potere e il consenso popolare, soprattutto in politica.

Ma è altrettanto evidente che per Renzi moderare la sua incontinenza
verbale sarebbe più difficile che essere sincero. Staremo a vedere come
andrà con il Senato e tutte le altre cose che sta promettendo di fare. Non
vorrei che gli riuscisse bene solo l'aumento della tassazione sulle
cosiddette rendite finanziarie. In ogni caso, considerando che fa politica
da quando era un ragazzino ma che ha ancora 39 anni, dubito che dopo un
eventuale fallimento si dedicherebbe ad altro.

Chi è animato da spirito missionario non è disposto a lasciare la povera
gente al proprio destino solo perché non è stato capace di mantenere una
delle tante promesse fatte.

venerdì 14 marzo 2014

Scorie - Fanfaronate (2/2)

"Dal 1° maggio faremo un'operazione sull'Irap che si finanzierà con
l'aumento della tassazione sulle rendite dal 20 al 26% (2.6 miliardi)
L'Irap si ridurrà del 10%."
(M. Renzi)

Questo ha dichiarato Matteo Renzi al termine del CDM del 12 marzo.
Elencando una serie di tagli di tasse e aumenti di spesa e crediti di
imposta, sostenendo tra l'altro che non sarebbero stati coperti da maggiori
altre imposte, ha però smentito se stesso ammettendo che un parziale taglio
dell'Irap sarà finanziato aumentando la tassazione sulle cosiddette rendite
finanziarie, ancora una volta escludendo i titoli di Stato.

Così la maggior aliquota gravante sui titoli non emessi dallo Stato (o da
esso garantiti) passerà dagli attuali 7.5 a 13.5 punti percentuali. Detto
in altri termini, la tassazione per i titoli emessi da soggetti privati
sarà più che doppia rispetto a quella che colpisce i titoli di Stato.

Già a partire dal 2012, l'aumento dal 12.5 al 20% dell'aliquota, sempre
solo per titoli di emittenti privati, aveva introdotto una distorsione a
favore dello Stato. Adesso questa distorsione non fa che peggiorare. In
pratica tutti i risparmiatori persone fisiche, ossia i soggetti fiscalmente
"nettisti", avranno una ulteriore spinta a preferire titoli di Stato
rispetto, ad esempio, a obbligazioni di emittenti privati, con un effetto
spiazzamento per via fiscale che costringerà questi ultimi a offrire
rendimenti lordi superiori per competere con il Tesoro. E lo spread di
rendimento dovuto alla distorsione fiscale tende ad aumentare con l'aumento
dei rendimenti di mercato. Per esempio, se il rendimento lordi di un titolo
di Stato è pari al 2.5%, per avere lo stesso rendimento netto un emittente
privato deve pagare il 2.96% lordo, mentre se il titolo di Stato rende il
4%, quello privato deve rendere il 4.73%. Qui prescindo, peraltro, da
considerazioni circa i diversi premi per il rischio di credito o di
liquidità dei diversi strumenti.

Se un emittente si finanzia solo presso investitori "lordisti" il problema
è trascurabile, ma resta il fatto che lo Stato spinge il risparmiatore,
usando la leva fiscale, a investire i propri denari in BOT, BTP e CCT.
Oppure, se si preferisce, disincentiva l'investimento in titoli non emessi
o garantiti dallo Stato. Proprio in un momento nel quale, almeno a parole,
si vorrebbe ridurre il peso del canale bancario come fonte di finanziamento
delle imprese.

A conti fatti, tra imposta sostitutiva sui redditi di capitale e
patrimoniale camuffata da imposta di bollo, un risparmiatore nettista
finirà per lasciare allo Stato quasi un terzo del rendimento lordo. E
questo senza considerare la sciagurata Tobin Tax che colpisce (per ora
solo) gli acquisti di azioni e derivati, e sorvolando sulla anacronistica
distinzione tra redditi di capitale (interessi, dividendi, premi) e redditi
diversi (plusvalenze o minusvalenze) che non avrebbe alcuna ragione
finanziaria di esistere e che viene mantenuta solo per aumentare il gettito
per lo Stato. Finendo, tra l'altro, per penalizzare tutti coloro che non
riescono a scontare le minusvalenze realizzate all'anno T con plusvalenze
realizzate oltre l'anno T+4.

Ricordo, infine, che l'intervento sulle aliquote effettuato nel 2011 con
decorrenza 2012 voleva uniformare la tassazione tra i proventi sui depositi
(allora tassati al 27%) e quelli su azioni, obbligazioni e altri strumenti
finanziari (allora tassati al 12.5%). Quando entrerà in vigore l'aumento
prospettato da Renzi, l'aliquota unica si avvicinerà alla vecchia aliquota
massima, confermando che quando lo Stato uniforma una tassazione, finisce
per farlo al rialzo.

Di distorsione in distorsione, di tassa in tassa, questo è lo Stato. Anche
con un under 40 sul ponte di comando.

    

giovedì 13 marzo 2014

Scorie - Fanfaronate (1/2)

"Io sono determinato, non mi faccio fermare… Non accetto tutte queste
obiezioni, ricordate Tremonti? Metteva a copertura il "miglioramento del
quadro economico". E ora mi dite che io non posso questo e non posso
quello."
(M. Renzi)

Quando Matteo Renzi ha comunicato come intende finanziare una riduzione di
imposte sui redditi delle persone fisiche per 10 miliardi (peraltro
annunciata più volte per aprile, poi rimandata a maggio), ha sostenuto di
avere trovato coperture per 20 miliardi. Il problema è che quei 20 miliardi
sarebbero così composti: 7 miliardi dalla spending review; 6.4 miliardi
ipotizzando di far salire il rapporto deficit/Pil dal previsto 2.6 al 3 per
cento; 3 miliardi dalla minor spesa per interessi (a seconda delle
versioni: un giorno dice 3, un altro 2.2 miliardi); 2 miliardi dalla
tassazione sui rientri di capitali; 1.6 miliardi dalla maggior Iva
conseguente i rimborsi dei debiti della pubblica amministrazione verso le
imprese.

Più che coperture certe, si tratta, nella migliore delle ipotesi, di
speranze. I tagli di spesa potrebbero effettivamente essere fatti, ma si
tratta di capire se questa volta, a differenza di tante altre in passato,
si andrà oltre gli annunci. E' chiaro che, per essere credibili, quei tagli
devono essere circostanziati e non solo accennati. Il fatto che il
commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, abbia dichiarato che i
miliardi di tagli saranno solo 3 nel 2014, non lascia ben sperare.

Quanto ad aumentare il rapporto tra deficit e Pil, probabilmente si andrà
verso il 3 per cento anche senza allentare i cordoni della borsa, dato che
la stima del governo precedente si fondava sull'ipotesi di crescita del Pil
pari all1.1 per cento nel 2014. Un dato al quale ha sempre creduto solo
Saccomanni (e forse nemmeno lui), mentre tutti coloro che fanno previsioni
(compreso il nuovo ministro dell'Economia) collocano quel numero nel range
0.5-0.7 per cento.

Anche sulla minor spesa per interessi è bene tenere presente che si saprà
solo ex post se i risparmi ci saranno effettivamente stati, considerando
che sono passati solo due mesi e che la gran parte dei collocamenti di
titoli di Stato per il 2014 devono ancora essere fatti. Dato che i
rendimenti dei titoli italiani sono scesi senza che ciò fosse giustificato
da un miglioramento sostanziale nei dati economici e di finanza pubblica,
nulla vieta che un domani, anche a scenario invariato, possano tornare a
salire.

Venendo alle imposte e sanzioni incassate da coloro che aderiranno alla
cosiddetta voluntary disclosure, anche in questo caso Renzi quantifica in 2
miliardi per il 2014 quello che lui spera di incassare, ma non vi è nulla
di certo in quel numero.

E lo stesso si può dire per la maggiore Iva conseguente i rimborsi della
pubblica amministrazione alle imprese, su cui le cose stanno andando a
rilento rispetto ai proclami dei due precedenti governi.

Tutto ciò detto, le coperture indicate da Renzi non si discostano tanto, a
tutti gli effetti, da quelle dovute al "miglioramento del quadro economico"
che il presidente del Consiglio attribuisce all'ex ministro Tremonti. Tra
l'altro non è che l'ultimo governo del quale Tremonti ha fatto parte abbia
avuto una fine molto gloriosa. Da qualunque punto di vista si voglia
valutare quel periodo – sia, cioè, che si sposi la tesi del complotto
internazionale contro Berlusconi, sia che si considerino gli avvenimenti
della seconda metà del 2011 una conseguenza dei disastri di quel governo –
è un fatto che quel tipo di coperture non incontrarono il favore dei
partner europei, né di chi deve decidere se comprare o vendere titoli di
Stato italiani.

Renzi crede forse che l'apertura di credito che gli è stata fatta finora
dentro e fuori l'Italia sia illimitata, ma potrebbe accorgersi in tempi non
troppo lunghi che non è così, soprattutto se continuerà a sparare
fanfaronate offendendosi poi se qualcuno dubita delle sue affermazioni,
anche quando queste sono palesemente non credibili.

mercoledì 12 marzo 2014

Scorie - Europeismo vacuo

"L'Europa non è il problema ma una delle soluzioni. Abbiamo bisogno di
un'Europa più forte, più solidale, più prospera e più giusta."
(M. Roth, T. Repentin)

Michael Roth e Thierry Repentin sono ministri degli affari europei di
Germania e Francia. Nel loro caso, come in tanti altri, le dichiarazioni
solenni sono tanto dense di retorica quanto vuote di contenuti concreti.

Se uno sostiene che "l'Europa non è il problema ma una delle soluzioni"
dovrebbe anche spiegare perché la pensa in quel modo. La cosa varrebbe
anche in caso contrario, ossia se uno ritenesse che l'Europa non è la
soluzione ma uno dei problemi. I due ministri, però, si limitano a fare
affermazioni che probabilmente ritengono essere autoevidenti, ma che in
realtà non lo sono.

Nello stesso contesto hanno anche affermato: "Dobbiamo ridare vitalità
all'Europa della solidarietà". E per quale motivo? Non lo dicono.

Ancora: "A lungo l'Europa sociale non è stata altro che un argomento per
discorsi altisonanti". Questo indubbiamente è vero, ma non si notano grandi
differenze (in meglio) nei proclami franco-tedeschi in questione.

"Oggi dobbiamo riprendere ovunque in Europa la crescita, ma una crescita
solidale, che non lasci nessuno per strada". Cosa concretamente intendano
con questo proclama non è specificato, anche se il retrogusto è quello
delle classiche soluzioni redistributive tanto care ai socialisti di ogni
dove.

Dulcis in fundo, nonostante abbiano accatastato una serie di affermazioni
del tutto vuote di contenuto concreto, i due ministri sostengono che
"L'Europa che portiamo avanti insieme è un'Europa delle soluzioni concrete
e un'Europa che rafforza i propri valori". Anche in questo caso, le
"soluzioni concrete" non sono indicate, mente i valori, al di là della
"solidarietà" (ovviamente quella imposta agli altri) non si sa quali siano.

Io credo che se l'europeismo "senza se e senza ma" riesce al massimo a
esprimere queste vuote banalità, ben difficilmente risulterà convincente
alle orecchie di tanti europei. Con buona pace anche dei numerosi
europeisti all'amatriciana che pontificano in Italia, costruendo
sull'Europa carriere politico-burocratiche con remunerazioni che nel
settore privato si sognerebbero, ma ovviamente dichiarando il loro amore
per l'Europa del tutto disinteressato.

martedì 11 marzo 2014

Scorie - Vacanze romane

"E' un vero piacere essere a Roma specialmente in questo momento di
transizione con un nuovo governo che sta facendo progressi importanti nella
crescita e nell'affrontare la disoccupazione."
(J. Kerry)

John Kerry, segretario di Stato americano, è passato per Roma e ha detto
queste cose. Non che Kerry sia un politico particolarmente brillante,
altrimenti non si spiegherebbe la sconfitta all'epoca infertagli da George
Bush Jr, che a sua volta non verrà certo ricordato come il miglior
presidente degli Stati Uniti.

Qui, però, siamo di fronte sia a una dimostrazione della mediocrità di
Kerry, sia all'evidenza che l'Italia non conta assolutamente nulla, se il
ministro degli Esteri degli Stati Uniti non ritiene necessario neppure
preparare una frase meno banale e stupida da raccontare ai giornalisti.

Fino a un mese fa gli Stati Uniti elogiavano il governo Letta, oggi trovano
piacevole "essere a Roma specialmente in questo momento di transizione con
un nuovo governo che", udite udite, "sta facendo progressi importanti nella
crescita e nell'affrontare la disoccupazione".

A dire il vero il nuovo governo finora ha fatto solo chiacchiere (e
probabilmente non avrebbe potuto essere altrimenti); certamente non ha
fatto nessun progresso, men che meno importante, nella crescita e
nell'affrontare la disoccupazione. E in un paio di settimane non li avrebbe
fatti neanche mago Merlino. Questo a prescindere dal fatto che uno ritenga
verosimile che questi progressi ci saranno in futuro oppure no.

Di certo, se per ogni chiacchiera del presidente del Consiglio le imprese
assumessero un lavoratore si raggiungerebbe la piena occupazione al più
tardi entro fine 2014. Forse Kerry pensa che le cose funzionino così.

lunedì 10 marzo 2014

Scorie - Stupidi elogi alla Fed

"A differenza di quanto avvenne negli anni Settanta, oggi la Federal
Reserve ha un'enorme credibilità nel contrastare l'inflazione. La prova?
Nonostante tutti i soldi stampati, i sondaggi mostrano che le attese di
inflazione delle famiglie sono basse. Ancor più convincente è il mercato da
oltre un trilione di dollari di Treasury Inflation-Protected Securities
(TIPS). Esso evidenzia che gli investitori si attendono una crescita
dell'indice dei prezzi al consumo solo del 2.27% nei prossimi 10 anni.
Bassi tassi di interesse sui titoli del Tesoro decennali mostrano
ulteriormente la fiducia nella Fed."
(T. Crescenzi)

Tony Crescenzi lavora a PIMCO, società statunitense del gruppo tedesco
Allianz che gestisce il più grande fondo obbligazionario al mondo.
Periodicamente scrive per gli investitori occupandosi di banche centrali, e
in particolare della Fed.

Commentando l'esordio di Janet Yellen alla presidenza della banca centrale
statunitense, Crescenzi si è unito al coro di coloro che apprezzano della
neo presidentessa l'atteggiamento da "colomba", definizione che
nell'ornitologia finanziaria viene attribuita a un banchiere centrale che
ama politiche monetarie prevalentemente espansive.

Non brillando certo per originalità di pensiero, Crescenzi sostiene poi che
oggi la Fed ha "un'enorme credibilità nel contrastare l'inflazione",
diversamente dagli anni Settanta. Ovviamente la prova è l'andamento
dell'indice dei prezzi al consumo, il cui rialzo è quasi unanimemente
identificato con l'inflazione. Credo sia sempre utile ricordare che
l'andamento dei prezzi al consumo (e dei prezzi in generale) è conseguenza
dell'inflazione, consistente nell'incremento dell'offerta di moneta a sua
volta conseguenza di politiche monetarie espansive.

Generalmente prima che aumentino i prezzi al consumo aumentano i prezzi
delle attività finanziarie e reali. A differenza degli anni Settanta, i
prezzi al consumo sono soggetti a pressioni ribassiste per lo più a causa
dell'apertura delle economie e della conseguente offerta di beni di consumo
a prezzi contenuti da parte dei Paesi in via di sviluppo, oltre che
dell'aumento del peso negli indici di prodotti tecnologici che hanno fin
qui presentato prezzi strutturalmente decrescenti per via del forte tasso
di innovazione.

Basterebbe uno sguardo all'andamento dei prezzi al consumo prima del 2007
per rendersi conto che, limitandosi a quelli, non ci si accorge di bolle
che si gonfiano su altri prezzi. Lo stesso dicasi per la stima
dell'andamento dei prezzi al consumo implicita nei TIPS decennali. Tra il
2001 e il 2007 non ha mai superato il 2.78 per cento, attestandosi
mediamente al 2.15 per cento. Livelli certamente non allarmanti, eppure
qualche problema la politica monetaria di quegli anni lo ha generato.

Ma tutto torna (si fa per dire) quando Crescenzi porta a sostegno della sua
tesi sulla fiducia verso la Fed i bassi tassi di interesse sui titoli
decennali del Tesoro, pesantemente comprati dalla stessa Fed nell'ambito
delle diverse misure di quantitative easing (ossia monetizzazione del
debito pubblico) attuate negli ultimi anni. Una vera e propria profezia che
si autoavvera.

Capisco che ci sia chi ha motivo di entusiasmarsi per gli effetti della
politica espansiva della Fed, ma un minimo di pudore non farebbe male.

venerdì 7 marzo 2014

Scorie - Il sinistro colpo di grazia

"Puntiamo a un intervento pubblico anticiclico perché è evidente che il
mercato da solo non ha nessuna intenzione di risolvere il grave problema
della disoccupazione… bisogna dare uno shock all'economia riducendo anche a
parità di salario l'orario di lavoro."
(G. Migliore)

Gennaro Migliore, parlamentare di SEL, ha presentato assieme ad alcuni
colleghi di partito un disegno di legge che prevede l'assunzione di 1.5
milioni di persone da parte dello Stato, per la modica somma di 17 miliardi
di euro in tre anni.

Nella relazione tecnica si può leggere che "Lo Stato come datore di lavoro
di ultima istanza ha basi teoriche molto approfondite ed è in grado di
creare occupazione in tempi rapidi, anche in una situazione di recessione".
E chi ne dubita; il problema è che lo Stato crea posti di lavoro, non
lavoro. Quest'ultimo, semmai, lo distrugge, dato che per finanziare le
assunzioni (spesso inutili o "socialmente utili", e la differenza tra le
due è solo di forma) deve redistribuire la ricchezza esistente o prenderla
a prestito dal futuro, aumentando il debito.

Ma, come direbbe Bastiat, i posti di lavoro creati oggi si vedono, mentre
quelli che non sono creati o distrutti per via della tassazione necessaria
a finanziare questa spesa pubblica non si vedono, così come non si vedono
quelli non creati o distrutti in futuro.

Già che ci sono, poi, a SEL hanno pensato di fare le cose in grande: non
solo 1.5 milioni di dipendenti pubblici in più, ma anche riduzione
dell'orario di lavoro a parità di salario per tutti quanti, in ossequio al
concetto tanto vecchio quanto errato del "lavorare meno, lavorare tutti".

Probabilmente a questi signori non sorge il dubbio che si tratti di una
stupidaggine sesquipedale: se la quantità di lavoro fosse indipendente dal
costo dello stesso, esisterebbe sempre la possibilità di suddividerla in
modo tale da consentire a chiunque lo volesse di avere un lavoro. La
realtà, però, non ha nulla a che vedere con questa illusione.

Non è vero che "il mercato da solo non ha nessuna intenzione di risolvere
il grave problema della disoccupazione". Non si tratta di essere
intenzionati o meno: si tratta di guardare alla realtà con la quale ogni
impresa deve fare i conti senza potersi neppure permettere le illusioni
semplicistiche di certi veterocomunisti. E la realtà evidenzia, purtroppo,
che in Italia ci sono seri problemi di competitività, causati in gran parte
da un eccesso di tassazione che finisce per rendere leggere le buste paga
nette per chi le percepisce e pesanti quelle lorde per chi le paga.

Temo che lo shock di cui parla Migliore l'economia lo avrebbe davvero se si
desse seguito alla sua proposta. Sarebbe il colpo di grazie.

    

mercoledì 5 marzo 2014

Scorie - Le ambizioni di Angelino

"Non è vero che si voterà l'anno prossimo, perché abbiamo bisogno di tempo
per diminuire le tasse e realizzare un programma ambizioso."
(A. Alfano)

Angelino Alfano, leader del Nuovo Centro Destra, un partito per il quale, a
giudicare dalla storia recente, suppongo si contino più convegni che
sostenitori/elettori, ha voluto ribattere agli ex amici di Forza Italia che
ritengono questa legislatura destinata a durare non più di un altro anno.

La posizione di Alfano è politicamente comprensibile: le elezioni
rischierebbero di lasciarlo fuori non solo dal Governo, ma anche dal
Parlamento. Si può capire, quindi, che cerchi di esorcizzare ogni ipotesi
di voto anticipato, sperando, da qui al 2018, di aver trovato il modo di
garantirsi una permanenza quanto meno in Parlamento.

La tensione, però, può fare brutti scherzi; può indurre cioè le persone,
pur considerando che si tratta di politici, a esagerare un po' troppo con i
proclami. Cosa significhi "programma ambizioso" non è meglio specificato, e
volendo essere maligni si potrebbe ipotizzare che l'ambizione sia proprio
quella di riuscire a garantirsi la permanenza in Parlamento anche la
prossima legislatura.

Più chiaro e certamente inequivocabile è il riferimento al "diminuire le
tasse". Chiaro è che nel 2014 non ci sarà alcuna riduzione di tasse, ma
altrettanto chiaro, a mio parere, è che la riduzione con questo governo non
arriverebbe neanche se la legislatura finisse non nel 2018, ma nel 2038.

Spero di sbagliarmi, ovviamente, ma già l'ipotesi di tagliare il cuneo
fiscale aumentando altre tasse (come hanno disordinatamente dichiarato il
presidente del Consiglio e alcuni ministri o economisti del PD) e la
decisione di concedere ai sindaci di aumentare la Tasi non sono un buon
punto di partenza. I ministri del NDC, tra l'altro, non brillano per
apertura all'idea di ridurre la spesa dei rispettivi ministeri, e senza una
corposa riduzione della spesa pubblica il taglio delle tasse resterà
sempre, più che un'ambizione, una autentica chimera. O un proclama vuoto
che suona come presa per i fondelli nei confronti di chi paga le tasse.

    

martedì 4 marzo 2014

Scorie - Marino fa promesse da marinaio

"Non abbiamo previsto nessun aumento di tasse perché in questo momento
riteniamo che riducendo le spese, acquistando tutto il materiale con una
centrale unica di acquisto, risparmieremo 280 milioni di euro che prima
venivano sperperati… Non credo, al di là del referendum popolare, che sia
necessario cedere la proprietà dell'acqua, di un'azienda al privato per
farla funzionare meglio. Io penso che possiamo farla funzionare molto
bene."
(I. Marino)

Ignazio Marino ha rilasciato questa dichiarazione dopo aver ottenuto quasi
600 milioni dal Governo (leggi: dai contribuenti di tutta Italia) a
copertura dell'ennesimo dissesto dei conti del Comune di Roma. Trovo
piuttosto irritanti le parole di Marino, peraltro non troppo diverse da
quelle di tutti i suoi predecessori, di qualsivoglia orientamento politico.

Apprendiamo che Marino non intende aumentare le tasse, bensì vuole ridurre
le spese. Un proposito certamente condivisibile, ma uno si attende di
sentire dichiarazioni di questo tipo da un candidato durante la campagna
elettorale, o al più dal neosindaco appena vinte le elezioni.

Marino è sindaco di Roma da oltre otto mesi, e francamente non si capisce
cosa gli abbia impedito finora di procedere a istituire "una centrale unica
di acquisto" che, a suo dire, farebbe risparmiare 280 milioni. Nei primi
giorni di mandato si faceva riprendere e fotografare mentre girava in
bicicletta con vigili al seguito e ha chiuso al traffico i Fori imperiali
con una sollecitudine che, probabilmente, avrebbe fatto bene a dedicare
all'andamento disastroso dei conti del Comune e della miriade di società da
esso partecipate.

L'altra cosa che si apprende è che Marino non ha intenzione di privatizzare
Acea e altre società partecipate in tutto o in parte dal Comune di Roma.
Società che sono autentici colabrodo, che contano più dipendenti (in minima
parte necessari e altrettanto in minima parte assunti senza raccomandazione
politica) che clienti/utenti e che non hanno mai funzionato bene. Anche in
questo caso, il pensiero di Marino è quanto meno da accogliere con
scetticismo, dato che, pur concedendogli di aver ereditato una situazione
già disastrata, non risulta che in questi oltre otto mesi abbia almeno
iniziato a far "funzionare molto bene" (e neppure benino o poc male)
qualsivoglia di quelle società.

Ci sarebbe da scommettere che fra qualche anno saremo al punto di partenza,
con l'ennesima richiesta (pretesa, sarebbe meglio dire) da parte del
sindaco di Roma in carica (chiunque esso sia) di pagamento a piè di lista
da parte dei contribuenti italiani. Ma si tratta di una scommessa che
nessun bookmaker sano di mente quoterebbe.

    

lunedì 3 marzo 2014

Scorie - Femminismo socialista

"Ho imparato tanti anni fa che donne e uomini sono uguali: è una vergogna
che abbiano stipendi diversi. Se diventerò presidente della Commissione
porremo fine a questa situazione vergognosa. Non è la vostra battaglia, non
è la nostra battaglia, questa è la mia battaglia. Le donne sono le prime
vittime della crisi. Vogliamo un'Europa in cui il denaro dei contribuenti
venga investito nel futuro delle giovani donne."
(M. Schulz)

Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo e candidato del Partito
Socialista Europeo alla presidenza della Commissione UE, divenne un eroe
dei sinistrorsi italiani quando battibeccò con Silvio Berlusconi. Nei
giorni scorsi è stato a Roma per una riunione del PSE nella quale, tra
l'altro, è stato sancito l'ingresso del PD nel PSE. Per inciso, questo è, a
tutti gli effetti, il primo traguardo raggiunto da Renzi come segretario
del PD. Gianni Agnelli sosteneva che solo un governo di sinistra poteva
fare cose di destra in Italia e, parafrasando l'Avvocato, si potrebbe dire
che solo un giovane cresciuto tra i boy scout cattolici poteva portare gli
ex comunisti nel PSE.

Schulz è il classico politico professionista senza particolari competenze,
se si esclude la capacità di parlare per frasi fatte, politicamente
ultracorrette e spesso in buona sostanza prive di contenuto concreto o,
peggio, dal contenuto dannoso. E allora eccolo, parlando a una platea di
donne, lisciare il pelo alle proprie ascoltatrici, promettere di eliminare
ogni disparità di stipendio tra uomini e donne, oltre a "un'Europa in cui
il denaro dei contribuenti venga investito nel futuro delle giovani donne".

Il malinteso egualitarismo socialista porta l'idea di trattare le persone
allo stesso modo fino al livellamento artificiale delle loro capacità. Il
problema è che stipendi uguali non significa identico trattamento delle
persone, bensì l'esatto contrario, dato che gli individui, in quanto tali,
non hanno le stesse capacità, se non eccezionalmente. In altri termini,
ogni persona è diversa dalle altre e ben difficilmente due individui
avranno le stesse identiche competenze e produttività.

Il livellamento degli stipendi è quindi la manifestazione di un trattamento
disomogeneo delle persone, uomini o donne che siano. Io credo che non
dovrebbe essere lo Stato a stabilire il livello retributivo delle persone,
né in senso assoluto, né in termini relativi, bensì un libero mercato in
cui chi offre determinate competenze e chi le richiede siano liberi di
contrattare le condizioni economiche (e non solo) del rapporto di lavoro.

Una donna con maggiori competenze potrebbe avere uno stipendio superiore a
quello di un uomo che fa un lavoro simile, e se così non fosse sarebbe
l'impresa a subirne le conseguenza in termini di minori profitti. Non credo
che lo Stato abbia migliori capacità di valutare le competenze
professionali delle persone, né un burocrate ha interesse a farlo, non
essendo in ballo il suo denaro e l'andamento della sua azienda, bensì "il
denaro dei contribuenti".

Ecco, in ultima analisi, la soluzione socialista a ogni problema: prendere
soldi a Tizio per blandire Caio (e mi si passi l'uso di Tizio e Caio invece
che quello di due signore).