mercoledì 31 dicembre 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (35)

"Ma a proposito del debito? L'Europa non tedesca non sta pagando i prezzo della passata irresponsabilità fiscale? In verità, questa storia riguarda solo la Grecia. Ed è sbagliata soprattutto nel caso della Francia, che non sta affatto affrontando una crisi fiscale; la Francia attualmente può indebitarsi a lungo termine a tassi inferiori all'1 per cento, poco oltre la Germania… Ciò che vediamo, allora, è il potere immensamente distruttivo delle cattive idee."
(P. Krugman)

Paul Krugman, spesso citato dai sostenitori delle politiche economiche keynesiane come fonte autorevole, ritiene che le cose in Europa vadano male per colpa della Germania, che non adotta una politica fiscale espansiva e, soprattutto, pone limiti agli altri Paesi dell'Area euro.

Quanto alla irresponsabilità fiscale, a parte la Grecia tutti gli altri non avrebbero colpe. In particolare la Francia, che "attualmente può indebitarsi a lungo termine a tassi inferiori all'1 per cento, poco oltre la Germania".

L'idea che un basso costo al quale uno Stato (ma il ragionamento vale, seppur in modo non uniforme, anche per i privati) riesce a indebitarsi sia un indicatore della sua "responsabilità" fiscale avrebbe senso in un contesto di libero mercato non distorto da politiche monetarie espansive.

E', invece, del tutto fuorviante nel contesto attuale, pesantemente influenzato da politiche monetarie espansive e dall'attesa, soprattutto nell'Area euro, che nei prossimi mesi la BCE aumenterà il suo "sforzo" per "combattere lo spettro della deflazione", tanto per usare i mantra ricorrenti di questi tempi.

La Francia dal 2008 a oggi ha aumentato il proprio debito pubblico di circa 30 punti di Pil, e continua ad accumulare deficit oltre il 4 per cento del Pil a fronte di una crescita di quest'ultimo sostanzialmente piatta. Negli stessi Stati Uniti, dove pure i keynesiani insistono col dire che gli stimoli fiscali e monetari hanno funzionato, l'ipotesi di una rimozione, sia pur graduale, degli stimoli monetari genera periodicamente volatilità sui mercati finanziari e ha finora indotto la Fed a emanare "rassicurazioni" sul fatto che agirà senza fretta.

Le banche centrali hanno favorito l'espansione globale del debito e hanno reso il sistema economico globale totalmente dipendente da tassi di interesse bassissimi. Con ogni probabilità sperano, con lunghi anni di repressione finanziaria, di ridurre il costo reale del debito. A farne le spese saranno soprattutto i pensionati di domani, oggi generalmente inconsapevoli degli effetti di lungo periodo di tassi tenuti artificialmente bassi.

Tutto molto keynesiano. Questo è il vero potere distruttivo delle cattive idee.


martedì 30 dicembre 2014

Scorie - Partner sgradito

"Sul fisco dovremo passare da un'Agenzia delle Entrate nemico dei cittadini a un'agenzia partner dei cittadini. Non si fa dalla mattina alla sera ma abbiamo iniziato, è un percorso che durerà mesi, anni. L'Italia non si cambia con schiocco delle dita come Fonzie, ma con un lavoro sistematico."
(M. Renzi)

Tra le tante cose dette da un Renzi più torrenziale del solito alla conferenza stampa di fine anno, c'è anche questa. Non che sia una novità, né per Renzi, né per chi governa in generale.

Purtroppo, però, l'idea di avere un'agenzia che si occupa di fisco per conto dello Stato che sia "partner" dei cittadini è del tutto priva di senso e perfino controproducente per chi governa. Se finora l'Agenzia delle entrate è stata percepita come un nemico dai cosiddetti contribuenti non è solo per via dell'atteggiamento di chi vi lavora, di chi la dirige, e degli indirizzi politici ricevuti da chi governa pro tempore.

Con questo non intendo dire che le persone e il loro modo di agire non possano fare la differenza, bensì che l'Agenzia delle entrate, per la sua stessa funzione, non può essere partner dei cittadini. Potrà essere meno arrogante e vessatoria, ma non potrà mai cambiare la natura sostanzialmente violenta della tassazione.

Suppongo che sia il sogno di ogni governante avere cittadini contenti di pagare le tasse, ma si tratta di un sogno irrealizzabile. Per carità, ci sono certamente individui che arrivano a sostenere che le tasse siano una cosa bella, ma si tratta per lo più di persone il cui reddito deriva in tutto o in parte dal gettito fiscale. In pratica si tratta di consumatori netti di tasse.

I pagatori netti di tasse, invece, possono essere distinti in due macro categorie:

1) coloro che vorrebbero pagare meno tasse (preferibilmente zero), ma che non sono contrari di per sé alla tassazione. L'importante è che colpisca altri, e ben venga un aumento delle tasse a carico di altri se ciò serve a ridurre il conto a proprio carico. E' evidente che costoro, se potessero, andrebbero a ingrossare le fila dei consumatori netti di tasse.

2) Coloro che vorrebbero pagare meno tasse (preferibilmente zero) perché considerano le tasse illegittime in quanto violazione della proprietà privata esercitata con la minaccia dell'uso della forza da parte dello Stato. Questa è l'unica posizione coerente con il principio di non aggressione che è alla base del libertarismo e che consente di trattare tutte le persone allo stesso modo, cosa ben diversa dal tentare di renderle (quasi) uguali. Idea che, al contrario, ispira molte se non tutte le manovre fiscali.

Il problema per Renzi (e per chi governa in generale) è che un sistema basato sulla tassazione è destinato a implodere se i consumatori netti di tasse diventano strutturalmente la maggioranza dei cittadini (in Italia siamo sulla "buona" strada). Per questo l'idea che l'Agenzia delle entrate sia "partner" dei cittadini può essere perfino controproducente per chi governa. Ciò a prescindere che al governo ci sia Fonzie o Renzie.


lunedì 29 dicembre 2014

Scorie - I debiti non diventano più sostenibili alzando i parametri

"La conferenza intergovernativa della Comunità europea che partorì i criteri che ancor oggi determinano i vincoli fiscali degli Stati membri si riunì a Maastricht il 9 dicembre 1991. Che cosa succederebbe se, quasi un quarto di secolo dopo e nel tentativo di dare nuovo smalto alle regole fiscali, i governi dei paesi Ue si ritrovassero proprio a Maastricht?"
(L. Marattin)

Ho riportato l'inizio di un articolo nel quale Luigi Marattin, da qualche mese componente del Nucleo Tecnico per il Coordinamento della Politica Economica (un nome da struttura burocratica sovietica che viene in comunemente sostituito da "consiglieri economici di Renzi"), cerca di giustificare un aggiornamento al rialzo dei due principali parametri fissati con il Trattato di Maastricht: quelli che impongono limiti al 3% e al 60% del Pil rispettivamente per deficit pubblico e debito.

Scrive Marattin:

"Come noto, il "numero magico" del 3 per cento del rapporto deficit/Pil non viene dal cielo, ma dipende esclusivamente da due ipotesi: il desiderio di stabilizzare in rapporto debito/Pil al valore medio dell'epoca (il 60%), e l'ipotesi che la crescita nominale del Pil sia tendenzialmente pari al 5 per cento annuo; valore, quest'ultimo, risultante da un'ipotesi di inflazione al 2 per cento come da mandato Bce, e una crescita reale del 3 per cento. Vediamo che cosa accadrebbe se questi valori macroeconomici fossero aggiornati a quello che poi è accaduto dall'introduzione dell'euro a oggi. I valori medi di inflazione e tasso di crescita reali dell'Eurozona dal 1996 al 2011 (escludendo l'outlier del 2009) sono stati pari a, rispettivamente, 2% e 2,3%; la crescita nominale è stata quindi pari al 4,3%, contro il 5% deciso nel 1991. La revisione del primo pilastro alla base degli attuali vincoli, quindi, condurrebbe a un limite al deficit più stringente dell'attuale 3% (circa il 2,6%). Per un dato deficit nominale, infatti, un minore tasso di crescita del Pil fa alzare il rapporto e quindi richiede una soglia più stringente. Ma a essere cambiato, in questi vent'anni, è anche lo stock medio del debito pubblico nell'area Euro, che invece spinge nell'altra direzione. Mentre all'inizio degli anni Novanta esso era pari al 60% del Pil, il valore del 2013 è 90,9%. Inferiore a quello di altre aree valutarie quali Stati Uniti (122,8%), Regno Unito (92,5%) e Giappone (236%), sebbene la Uem non sia un'unione fiscale come quelle economie".

A parte che i numeri sui debiti al 2013 sono diversi da quelli riportati dal FMI (ma non è qualche punto in più o in meno che conta nel ragionamento), fin qui nulla da obiettare. Lo stesso Marattin, tra l'altro, riconosce che adeguare al rialzo l'obiettivo del debito (quindi quello del deficit) si presta a obiezioni.

Scrive infatti:

"Si potrebbe tuttavia obiettare che utilizzare la media aggiornata del debito (anziché quella, inferiore, di un quarto di secolo fa) equivarrebbe ad adeguare i propri obiettivi futuri a una performance deludente. È come se una squadra di atletica leggera composta da 18 membri il cui tempo medio di percorrenza dei 100 metri fosse stato in passato 10 secondi (e quindi tale fosse stata la soglia fissata per far parte della squadra) improvvisamente adeguasse la soglia a 15 secondi, perché tale ora è la nuova media dei componenti del gruppo. Non stiamo forse compromettendo la nostra capacità di migliorarci? L'argomento non è privo di un certo fascino. Se gli stati membri dell'Unione monetaria vent'anni fa riuscivano ad avere un rapporto debito/Pil al 60%, perché non possono riuscirci anche ora e in futuro?"

E qui cerca di giustificare quella revisione al rialzo:

"Tornando alla metafora, si può rispondere che da allora a oggi ci sono stati infortuni pesanti che hanno (forse irrimediabilmente) danneggiato le articolazioni e i muscoli non soltanto degli atleti della squadra, ma di tutte le formazioni iscritte al torneo. Pertanto può essere autorizzata una revisione al rialzo degli standard di ammissione. Anche perché, nonostante tutto, la nuova media di 15 secondi è ancora la più bassa tra tutte le squadre iscritte al torneo. Non è azzardato affermare che la globalizzazione negli anni Novanta, la Grande crisi negli anni Duemila e l'invecchiamento demografico abbiano rappresentato tre "infortuni muscolari" piuttosto rilevanti per gli "atleti" dell'eurozona e per tutte le economie concorrenti. La globalizzazione ha comportato un permanente sconvolgimento delle capacità competitive dei sistemi economici occidentali, con un conseguente aumento di domanda di protezione (costosa per le finanze pubbliche) per i fattori produttivi che durante o alla fine del percorso di ri-aggiustamento si sono trovati spiazzati. La Grande crisi ha impattato ancor più direttamente sui rapporti debito/Pil: sul numeratore ha influito la necessità di assorbire il debito privato in eccesso (causa ultima della crisi) e sul denominatore il calo del livello di attività economica strutturale dopo anni di sottoutilizzazione dei fattori produttivi. L'invecchiamento della popolazione, infine, ha posto in tutto il mondo una consistente pressione al rialzo sul costo dei sistemi di protezione sociale e sanitaria.
Il semplice aggiornamento dei dati su crescita nominale e debito ci riconsegna matematicamente un limite al deficit pari al 3,9%. Per l'Italia, ad esempio, si tratterebbe di circa 15 miliardi annui di spazio in più per aumentare la spesa o, preferibilmente, ridurre la pressione fiscale".

In sostanza, i tre "infortuni" di cui parla Marattin hanno reso meno competitive le economie occidentali, ma la soluzione non sembra quella di adeguare il ricorso al debito alle nuove condizioni, bensì cercare di continuare a vivere a condizioni non compatibili con la ricchezza reale che si riesce a produrre.

Se questo è il modo di affrontare la questione, ci saranno sempre "infortuni" a cui aggrapparsi per giustificare ulteriori ricorsi al debito. Il problema è che non basta stabilire con un trattato che il debito può essere al 90, al 100 o al 200 per cento del Pil perché esso sia sostenibile.

Negli ultimi anni le banche centrali degli Stati Uniti, del Regno Unito e del Giappone hanno sostanzialmente monetizzato una parte consistente del nuovo debito emesso da quegli Stati. In via più indiretta, anche la politica monetaria della BCE ha consentito agli Stati di ridurre l'onere sostenuto per indebitarsi. Adesso si vorrebbe che emulasse in tutto e per tutto Fed, BoE e BoJ, e probabilmente finirà per farlo nei prossimi mesi.

Ma un sistema in cui il debito aumenta più o meno illimitatamente arriva a un punto nel quale è sostenibile solo se i tassi di interesse sono strutturalmente azzerati, ossia se viene, esplicitamente o implicitamente, monetizzato. Supporre che ciò non crei mai una crisi di fiducia è quanto meno azzardato, perché presuppone credere che sia possibile prendere a prestito all'infinito ricchezza dal futuro. Un futuro in cui gli "infortuni" di cui parla Marattin potrebbero anche essere più gravi.

Marattin vorrebbe comunque porre dei limiti (non so quanto credibili, visto che quelli di Maastricht non lo sono stati), rendendo più stringente il Fiscal Compact, pur con il nuovo limite di riportare il debito al 90% del Pil e non al 60.

Aggiungerebbe, poi, una transizione verso gli Eurobond, un classico dei propugnatori degli Stati Uniti d'Europa. Gira e rigira, si arriva sempre alla mutualizzazione dei debiti, invocando il senso di "solidarietà" tra europei.

Però senza "sbragare" sulla spesa, almeno nelle intenzioni.

"Chi scrive è fermamente convinto che il rilancio di un sistema economico e in particolare dell'area euro non possa e non debba fondarsi su aumenti di spesa pubblica, ma che debba piuttosto incentrarsi su profonde riforme strutturali sul lato dell'offerta. Specialmente nel nostro Paese, in cui alle tre funzioni fondamentali della spesa pubblica (allocazione delle risorse, stabilizzazione macroeconomica e distribuzione del reddito) per troppo tempo se n'è aggiunta una quarta, vale a dire l'acquisto e l'inefficiente mantenimento del consenso politico".

Peccato che finora Renzi non abbia ridimensionato la spesa pubblica: aveva esordito dichiarando non sufficientemente ambiziosi gli obiettivi indicati dall'allora commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, ma ha finito per sbarazzarsi di Cottarelli e lasciare indietro proprio i tagli di spesa nella legge di stabilità. Alla fine, la riduzione della spesa e le privatizzazioni sono i grandi assenti (anche) nel 2014.

Aggiunge poi Marattin:

"Tuttavia nessun economista può seriamente negare che il contesto macroeconomico europeo, soprattutto se confrontato con quello di altre aree valutarie, necessiti ormai – oltre che di riforme strutturali per innalzare la competitività e completare il mercato unico - di una massiccia iniezione di domanda aggregata e di un percorso condiviso e responsabile verso maggiore integrazione fiscale".

Un spruzzata di keynesismo alla fine non manca mai. Interessante, a mio avviso, il fatto che Marattin (al pari di tanti altri) non ritenga neppure necessario fornire argomentazioni a sostegno della sua proposta.

In buona sostanza, dà per scontato che "nessun economista può seriamente negare" che L'Area euro necessiti di "una massiccia iniezione di domanda aggregata e di un percorso condiviso e responsabile verso maggiore integrazione fiscale".

Io credo, invece, che utilizzare una formula del genere sia tutt'altro che serio. La domanda non è mai carente in termini assoluti, non fosse altro per il fatto che i desideri dell'uomo sono tendenzialmente infiniti e che l'economia non esisterebbe neppure se non fosse necessario affrontare il concetto di scarsità.

Ciò che è carente è la domanda per determinati beni e servizi a determinate condizioni. L'interventismo volto a "sostenere" la domanda non fa altro che tentare di manipolare il mercato secondo i desiderata di chi governa.

Gli effetti di 80 anni di keynesismo più o meno intensamente e fedelmente praticato hanno generato un welfare insostenibilmente oberato di debiti. Non è aumentando politicamente soglie di sostenibilità o mutualizzandoli che si risolvono i problemi. Al più si rimandano ancora in avanti, con l'unica speranza, peraltro molto cinica, che a far fronte al disastro sia una generazione futura.

La cosa a mio parere drammatica è che queste cose le sostengano economisti e presidenti del Consiglio non ancora quarantenni.


mercoledì 24 dicembre 2014

Scorie - Non è un Paese per giovani

"Con il Jobs act sarà più facile assumere, non licenziare. Eliminiamo il più possibile ricorso ai giudici. Verterà molto attorno all'indennizzo ma quelli che hanno già un contratto mantengono lo statuto del passato: questa normativa si applica ai nuovi ed è un elemento di certezza per loro. Per i nuovi, per i quali già avere un contratto a tempo indeterminato sembra una chimera, il sistema sarà più semplice e flessibile."
(M. Renzi)

Quando leggo queste affermazioni di Matteo Renzi mi torna in mente un televenditore che aveva uno spazio la domenica mattina su una emittente locale del bolognese, il quale usava ripetere questo slogan: "All'albero della Cuccagna non si spende, ma si guadagna". Per lo meno quel signore non governava l'Italia, né il fatto che un numero più o meno consistente di persone gli credessero aveva una qualche conseguenza fiscale sulla esistenza mia e di altri svariati milioni di concittadini. Per di più quel televenditore mi ispirava umana simpatia, al contrario di Renzi.

Se c'era una cosa che rendeva rigido il mercato del lavoro in Italia, anche dopo le misure volute dall'allora ministro Fornero, era proprio la difficoltà (spesso impossibilità) per il datore di lavoro di porre fine a un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Quelle misure tentarono di spingere le imprese verso un maggior ricorso al contratto a tempo indeterminato rendendo più onerosi quelli a termine, e già questo affrontava la questione dal lato sbagliato, dato che sarebbe stato meglio rendere meno oneroso il contratto a tempo indeterminato. Per di più lo spazio di discrezionalità lasciato al giudice del lavoro in caso di applicazione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori rese di fatto inefficaci i tentativi di aumentare la flessibilità in uscita.

Il punto, quindi, resta questo: le imprese non hanno mai avuto difficoltà ad assumere, bensì a licenziare. Lo sanno tutti. Quindi Renzi può usare il frasario da televenditore finché vuole, ma il Jobs act sarà efficace solo se aumenterà effettivamente la flessibilità in uscita.

Da questo punto di vista, il fatto che il nuovo contratto a tempo indeterminato si applichi solo alle nuove assunzioni perpetua la segmentazione del lavoro dipendente in Italia, tra chi è già assunto a tempo indeterminato e chi non lo è. Il tutto, ancora una volta, a discapito dei più giovani.

Ma l'Italia, si sa, non è un Paese per giovani, anche se governa un quarantenne.


martedì 23 dicembre 2014

Scorie - Bolle

"Individuare una bolla non è mai facile. E altrettanto non è mai facile determinare le cause di una bolla. Solitamente servono anni per capire tutte le dinamiche all'origine della creazione e dello scoppio di una bolla. Ancora oggi è acceso il dibattito sulle cause della bolla immobiliare statunitense. Fu la Fed, che tenne i tassi troppo bassi troppo a lungo, furono i politici a generare un eccesso di acquisti a debito, furono i banchieri avidi a concedere prestiti predatori, fu l'arbitraggio regolamentare delle banche commerciali che agirono da banche ombra, o furono solo aspettative errate che i prezzi delle case non potessero mai scendere? Sono sicuro che non ci sarà mai una conclusione generalmente accettata."
(D. Zervos)

David Zervos è solito sbeffeggiare gli economisti di scuola austriaca e i loro ammonimenti sulle conseguenze delle politiche monetarie ultraespansive condotte dalla Fed e da altre banche centrali. A suo parere l'effetto di incremento dei prezzi delle attività finanziarie (e la associata compressione dei premi per il rischio) non è da considerarsi negativo in quanto generatore di una redistribuzione di ricchezza (per di più regressiva) e di bolle che prima o poi scoppiano, con conseguenze mai piacevoli. Al contrario, ritiene questo rischio abbastanza remoto e, in ogni caso, ritiene che valga la pena correrlo, perché nel frattempo ciò genera crescita economica (purtroppo tale crescita è solo sulla carta).

Credo che sia per questo motivo che non ritenga vi sia un filo logico che spiega l'origine della bolla immobiliare statunitense dal cui scoppio è partita la crisi ancora in corso. Se avesse fatto lo sforzo di leggere i lavori dei principali economisti di scuola austriaca prima di criticarli, credo che l'evoluzione degli eventi gli apparirebbe più comprensibile.

I fattori che Zervos elenca sono tutti connessi alla formazione e allo scoppio di quella bolla, ma ve n'è uno senza il quale gli altri avrebbero avuto poche probabilità di creare danni così ingenti.

Vorrei fare alcune considerazioni scorrendo a ritroso l'elenco proposto da Zervos.

Prima dello scoppio della bolla i prezzi delle abitazioni non avevano mai subito ribassi anno su anno. Questo indubbiamente consolidò l'aspettativa che quei prezzi fossero destinati a non scendere mai, e le serie storiche influirono notevolmente sui modelli statistici utilizzati ad esempio per determinare i rating. Non voglio affermare che non vi fossero altri fattori a influire su domanda e offerta degli immobili, ma indubbiamente il fatto di essere un asset reale capace di coprire in qualche modo dalla perdita di potere d'acquisto della moneta, per di più finanziabile a tassi sempre più bassi, ha fornito un forte sostegno ai prezzi. I tassi non erano bassi per un eccesso di risparmio reale (come Greenspan e Bernanke sostenevano), bensì per un eccesso di espansione monetaria. Da cosa trae origine l'espansione monetaria? Dalle azioni della banca centrale.

L'arbitraggio regolamentare e l'avidità dei banchieri hanno sicuramente avuto un ruolo, ma la regolamentazione è in parte di fonte governativa, e in parte maggiore è emanata direttamente dalla banca centrale, che vigila sulle banche.

I provvedimenti legislativi risalenti ai tempi dell'amministrazione Clinton e proseguiti durante i mandati di Bush Jr. volti a favorire l'acquisto di abitazioni da parte di persone che, in un libero mercato, non avrebbero potuto permettersi di comprare casa, hanno certamente aumentato la domanda di immobili e di mutui. Senza una politica monetaria espansiva, però, quei mutui non avrebbero potuto essere concessi a tassi bassi (quanto meno per i primi anni del mutuo).

In definitiva, se la Fed non avesse tenuto i tassi troppo bassi e troppo a lungo gli altri fattori avrebbero avuto minori probabilità di portare al disastro.

Mi sembra evidente, tuttavia, che chi oggi loda le virtù della signora Jellen e fino a pochi mesi fa elogiava Bernanke, non possa sostenere che il ruolo determinante lo ebbe la Fed. Per questo sostiene che "non ci sarà mai una conclusione generalmente accettata". Semplicemente si rifiuta di accettare ciò che il buon senso e la logica rendono evidente.


lunedì 22 dicembre 2014

Scorie - La scuola statale non funziona, quindi serve più Stato?

"Infatti in generale gli stati non sono né i migliori organizzatori di sistemi né i più esperti datori di lavoro. Sono lenti nelle risposte, rigidi nell'organizzazione, costosi (perché, tanto, "paga Pantalone"), reticenti nel valorizzare i meriti, deboli nel contrastare l'inefficienza, per timore di perdere consenso elettorale. E così la scuola è in crisi e scontenta tutti: genitori, studenti, imprese, ma anche gli insegnanti: una categoria professionale già nobile e grande, ridotta oggi ad una condizione impiegatizia. Questo non vuol dire che lo Stato debba ritirarsi dal ruolo di responsabile primario per l'istruzione dei cittadini. Anzi, è essenziale che lo eserciti meglio. In primo luogo deve dare gli indirizzi per le conoscenze e le competenze da perseguire e deve assumerne i costi per tutti gli studenti. Ma, soprattutto, lo Stato deve assumere il compito che finora ha trascurato: verificare i risultati di tutte le scuole, sia statali che paritarie."
(A. Oliva)

Attilio Oliva è presidente della Associaziole TreeLLLe (dove LLL sta per Life Long Learning), il cui obiettivo, apprendo al sito, è il "miglioramento della qualità dell'education".

Ho preso spunto da un articolo di Oliva per evidenziare alcuni tratti caratteristici di chi, basandosi su osservazioni giuste, arriva a conclusioni che non hanno logica, se non partendo da una posizione fondamentalmente statalista.

Secondo Oliva, "gli stati non sono né i migliori organizzatori di sistemi né i più esperti datori di lavoro. Sono lenti nelle risposte, rigidi nell'organizzazione, costosi (perché, tanto, "paga Pantalone"), reticenti nel valorizzare i meriti, deboli nel contrastare l'inefficienza, per timore di perdere consenso elettorale". Fin qui c'è poco da rilevare. Mi limiterei ad aggiungere che non potrebbe neppure essere altrimenti. Dove non c'è concorrenza, dove non è necessario soddisfare i consumatori, dove il finanziamento è ottenuto coercitivamente, non potrebbe essere altrimenti. Né ha senso parlare di "meriti" o della tanto abusata "meritocrazia".

Tanto più ci si allontana da un contesto di libero mercato, quanto meno ha senso parlare di merito. I profitti ottenuti in un contesto di libero mercato sono il miglior indicatore del merito, perché per realizzarli è necessario soddisfare le esigenze di chi liberamente sceglie di comprare un bene o un servizio.

La valutazione del merito di un dipendente pubblico è quindi inevitabilmente basata sull'idea di merito che viene stabilita a livello burocratico. Questo non significa essere "reticenti nel valorizzare i meriti"; semplicemente non ha un gran senso parlare di meriti in quel contesto.

Ciò detto, se la scuola statale "scontenta tutti", che conclusione ne trae Oliva? "Questo non vuol dire che lo Stato debba ritirarsi dal ruolo di responsabile primario per l'istruzione dei cittadini. Anzi, è essenziale che lo eserciti meglio".

Parafrasando gli europeisti senza se e senza ma, secondo i quali ogni cosa che non funziona si risolve con "più Europa", pare che la soluzione a una scuola statale che non funziona sia "più Stato".

Cosa induca Oliva a ritenere che ciò rappresenti una soluzione mi sfugge, né lui si preoccupa di spiegarlo. Semplicemente dà per scontato che dell'istruzione debba occuparsene lo Stato, quanto meno per sostenerne i costi e stabilire gli indirizzi. E non so quale delle due cose sia peggiore.

Credo però che quando si è di fronte a un fallimento che si trascina da decenni sarebbe quanto meno doveroso fornire un supporto a ciò che si dà per scontato e che invece non dovrebbe esserlo affatto. Ma si tratterebbe di supportare l'insupportabile. Che per me è anche insopportabile.


venerdì 19 dicembre 2014

Scorie - Nuova lira, vecchi errori.

"Se, ad esempio, prendo la lira nuova e faccio il cambio uno a uno con l'euro, tutto quello che importo mi costerà il 30% in più. Ma pagare il 30% in più il petrolio significa che poi lo lavoriamo ed il prodotto raffinato costerà il 5% in più perché l'Italia è un paese trasformatore. Poi c'è un vantaggio: noi avremmo uno sconto del 10% per chi compra in Italia."
(B. Grillo)

Beppe Grillo spesso si lamenta del trattamento ricevuto dai mezzi di informazione, non sempre a torto. Di certo, però, non gli è di aiuto fare affermazioni come questa che ho tratto dall'agenzia ANSA. L'avrebbe fatta durante una conferenza stampa presso la stampa estera a Roma.

Grillo vorrebbe l'uscita dell'Italia dall'euro e l'introduzione della "lira nuova". Vorrebbe, quindi, che l'Italia tornasse ad avere sovranità monetaria e suppongo che con ciò intenda un ritorno ai tempi precedenti il divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia avvenuto nel 1981. In pratica, la Banca d'Italia sarebbe tenuta a monetizzare il debito pubblico, qualora il governo lo chiedesse.

Va bene che Grillo ha un background da comico e non da economista, ma se uno spara cose del genere e in modo così approssimativo è impensabile che poi non riceva critiche, dato che si copre di ridicolo.

Prima afferma che il cambio sarebbe uno a uno, e supponiamo che sia così nel passaggio tecnico da euro a lira nuova. Supponiamo anche che sia possibile risolvere gli enormi problemi legali che deriverebbero dalla ridenominazione forzosa dei contratti (e dubito che ciò sarebbe possibile per quelli non regolati dalla legislazione italiana).

Poi però sostiene che "tutto quello che importo mi costerà il 30% in più". Diamo pure per scontato che con ciò ipotizzi una svalutazione pressoché immediata della lira nuova del 30 per cento. Subito dopo afferma che "il prodotto raffinato costerà il 5% in più perché l'Italia è un paese trasformatore".

Di fatto non spiega (né potrebbe farlo) perché la svalutazione sarà del 30 per cento, né dimostra come si arrivi a un incremento del solo 5 per cento sui prodotti derivanti da raffinazione del petrolio. Così sembra dare i numeri del lotto.

Se, per ipotesi, crede che tutto possa essere fissato per decreto, suppongo che lo scontro con la realtà sarebbe abbastanza duro, come dimostrano tutte le esperienze di socialismo più o meno sgangherato del Novecento e dei giorni nostri (vedi alla voce Venezuela, per esempio).

Per decreto potrebbe invece fissare "uno sconto del 10% per chi compra in Italia", ma anche questo porterebbe benefici a una parte di produttori e lavoratori nell'immediato, a danno di tutti gli altri; per poi risultare dannoso per tutti nel medio lungo periodo. Questi sono sempre stati e sempre saranno gli effetti del protezionismo (e dell'interventismo in generale).

Prima di incontrare la stampa credo che Grillo avrebbe fatto bene a dare una sbirciata a "Ciò che si vede, ciò che non si vede" di Bastiat. Dubito, peraltro, che lui e tutti coloro che sono in parlamento nel M5S ne abbiano mai sentito parlare. Anche per questo, poi, ripetono concetti rivelatisi erronei da secoli.


giovedì 18 dicembre 2014

Scorie - Fumo prenatalizio

"Il vero obiettivo non è che anche i ricchi piangano ma che anche i poveri debbano sorridere attraverso un diverso modello di crescita e di politica industriale."
(M. Renzi)

Matteo Renzi, si sa, ama le frasi a effetto, gli slogan. Sa che in Italia sapersi destreggiare nel parlare per slogan ha un ritorno d'immagine e di consensi elettorali considerevole, almeno per un certo periodo di tempo. Sa che gli italiani (e non solo loro, a dire il vero) hanno storicamente mostrato la tendenza a stravedere per i venditori di fumo da quattro soldi.

Dunque, non devono essere i ricchi a piangere, come auspicava Rifondazione Comunista qualche anno fa, tappezzando l'Italia con cartelli in cui c'era scritto, appunto "Anche i ricchi piangano".

Molto meglio se anche i poveri hanno motivi per ridere. E qui nessuno credo abbia alcunché in contrario. Il problema è che il "diverso modello di crescita e di politica industriale" di cui parla Renzi non si sa bene cosa sia, se non aria fritta. Mentre concretamente grandi motivi per ridere anche i non poveri non li hanno.

La pressione fiscale su quello che un tempo era definito "ceto medio" è in continua ascesa, nonostante Renzi non lo dica e continui a riempirsi la bocca di riduzioni di tasse che, nella migliore delle ipotesi, riguardano solo una parte minoritaria di italiani (e neppure quelli più poveri).

Né è credibile che calerà in futuro, sempre che non si creda anche all'esistenza di Babbo Natale.


mercoledì 17 dicembre 2014

Scorie - Coerenza

"Nel semestre di presidenza dell'Ue il governo italiano, partendo dall'accurato lavoro preparatorio del governo precedente, ha potuto operare validamente e con maggior sicurezza per un nuovo corso delle politiche finanziarie e di bilancio dei 28, oltre i limiti divenuti soffocanti e controproducenti dell'austerità."
(G. Napolitano)

Pare che Giorgio Napolitano sia prossimo a lasciare la presidenza della Repubblica. Non sono tra coloro che ne sentiranno la mancanza, né che va in estasi (o quanto meno finge di andarci) ogni volta che questo signore apre bocca.

Da qualche tempo le opposizioni criticano Napolitano per essere un po' troppo "protettivo" nei confronti di Renzi e del suo governo. A me la cosa interessa poco, anche se ritengo che quelle critiche non siano prive di fondamento.

Vorrei invece soffermarmi brevemente su una delle caratteristiche di Napolitano, ossia il cambiare idea a 180 gradi senza neppure sentire l'esigenza di spiegare il perché. Durante la sua millenaria storia politica ciò è capitato anche in circostanze tragiche (vedi alla voce "Ungheria 1956"), ma come ignorare la ferma opposizione dell'allora parlamentare del PCI alle prime ipotesi di moneta unica europea (anni Settanta). E questo solo per citare un paio di esempi.

Adesso che a va di moda essere contro l'austerità (solo perché ci sono più socialisti al Parlamento europeo), Napolitano ne evidenzia i "limiti divenuti soffocanti e controproducenti". A parte il fatto che di austerità avrebbe senso parlare nel caso in cui le politiche fiscali restrittive fossero fatte solo o in prevalenza mediante tagli di spesa pubblica (e questo non è il caso dell'Italia), Napolitano sembra dimenticare che le mazzate fiscali più grandi degli ultimi anni le ha date il governo guidato da Mario Monti.

Il quale fu frettolosamente nominato senatore a vita da Napolitano e poco dopo chiamato alla guida del governo, giusto dopo aver gestito la defenestrazione di Berlusconi. Questo non è successo 30 anni fa, bensì 3 anni fa.

Ma va bene così: la coerenza in Italia non è mai stata considerata una virtù. In politica soprattutto.


martedì 16 dicembre 2014

Scorie - Piaghe mondiali

"Il mini-petrolio contribuisce a tenere bassa l'inflazione globale: questo fa piacere a chi va alla pompa di benzina, ma è un problema enorme per chi è indebitato. Perché la bassa inflazione contribuisce ad aumentare il fardello. E il problema dell'iper-indebitamento è ormai globale: si pensi che il debito totale (pubblico più privato) a livello mondiale era pari al 175% del Pil nel 2007 e ora supera il 210% del Pil. L'inflazione bassa, insomma, è una piaga mondiale."
(M. Longo)

Nonostante mi capiti di imbattermi quasi quotidianamente in affermazioni come quella riportata, continuo a stupirmi ogni volta della totale assenza di ragionevolezza che dimostra chi le fa (ammesso che sia in buona fede).

Prima di fare considerazioni più generali, vorrei brevemente sottolineare che il calo del prezzo internazionale del petrolio può essere un problema per le imprese del settore e per i Paesi esportatori, molti dei quali hanno accumulato debiti contando sul collaterale presente nel sottosuolo (il caso del Venezuela è solo il più emblematico). Viceversa, per chi è importatore e consumatore, come l'Italia, il calo del prezzo è un toccasana.

Ciò premesso, è indiscutibile che una bassa inflazione dei prezzi al consumo determini, a parità di tassi nominali, maggiori tassi reali e, di conseguenza, non eroda (o non lo faccia quanto vorrebbero i debitori) l'onere del debito. Ma l'aumento del debito mondiale in rapporto al Pil dal 2007 a oggi (e lo stesso vale su periodi temporali più estesi) non è dovuto a una presunta carenza di inflazione, bensì alla tendenza degli Stati a spendere costantemente (in parecchi casi progressivamente) più di quello che incassano, anche quando quello che incassano è già una somma elevata sia in valore assoluto, sia in rapporto al Pil.

Il vero problema è che in molti casi la crescita reale del Pil è inferiore ai tassi di interesse reale sul debito, anche quando questi ultimi sono a livelli bassi. Ci si dovrebbe chiedere, allora, perché il Pil non cresca, o cresca poco. I keynesiani sostengono che vi sia una carenza di domanda, e che questa dovrebbe essere stimolata mediante una politica fiscale espansiva, preferibilmente con aumenti di spesa per investimenti pubblici.

Pur volendo prescindere da valutazioni sulla opportunità e sugli esiti dello Stato come investitore e/o imprenditore, cercare di aumentare il Pil facendo deficit non ha portato risultati entusiasmanti, dato che l'accumulazione di deficit ha superato la crescita del Pil (alla faccia del magico moltiplicatore keynesiano), generando un'espansione del rapporto tra debito e Pil.

Ricorrere a un mix di tassazione esplicita e implicita (inflazione) per contenere il debito non ha portato finora risultati apprezzabili, dato che l'aumento della pressione fiscale frena la produzione e la crescita dell'economia reale.

Invece di auspicare un aumento della tassazione implicita e considerare la bassa inflazione dei prezzi al consumo "una piaga mondiale", credo sarebbe opportuno mettere in discussione un modello che genera più debito che Pil. Iniziando a ridimensionare l'area di intervento statale e, di conseguenza, spesa pubblica e tassazione.

In definitiva, sarebbe ora di identificare ciò che è veramente una piaga mondiale, e agire di conseguenza.


lunedì 15 dicembre 2014

Scorie - Cura ingrassante

"Per la prima volta lo Stato che dimagrisce anziché ingrassare. La riduzione delle tasse come un inizio di un processo rivoluzionario, questo è il nostro obiettivo."
(M. Renzi)

Questo ha detto, tra le altre cose, Matteo Renzi in un videomessaggio inviato qualche settimana fa alla CNA, blandendo poi gli artigiani definendoli "eroi".

Eroi effettivamente lo sono, a maggior ragione dopo aver dovuto sentire questa affermazione palesemente in contrasto con la verità che, quotidianamente, devono affrontare.

Come tutti coloro che sono soliti distorcere la verità e, forse proprio per questo, in Italia vengono considerati abili politici e grandi comunicatori, Renzi continua a ripetere che il suo governo sta riducendo le tasse. E lo ripete evidentemente con la convinzione che a forza di dirlo, la cosa finirà per essere percepita da tutti come vera.

Ma le parole non cambiano la sostanza dei fatti. E la sostanza dei fatti è che le tasse forse sono diminuite per qualcuno, ma per altri non solo non sono diminuite, bensì sono aumentate ancora. In sostanza, in qualche caso la riduzione può esserci stata effettivamente; in altri il governo con una mano ha dato e con l'altra a preso (si tratta di capire se ha preso più di quel che ha lasciato, o viceversa); infine, per qualcuno le tasse sono aumentate e basta.

Se si avesse rispetto per la verità si dovrebbe affermare che le tasse calano quando tutti sono chiamati (costretti) a pagare meno di prima. Quello che il governo Renzi ha fatto finora è stato emanare provvedimenti redistributivi, guardandosi bene, però, dal raccontare la verità per intero.

Nulla di rivoluzionario, quindi, e nessuna perdita di peso dello Stato. Anzi, perfino Renzi sta visibilmente ingrassando da quando (ahimè) governa.


venerdì 12 dicembre 2014

Scorie - Il quadrilatero aureo

"Gli acquisti del debito pubblico da parte della BoJ hanno la finalità di restituire agli operatori finanziari le risorse necessarie per nuovi investimenti nell'economia produttiva: è una politica dell'offerta, market-driven, che si affianca a quella della domanda trainata dal deficit pubblico. Le condizioni di basso costo del denaro e di cambi sostenibili completano questo quadrilatero aureo."
(G. Salerno Aletta)

Guido Salerno Aletta è uno dei tanti sostenitori delle virtù taumaturgiche del QE, ossia dell'acquisto più o meno massiccio di titoli di Stato da parte della BCE. Come argomentazione a supporto del suo punto di vista cita l'esempio di quanto sta accadendo in Giappone.

Peccato che utilizzi parole del tutto fuori luogo. Per esempio, utilizza il verbo "restituire" riferito alla liquidità creata dal nulla dalla BoJ quando acquista titoli di Stato dagli operatori finanziari. Restituire sarebbe il verbo giusto se prima questi soldi fossero stati versati da quegli stessi operatori alla BoJ, ma non è questo il caso, dato che gli acquisti sono pagati mediante la creazione di nuova base monetaria.

Che, poi, quei denari siano utilizzati per "nuovi investimenti nell'economia produttiva" non è affatto scontato: a dire il vero, pare che finora siano serviti semplicemente per sostituire titoli di Stato con azioni e altri strumenti finanziari, dato che la componente investimenti nel Pil latita anche da quando la cosiddetta Abenomics è a pieno regime.

Altra grossolana inesattezza è che si tratti di una politica "market-driven", dato che, al contrario, sarebbe corretto dire che con quegli interventi la BoJ "drives the market", un concetto diametralmente opposto a quello di "market driven".

Infine, una breve considerazione sul "quadrilatero aureo": finora gli effetti delle politiche monetarie e fiscali espansive sono stati risibili sull'economia reale. I keynesiani additano l'aumento dell'IVA dal 5 all'8 per cento come colpevole degli ultimi due trimestri di crescita negativa del Pil, ma francamente tutto ciò appare un po' esagerato: il deficit resta pur sempre attorno all'8 per cento del Pil e il debito è oltre il 243 per cento. Numeri altini per parlare di politiche non abbastanza espansive.

Anche se, ovviamente, per i keynesiani non c'è limite all'espansione (né senso del pudore).


giovedì 11 dicembre 2014

Scorie - Il mantra della crescita

"La via d'uscita dal debito è la crescita, che non si ottiene con la bacchetta magica ma con una combinazione di riforme strutturali che aggrediscono gli ostacoli, stimolo a investimenti privati e continuando a consolidare il bilancio in modo amico della crescita."
(P. C. Padoan)

Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia, continua a ripetere questo mantra da mesi: "la via d'uscita dal debito è la crescita". Indubbiamente la crescita del Pil aiuta, ma quando il debito supera il 130 per cento del Pil e la pressione fiscale è ai livelli italiani, credere di uscirne mediante la crescita del Pil è più che utopistico.

Le tre variabili da tenere in considerazione sono: crescita nominale del Pil, costo del debito pubblico in rapporto al Pil, e saldo primario di bilancio (ossia la differenza tra entrate e uscite esclusi gli interessi sul debito).

Non è un mistero che ogni governo speri di aiutare la crescita nominale del Pil mediante l'inflazione, possibilmente contando sulla non completa traslazione della stessa su un aumento degli interessi sul debito. Qualora la crescita nominale del Pil fosse superiore agli interessi passivi, il rapporto debito Pil tenderebbe a diminuire anche senza avere un saldo primario positivo (purché l'eventuale disavanzo primario non fosse superiore alla differenza tra crescita nominale del Pil e interessi passivi).

Il problema è che quando la leva è elevata (come nel caso dell'Italia, con un debito oltre il 130 per cento del Pil), una variazione in aumento del costo del debito ben difficilmente può essere contrastata da un incremento del Pil nominale, a maggior ragione quando la crescita reale è piatta da due decenni.

Le riforme strutturali nel medio periodo certamente aiutano, ma non ci si devono attendere miracoli. Da vent'anni l'Italia cerca di mantenere elevato l'avanzo primario senza ridurre la spesa pubblica. Il risultato è una pressione fiscale asfissiante, che impedisce la crescita del Pil reale.

Questa strategia è chiaramente insufficiente, e anche controproducente: in cinque anni di crisi il rapporto tra debito e Pil ha subito un aumento superiore al calo accumulato nei tre lustri precedenti, pur in costanza di politiche fiscali restrittive (nettamente sbilanciate sull'aumento della tassazione).

Credo, quindi, che se si scarta l'ipotesi del default non restino altre vie che una combinazione di tagli di spesa e dismissioni di attività tuttora di proprietà delle amministrazioni pubbliche (e spesso fonti solo di costi).

Ma i tagli di spesa sono annunciati e poi rimandati, e sulle privatizzazioni la musica è la stessa. E continuare a ripetere come un disco rotto, come fa Padoan, che se ne esce con la crescita del Pil è una pura illusione (o peggio).


mercoledì 10 dicembre 2014

Scorie - Quale lezione?

"Spero che dall'inchiesta sulla mafia a Roma si impari una lezione: è imperativo che ci sia un maggiore monitoraggio sull'utilizzo dei fondi pubblici."
(L. Boldrini)

Laura Boldrini non brilla certo per originalità nelle sue dichiarazioni, che peraltro rilascia con voluttà su qualsivoglia argomento. Fin qui non ci sarebbe poi tanto di male, se non fosse che ciò che propone, pur essendo politically ultracorrect e, perciò, condiviso dalla maggior parte dei benpensanti, finirebbe per far spendere ancora più soldi dei contribuenti senza risolvere alcunché.

L'idea che ogni volta che si scopre del malaffare nella pubblica amministrazione il problema risieda negli uomini e che la soluzione consista nel cambiare gli uomini e moltiplicare i controlli si scontra con la storia, oltre che con il buon senso.

Boldrini invoca una non meglio precisata "cabina di regia che consenta di controllare l'uso dei fondi", mentre il sindaco Ignazio Marino pensa di introdurre il turnover tra i dirigenti comunali e di creare un nuovo assessorato per la trasparenza. Renzi, dal canto suo, ne approfitta per mandare l'ennesimo videomessaggio nel quale corruccia il volto e promette pene più severe per corrotti e corruttori.

Tutto ciò non farebbe altro che moltiplicare i costi, senza risolvere i problemi, perché non si agirebbe sulla causa primaria, ossia l'eccesso di interventismo e, di conseguenza, di risorse intermediate e assorbite dall'amministrazione pubblica.

E se invece di queste moltiplicazioni di incarichi e controlli si iniziasse a restringere il perimetro di intervento dello Stato (in tutte le sue articolazioni)?


martedì 9 dicembre 2014

Scorie - Quale rivoluzione?

"Quello che proponiamo è una rivoluzione del nostro sistema fiscale, che così com'è oggi sottrae agli italiani più della metà dei frutti della loro fatica. La nostra è una proposta semplice, chiara, comprensibile a tutti e facile da applicare. Vogliamo cancellare il complicatissimo sistema attuale di aliquote differenti, di deduzioni, di detrazioni e sostituirlo con un'aliquota unica del 20%."
(S. Berlusconi)

Da qualche giorno Silvio Berlusconi è tornato a farsi vivo, candidandosi per la millesima volta come capo del governo.

Una flat tax al 20% non cambierebbe di certo la natura di violazione della proprietà privata alla tassazione, ma indiscutibilmente sarebbe un grosso passo avanti rispetto alla situazione attuale.

Purtroppo, però, è quanto mai irrealistica la proposta di Berlusconi.

In primo luogo, perché una promessa del genere, o anche solo di semplificare il fisco, l'ha fatta ripetutamente negli ultimi venti anni, e nonostante le diverse esperienze di governo non l'ha mai concretizzata, neppure in parte.

In secondo luogo, perché se non si dice quale e quanta spesa pubblica si taglia, l'idea di abbassare così drasticamente le tasse è del tutto impraticabile. A tale proposito, Berlusconi ha aggiunto alla proposta della flat tax al 20% quella di mettere un minimo di mille euro mensili alle pensioni, cure dentarie gratuite per gli anziani (che sono dichiaratamente il suo target elettorale), e così via.

In pratica, una riduzione delle tasse accompagnata da incrementi di spesa. Ma si può stare tranquilli, la soluzione per Berlusconi esiste e non comporta sacrificio alcuno: basta introdurre una moneta parallela, che ovviamente lo Stato può emettere a piacere.

Capisco che sentendo Renzi parlare tutti i giorni, Berlusconi stia temendo che l'allievo possa superare il maestro, ma spacciare per "rivoluzione liberale" roba del genere mi pare troppo perfino per un affabulatore di vecchia data come lui. Dice di rivolgersi ai liberali, ma parla come se fosse Paolo Barnard.

Dalla mancata rivoluzione liberale alla versione all'amatriciana della MMT. Non credo di dover aggiungere altro.


venerdì 5 dicembre 2014

Scorie - Il tratto costitutivo della PA

"Il primo passo per rendere più semplice chiedere ai cittadini di pagare le tasse è far vedere che si annullano gli sprechi della pubblica amministrazione, tagliando le spese di gestione e non i servizi. Dobbiamo fare uno sforzo di semplicità, che deve essere il tratto costitutivo della P.A."
(M. Renzi)

Intervenendo all'inaugurazione dell'anno accademico della scuola tributaria della Guardia di finanza, Matteo Renzi ha detto anche questo.

Alcune veloci considerazioni.

1) Non mi pare che il governo attuale, al pari di quelli che lo hanno preceduto, abbia incontrato particolari difficoltà o imbarazzi nel chiedere ai cittadini di pagare le tasse. Lo chiede e in modo anche abbastanza rude.

2) Quanto al tagliare gli "sprechi della pubblica amministrazione", Renzi continua a parlarne, ma di fatti non se ne vedono. Quanto meno, se ci sono fatti, questi sono impercettibili.

3) Che, poi, la semplicità diventi "il tratto costitutivo della P.A." dimostra, per chi ancora ne avesse bisogno, quanto sia spiccata l'attitudine del presidente del Consiglio nel raccontare le favole (per non usare un termine volgare, ma che sarebbe senz'altro più adatto alle circostanze).


giovedì 4 dicembre 2014

Scorie - Disconnessioni

"C'è una disconnessione fra l'euforia dei mercati finanziari e l'andamento dell'economia reale, contraddistinta da bassa crescita, bassa inflazione e alta disoccupazione."
(V. Constancio)

Vitor Constancio, vice presidente della BCE, ha così commentato una parte del contenuto dell'ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato dalla banca centrale.

Oltre a glissare sulla causa della euforia dei mercati finanziari del tutto disancorata dall'andamento dell'economia reale, Constancio si è affrettato a sostenere che, in ogni caso, non ci sono bolle.

Non sentirete mai un banchiere centrale sostenere che vi sono bolle, anche quando ciò comporti il negare l'evidenza. Credo che non esista segnale contrarian più forte di questo. Ovviamente Constancio e colleghi faranno di tutto per continuare ad alimentare le bolle, a cominciare da quelle sui titoli di Stato.

E probabilmente ci riusciranno ancora per mesi, o anni. Ma più la cosa andrà per le lunghe, peggiori saranno le conseguenze, perché ormai non esiste area monetaria (tra quelle principali) in cui le politiche monetarie degli ultimi anni non abbiano reso il sistema economico dipendente da tassi di interesse estremamente bassi.

In ogni caso non ci si deve aspettare alcun mea culpa da parte di chi alimenta l'euforia di oggi. La Fed nel 2008, pur essendo la principale responsabile della crisi, ottenne addirittura un ampliamento dei propri poteri. Come dare a un piromane delle taniche di benzina.


mercoledì 3 dicembre 2014

Scorie - La giornata della virtù. Quale virtù?

"Ci si deve interrogare sulla gestione del gettito fiscale: lo Stato riesce veramente a fare percepire che la contribuzione fiscale non sia al servizio del mantenimento delle strutture dello stato ma al finanziamento dei servizi?"
(U. Ambrosoli)

Mi è capitato di leggere queste parole di Umberto Ambrosoli, che con l'associazione intitolata al padre Giorgio ha organizzato la Giornata della virtù civile, in programma a Milano il 4 dicembre. Titolo della giornata: "la sfida dell'equità fiscale".

Il punto di partenza è la famosa citazione di Tommaso Padoa-Schioppa, pronunciata quando era ministro dell'Economia: "Pagare le tasse è bello perché ti fa sentire cittadino della polis e ti dà modo di partecipare al bene comune".

Non mancheranno (e come potrebbero mancare!) le iniziative volte a sensibilizzare (indottrinare?) gli alunni della scuola dell'obbligo sulla "bellezza" delle tasse.

Ambrosoli non nega che parlare bene di tasse in Italia sia più complicato che altrove, e ritiene che ci si debba chiedere: "lo Stato riesce veramente a fare percepire che la contribuzione fiscale non sia al servizio del mantenimento delle strutture dello stato ma al finanziamento dei servizi?"

La risposta dettata dal buon senso e dall'osservazione della realtà, non può che essere: no.

Credo, tuttavia, che non debba essere dato per scontato che pagare le tasse sia bello perché così si partecipa al bene comune. Un'osservazione disincantata e non melensa della realtà metterebbe in evidenza che le cose non stanno così neppure in quei Paesi in cui il gettito fiscale è meno oppressivo che in Italia e/o viene utilizzato meno grossolanamente a favore del mantenimento di tutti coloro che Calhoun avrebbe definito consumatori di tasse.

Ma anche se esistesse una sorta di Eden nel quale lo Stato usa ogni centesimo di gettito fiscale per fornire servizi ai cittadini, è il concetto stesso di tassazione che, a mio parere, deve essere messo in discussione, in quanto viola inevitabilmente il principio di non aggressione, che è l'unico principio compatibile con il trattamento equo e non violento nei confronti di ogni individuo.

C'è un'enorme differenza tra il fare bene ad altre persone volontariamente e l'essere costretti dallo Stato (o da chiunque altro soggetto, ma è sempre bene ricordare che solo lo Stato lo fa legalmente). Generalmente i sostenitori della "bellezza" della tassazione ritengono che lasciare alla volontarietà la contribuzione al benessere altrui e a quello che viene definito "bene comune" (definizione che tende a coincidere con l'opinione che di tale concetto ha chi detiene pro tempore il potere) genererebbe fenomeni di "free riding" e non consentirebbe di finanziare adeguatamente le misure di sostegno ai bisognosi.

Così facendo ritengono di aver posto l'onere della prova a carico di coloro che sono contrari alla tassazione in quanto incompatibile con il rispetto del principio di non aggressione. Solitamente hanno anche buon gioco nel far apparire insensibili ed egoisti (caricando il termine di un significato negativo) coloro che osano mettere in discussione che le tasse siano giuste, prima ancora che "belle".

Ma se si lascia da parte la retorica e non ci si fa impressionare dai volti corrucciati con i quali il frasario politicamente corretto viene sciorinato, la domanda alla quale devono rispondere i fautori della tassazione è questa: condividete oppure no il principio di non aggressione?

Generalmente la prima risposta è: "sì, ma…". Ebbene: il principio di non aggressione non ammette eccezioni o limitazioni, perché tali eccezioni e limitazioni equivalgono a rinnegarlo.

Se, poi, la risposta successiva è: "allora no…", diventa evidente che dietro ogni fautore della tassazione si cela, in ultima analisi, un fautore di forme più o meno accentuate di totalitarismo. Non è necessario essere come la Corea del Nord per avere germi di totalitarismo. Basta, infatti, che si riconosca allo Stato (a chi governa in quel momento) il diritto di stabilire quanto lasciare ai legittimi proprietari, per sancire il principio in base al quale il diritto di proprietà non dipende altro che dall'arbitrio di chi ha il potere di stabilire la tassazione. Comprimere la proprietà significa comprimere la libertà degli individui. Non è questo che avviene in forme più o meno accentuate nei regimi totalitari?


martedì 2 dicembre 2014

Scorie - The (bad) conscience of a liberal (34)

"Secondo i dati, l'Argentina sembra effettivamente avere un'inflazione molto più alta di quello che ammette il Governo. Qual è la ragione? Sostanzialmente l'Argentina, che aveva beneficiato enormemente dell'applicazione di politiche eterodosse dopo il tracollo della sua valuta, nel 2001, ha proseguito troppo a lungo con queste politiche eterodosse e ora sta sperimentando i classici problemi dei Paesi in via di sviluppo, con un deficit di bilancio persistente che sta monetizzando perché non ha accesso ai mercati, e questo a sua volta sta provocando problemi persistenti dal punto di vista dell'inflazione e della bilancia dei pagamenti. Se qualcuno comincia a strillare che sono incoerente a dire che la spesa in disavanzo e lo stampare moneta sono un problema in Argentina quando sono le stesse politiche che voglio vedere applicate negli Stati Uniti, rispondo che sì, è esattamente così: perché l'economia americana è in una trappola della liquidità e soffre di una persistente carenza di domanda, mentre l'economia argentina è surriscaldata."
(P. Krugman)

Quando chi non crede negli illusionismi monetari e fiscali sosteneva che l'Argentina post default del 2001 non aveva risolto i suoi cronici problemi di finanza pubblica perché finanziare spesa pubblica in deficit mediante la stampa di moneta non è una soluzione, bensì una causa di tali problemi, si trovava a discutere con keynesiani che scodellavano i dati sulla crescita del Pil in un contesto di moderata crescita dei prezzi al consumo e, con una certa dose di arroganza (tipica, peraltro) pretendevano di mettere a tacere i propri perplessi interlocutori.

Ben presto, peraltro, i dubbi sulle virtù del nuovo (tradizionale, a dire il vero) corso argentino non fecero che intensificarsi, considerando che i dati ufficiali sull'andamento dei prezzi al consumo configgevano palesemente con quelli forniti da analisti indipendenti, oltre che con un fatto apparentemente inspiegabile: gli argentini non nutrivano una grande fiducia nel peso e cercavano di liberarsene il prima possibile, convertendoli in beni reali o in dollari americani. Questo generalmente non avviene se la moneta tende ad avere un potere d'acquisto stabile.

Per contrastare questa tendenza, il governo aggiunse distorsioni a distorsioni, ponendo limiti alla convertibilità del peso, finendo così per favorire lo sviluppo di un mercato parallelo a quello ufficiale in cui il dollaro aveva un valore anche superiore del 30 per cento rispetto al cambio ufficiale.

Anche di fronte a questi dati, però, c'era ancora chi sosteneva che l'Argentina era un esempio da imitare da questa parte dell'Atlantico.

Adesso Krugman se ne esce candidamente sostenendo che in Argentina hanno esagerato, mentre negli Stati Uniti e altrove si può ancora andare avanti a fare deficit monetizzandolo. E' chiaro che le stesse politiche hanno effetti diversi in contesti diversi, ma ciò che cambia sono soprattutto i tempi in cui gli "effetti collaterali" si manifestano.

In un Paese che non ha storicamente avuto una moneta utilizzata a livello internazionale e che, per di più, per decenni ha praticato politiche monetarie "eterodosse" (per usare lo stesso termine di Krugman), la resa dei conti tende ad arrivare prima che in un Paese la cui moneta è la più utilizzata a livello globale (magari per motivi geopolitici e militari, oltre che economici).

Ciò non toglie che una politica di costante aumento della base monetaria e di monetizzazione del debito pubblico è destinata a generare una perdita di fiducia nell'autorità che emette e manipola quella moneta. Questo potrebbe richiedere decenni, ma una crisi di fiducia avrebbe poi conseguenze molto più negative ed estese di quelle che interessano oggi l'Argentina (o il Venezuela, tanto per rimanere in zona).

Oltre a non risolvere i malanni dell'economia e della finanza pubblica, bensì a rimandarli aumentandone le dimensioni, le politiche monetarie e fiscali espansive presentano un grosso problema di reversibilità, nel senso che è politicamente molto difficile ridurre la spesa pubblica e rinunciare alla monetizzazione del debito una volta introdotti e somministrati a lungo. Questo fattore è costantemente sottostimato (non si sa quanto in buona fede) fin dai tempi di Lord Keynes.

Eppure la storia, come è ben noto a chi vive in Italia, dovrebbe aver fornito già prove sufficienti per rendersene conto.


lunedì 1 dicembre 2014

Scorie - La realtà non si cambia politicamente

"Io non penso che sia una buona idea per la nostra economia rispettare i vincoli, ma è un messaggio di credibilità che diamo. Ma è possibile dire che dal 1992 il mondo è cambiato? La presidenza italiana dell'Ue ha provato a dare questo messaggio. L'Europa deve cambiare: nella discussione sul futuro globale tutti chiedono di investire sulla crescita."
(M. Renzi)

Da diversi mesi a questa parte Renzi sta cercando di ottenere dalla Commissione europea (leggi: dalla Germania) una sorta si via libera a sbragare sul deficit, ovviamente non riducendo veramente le tasse, bensì rimandando per l'ennesima volta la riduzione (reale) della spesa pubblica.

Il presupposto, molto caro alla totalità dei partiti di maggioranza e opposizione, oltre che degli economisti che trovano spazio sugli organi di informazione italiani, è che la spesa pubblica costituisca ricchezza. In effetti contabilmente lo è, dato che, per (scellerata) convenzione, la spesa pubblica costituisce un elemento positivo nel calcolo del Pil.

Renzi vuole però apparire uno scolaretto diligente, per cui il suo mantra è più o meno il seguente: l'Italia rispetterà il vincolo del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil, ma i parametri di Maastricht sono superati, perché il mondo in venti anni è cambiato.

Effettivamente il mondo è davvero cambiato, e per quanto riguarda la finanza pubblica è sicuramente cambiato in peggio. Il limite del 60 per cento nel rapporto tra debito pubblico e Pil fu fissato perché, grosso modo, quello era il livello medio dell'epoca (l'Italia era già attorno al doppio, ma questo è un altro discorso); il limite del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil fu fissato in modo tale da mantenere stabile il rapporto tra debito e Pil nell'ipotesi di crescita dei prezzi al consumo attorno al 2 per cento e crescita reale del Pil al 3 per cento.

Oggi ben difficilmente la crescita potenziale del Pil può essere stimata al 3 per cento nella maggior parte dei Paesi europei, per cui effettivamente i parametri di venti anni fa non sono realistici. Ma nel senso opposto a quello inteso da Renzi.

L'idea, tipicamente keynesiana, di fare uno scambio tra maggior deficit oggi a fronte dell'impegno a una politica fiscale rigorosa in un non meglio precisato medio periodo, oltre a non essere risolutiva non appare per nulla credibile.

Non è risolutiva perché maggiore deficit comporta maggiore debito e al livello attuale (attorno al 135 per cento del Pil) la sostenibilità diventa fortemente condizionata da un livello dei tassi di interesse via via più basso. Né sarebbe credibile, perché il momento politicamente buono per sistemare i conti, a maggior ragione riducendo la spesa pubblica, non arriva mai.

I continui richiami di Renzi a "investire sulla crescita", spingendo poi per concordare a livello europeo che ciò che si conviene sia "investimento" pubblico finanziato in deficit non costituisca deficit, non è altro che il desiderio di cambiare nome alla realtà. Da domani si può anche stabilire con una direttiva europea che il debito non è più debito, ma questo non cambia la realtà: ossia che qualcuno l'onere lo deve sostenere.

Cambi pure l'Europa, ma la realtà non si cambia per decreto o raccontando favole come ama fare Renzi quotidianamente.


venerdì 28 novembre 2014

Scorie - Svizzera e oro

"L'oro è una moneta merce fiat (con valore intrinseco insignificante).
Il Bitcoin è una moneta virtuale fiat peer-to-peer (priva di valore intrinseco).
L'oro e il Bitcoin sono costosi da produrre e immagazzinare.
L'oro come asset è equivalente a un Bitcoin luccicante.
Le monete fiat cartacee ed elettroniche emesse dalle banche centrali sono socialmente superiori all'oro e al Bitcoin come monete e asset."
(W. Buiter)

In vista del referendum di iniziativa popolare che si terrà in Svizzera il 30 novembre, Willem Buiter, capo economista di Citigroup, ha scritto un report dal titolo: "Gold: a six thousand-year bubble revisited", in cui argomenta contro l'oro sia come moneta, sia come asset. Ho riportato alcuni dei bullet point del report, che vorrebbe evidenziare i pericoli di una vittoria del SI al referendum.

In caso di vittoria del SI, la Banca Nazionale Svizzera (BNS, ossia la banca centrale elvetica) diverrebbe obbligata a detenere il 20 per cento dei propri asset in oro, dovrebbe rimpatriare l'oro attualmente detenuto all'estero (presso le banche centrali di Inghilterra e Canada) e le sarebbe proibito, in futuro, vendere oro.

Considerando che attualmente l'oro (1040 tonnellate) rappresenta circa il 7.5 per cento delle attività totali in bilancio, la BNS dovrebbe comprare almeno 1733 tonnellate per rispettare il vincolo. Si noti che nel 2000 la BNS deteneva 2500 tonnellate di oro, e che da allora è stata tra le maggiori venditrici tra le banche centrali (con un timing non proprio ottimale, per usare un eufemismo).

In alternativa (o in parte) potrebbe ridurre la base monetaria.

La BNS ovviamente vive con terrore l'ipotesi di una vittoria del SI, perché questo le "legherebbe" le mani, dato che ogni espansione della base monetaria dovrebbe essere accompagnata da acquisti di oro.

Altrettanto con terrore vivono l'ipotesi di vittoria del SI tutti coloro che credono che la più che probabile rivalutazione del franco penalizzerebbe l'economia elvetica. Nell'immediato ovviamente ci sarebbero delle ripercussioni, dato che il sistema dei prezzi non si adegua istantaneamente e che ci sono prezzi più rigidi (al ribasso) di altri. Ma in teoria in un sistema di prezzi flessibili l'aggiustamento potrebbe essere abbastanza veloce.

Personalmente ritengo che il divieto di vendite successive sia un vincolo criticabile, sia in un contesto in cui l'oro funga solo da riserva, sia in un ipotetico scenario in cui tornasse a essere utilizzato come moneta. Credo anche che l'ideale sarebbe superare il concetto di banca centrale come monopolista della moneta.

Tuttavia, i vincoli posti alla BNS in caso di vittoria del SI rappresenterebbero un miglioramento rispetto alla situazione attuale, ancorché i fautori della "elasticità" della politica monetaria vedano la cosa con un mix di terrore e disgusto.

Quanto al report di Buiter, posso capire che chi lavora per una delle più grandi banche a livello globale difenda con unghie e denti la superiorità di sistemi monetari fiat gestiti da banche centrali, ma i suoi argomenti mi sembrano assurdi.

Buiter ritiene che l'oro sia una moneta (e questo è già qualcosa), ma lo considera fiat perché sostiene che il suo "valore intrinseco" sia trascurabile. Una caratteristica che lo accomuna alle monete virtuali come il Bitcoin. Anche le monete fiat gestite dalle banche centrali non hanno valore intrinseco, ma almeno non hanno costi di emissione e stoccaggio (soprattutto quando sono in forma elettronica, che ormai è il formato ampiamente predominante). Questo le renderebbe "socialmente superiori", secondo Buiter.

Il problema, a mio parere, sta soprattutto nella definizione di "valore intrinseco". Buiter sostiene che quello dell'oro sia praticamente nullo, dato che i suoi utilizzi industriali e in gioielleria potrebbero essere rimpiazzati da altri materiali che costano meno. Pertanto l'oro sarebbe una moneta merce fiat perché il suo valore "deriva solo dalla convinzione da parte di un numero sufficientemente ampio di attori economici che abbia quel valore".

Il fatto è che ogni cosa ha un determinato valore di scambio perché un certo numero di soggetti economici glielo attribuisce. Il concetto di "valore intrinseco" a cui fa riferimento Buiter non ha senso, dato che rappresenta un tentativo di oggettivizzare un concetto soggettivo.

Considerare, poi, oro e Bitcoin come se fossero monete fiat, prive di "valore intrinseco", induce Buiter a concludere che qualsiasi valore superiore a zero attribuito a qualsiasi moneta costituisca una bolla. Quindi la conclusione (suppongo volutamente provocatoria) è che l'oro sarebbe in bolla da 6000 anni. Anche in caso di iperinflazione e collasso delle monete fiat, non è detto che il valore di Bitcoin e oro rimanesse superiore a zero.

Buiter arriva a questa affermazione sostenendo che non deve esserci possibilità di arbitraggio tra monete alternative con identico valore intrinseco, per cui se il valore del dollaro (o di altre monete fiat) si azzerasse, sarebbe possibile un azzeramento del valore anche di oro e Bitcoin.

E' chiaro che di fronte ad affermazioni del genere l'unica considerazione che si può esprimere è che in caso di scenari apocalittici si può fare qualsiasi previsione. Però quei 6000 anni di storia potrebbero non essere stati sei millenni di follia generalizzata (ovviamente con le eccezioni di Buiter e del da lui citato, guarda caso, Keynes).

L'oro è di fatto una moneta non inflazionabile a piacere, e lo stesso vale per una moneta con le caratteristiche del Bitcoin. E' questa una delle caratteristiche fondamentali che ha fatto del primo un mezzo di scambio universale per millenni e che ha indotto all'invenzione del secondo. E' anche una delle caratteristiche per cui l'oro si è rivalutato (ancorché con oscillazioni) nei confronti delle monete fiat, soprattutto dal 1971 in poi.

Disporre di un mezzo generale di scambio che non sia inflazionabile a piacere né prodotto in monopolio evidentemente ha costituito e costituisce qualcosa di desiderabile (aggiungerei: di valore) per una moltitudine di attori economici. Capisco che chi prospera con i sistemi monetari attuali cerchi di demolire tutto ciò che ne mette in discussione le fondamenta.

Quella di Buiter, però, mi sembra molto più che un'arrampicata sugli specchi. Qualunque cittadino svizzero che avesse dei dubbi sul voto, una volta letto quel report credo che dovrebbe correre alle urne e votare SI.


giovedì 27 novembre 2014

Scorie - Inflazione e non vedenti

"Altri hanno ripiegato rivendicando che sono i prezzi degli asset, non quelli al consumo, a mostrare "inflazione" – come se ci si dovesse preoccupare dell'aumento dei prezzi delle azioni."
(N. Smith)

Ogni volta che Noah Smith si occupa di politica monetaria e inflazione sembra di sentire un pappagallo ripetere quello che dice Paul Krugman (il quale, non a caso, è una delle fonti di ispirazione di Smith).

Sul concetto di inflazione c'è indubbiamente una notevole confusione. Da diversi decenni l'inflazione viene identificata come crescita generalizzata dei prezzi al consumo. Di solito viene misurata dalle variazioni ponderate dei prezzi di un paniere di beni ritenuti (con una certa dose di arbitrarietà) rappresentativi di ciò che viene consumato abitualmente in un determinato periodo di tempo.

Questa è la nozione alla base del mandato assegnato alle banche centrali nel loro obiettivo di mantenimento della stabilità dei prezzi, che poi viene solitamente intesa non già come una variazione tendenzialmente pari a zero dell'indice, bensì in una crescita attorno al 2 per cento annuo.

In origine, però, l'inflazione era definita come crescita dell'offerta di moneta non coperta da oro (o altro metallo usato come moneta). In pratica le banconote e i depositi bancari erano sostituti della moneta vera e propria, per cui una loro emissione in eccesso rispetto alle riserve di moneta (l'oro, appunto) rappresentava l'inflazione, il cui effetto era quello di ridurre il potere d'acquisto dell'unità monetaria.

Nei sistemi monetari fiat attualmente in vigore, l'inflazione è stata di fatto istituzionalizzata, ed è generata da manovre monetarie espansive da parte delle banche centrali, oltre che dall'espansione dovuta al moltiplicatore dei depositi nei sistemi bancari a riserva frazionaria (altra fonte di inflazione istituzionalizzata).

In base alla definizione originaria, la crescita dei prezzi (al consumo, ma non solo) è una conseguenza dell'inflazione. Ma se si considera inflazione la crescita degli indici dei prezzi al consumo, è ben più che probabile assistere a lunghi periodi di politiche monetarie espansive (quindi inflazionistiche secondo la definizione originaria) senza che a ciò corrisponda una crescita dei prezzi al consumo. All'apparenza, quindi, la politica monetari espansiva sarebbe compatibile, anche per lunghi periodi, con l'assenza di inflazione.

Va detto che in assenza di politiche monetarie espansive al posto della crescita moderata degli indici dei prezzi al consumo potrebbe verificarsi una diminuzione più o meno consistente degli stessi, per fattori dei quali non mi occuperò in questa sede.

Ciò che mi pare opportuno evidenziare, tuttavia, è che valutare gli effetti di una politica monetaria espansiva limitandosi a seguire l'andamento degli indici dei prezzi al consumo ha conseguenze disastrose. Senza andare troppo indietro nel tempo, la storia del primo decennio di questo secolo dovrebbe essere eloquente in tal senso.

E' allora indubbiamente vero che paventare una crescita stratosferica dei prezzi al consumo in una fase in cui la politica monetaria espansiva contrasta una fase post scoppio di una bolla non ha senso. Ma in economie altamente finanziarizzate come quelle odierne gli effetti di una politica monetaria inflattiva sono ben visibili, appunto, sui prezzi degli asset finanziari e reali.

Lo erano anche nel periodo 2004-2007, quando la Fed alimentava la bolla creditizia-immobiliare e tutto sembrava andare bene perché i prezzi al consumo crescevano moderatamente. Già all'epoca quelli che oggi ritengono che la politica monetaria non stia preparando un'altra crisi erano "sereni". Come è andata a finire è storia nota. Continuare ancora oggi, come fa Smith (tra l'altro in folta compagnia) a sottovalutare i rischi a me pare assurdo.

Probabilmente recuperare la definizione originaria di inflazione aiuterebbe a inquadrare meglio il problema. Anche se non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.


mercoledì 26 novembre 2014

Scorie - La speculazione dei fondi pensione

"Il governo è disponibile ad affrontare il tema, ma la nostra posizione è che la tassazione del capital gain debba essere omogenea e unitaria. Poiché l'aliquota ordinaria è via via salita al 26%, mi sembra evidente che anche quella dell'11,5% che pesa sui fondi pensione debba crescere. Poi siamo ben consapevoli dell'importanza dello sviluppo delle pensioni integrative e quindi proveremo a costruire un equilibrio tra queste due esigenze, tenendo conto delle necessarie coperture."
(E. Morando)

Enrico Morando, vice ministro dell'Economia, ha così espresso l'opinione del governo in merito al quasi raddoppio, nell'arco di sei mesi, della tassazione sui rendimenti dei fondi pensione.

Qualche mese fa il presidente del Consiglio, che si suppone dovrebbe essere il depositario della linea ufficiale del governo, giustificò l'aumento della tassazione dei redditi di natura finanziaria (definirle "rendite" è tecnicamente scorretto, anche se fa molto effetto in un Paese in cui il marxismo non è mai stato sepolto, ma solo accantonato contro voglia, e neppure da tutti e sinistrorsi) dal 20 al 26 per cento con la volontà di colpire la "speculazione".

All'epoca - parliamo di uno dei primi provvedimenti del governo Renzi - l'aliquota sui fondi pensione fu leggermente aumentata, dall'11 all'11,5 per cento, il tutto con la scusa di finanziare qualche altra limatura fiscale. Trattandosi di un aumento lieve, la cosa passò quasi inosservata.

Con la legge di stabilità, dal 2015 si passa dall'11,5 al 20 per cento, e il vice ministro Morando dice che "la nostra posizione è che la tassazione del capital gain debba essere omogenea e unitaria". Come a dire: di grazia che non abbiamo portato l'aliquota al 26 per cento anche sui fondi pensione.

Se qualcuno nota incoerenza tra la posizione espressa da Morando e quella a suo tempo espressa da Renzi (corrucciando le sopracciglia, come quando vuol apparire serio agli interlocutori), credo sia comprensibile. Cosa ci sia di "speculativo" (nel senso attribuito alla parola dai tassatori) nell'investimento in fondi pensione, francamente mi sfugge. Si tratta, in realtà, di uno strumento indispensabile per consentire a chi oggi lavora e non è prossimo alla pensione di sperare di non fare la fame (o di farla un po' meno) quando sarà anziano e pensionato.

Già la repressione finanziaria farà la sua parte schiacciando i rendimenti degli impieghi obbligazionari (che rappresentano buona parte di una allocazione non troppo propensa al rischio) e mantenendoli al di sotto della perdita di potere d'acquisto della moneta per diversi anni; se ci si mette anche la repressione fiscale un futuro da poveracci è la prospettiva pressoché certa per milioni di giovani.

Quelli che hanno l'età di Renzi o sono più giovani di lui, ai quali il presidente del Consiglio dice di fare del bene lasciando a una parte di essi 80 euro al mese in più in busta paga, togliendo però con una mano quello che ha lasciato con l'altra.


martedì 25 novembre 2014

Scorie - Super Stati e super problemi

"L'Europa sembra aver deciso, dopo anni di stagnazione, di far entrare l'economia in deflazione. E lo fa perché non è davvero democratica. In una democrazia, infatti, quando le cose vanno male c'è modo di cambiare: si sostituisce il governo e muta, di conseguenza, la politica. Nella Ue, invece, si può cambiare il governo ma non la politica, che è predeterminata dai trattati che hanno tolto ogni potere agli esecutivi nazionali. I quali non possono avere una politica valutaria e industriale… Il vizio capitale della Ue è che il debito è sovrano ma la moneta non ha sovranità: gli Stati si indebitano con una divisa su cui non hanno controllo. Si è fatta una moneta unica per rendere impossibile la speculazione. Ora ci vorrebbe un unico titolo di debito pubblico. E occorre dare alla Bce le prerogative che hanno tutte le altre banche nazionali: stampare moneta per finanziare gli Stati. Questo, però, significa che dobbiamo avere, nella Ue, una situazione federale. Abbiamo concepito, infatti, un Paese con Stati federati ma non c'è uno Stato federale. Siamo andati molto avanti con l'Europa. Ora, o si fa un ulteriore passo in avanti oppure si rischia di farne uno indietro."
(J-P. Fitoussi)

Non si direbbe che in Italia vi sia carenza di economisti statalisti e interventisti (con sfumature che vanno del keynesismo al marxismo), eppure pare evidente che la dotazione nazionale non sia ritenuta sufficiente, dato che da diversi anni la classe dirigente del Belpaese riserva danarosi scranni in consigli di amministrazione e ascolta ammirata l'opinione (tra gli altri) dell'economista francese Jean-Paul Fitoussi.

Il quale, come spesso accade per ciò che viene dalla Francia, non dice nulla di originale e, se possibile, è perfino più statalista dell'economista medio italiano. Questa peraltro è una costante nei confronti tra Italia e Francia, la quale, ahimé, è spesso considerata un punto di riferimento da imitare, trascurando il fatto che il deterioramento della sua situazione economica e delle sue finanze pubbliche viaggia a ritmi molto più spediti che in Italia, e che appare ancora messa meglio solo perché l'Italia era messa peggio all'inizio della crisi.

Cosa dice, dunque, Fitoussi, invitato all'ennesimo convegno sul nulla? Dice che l'Europa ha deciso di andare in deflazione, perché "non è davvero una democrazia". L'abuso del ricorso al termine "democrazia" è una costante quando poi si invocano spesa pubblica e stampa di denaro. Ma andrebbe chiesto a Fitoussi se i Trattati che regolano l'Unione europea sono stati sottoscritti da governi democraticamente eletti oppure se sono stati imposti da un esercito alieno venuto dallo spazio.

Il punto di arrivo, tanto per cambiare, è noto: "il vizio capitale della Ue è che il debito è sovrano ma la moneta non ha sovranità: gli Stati si indebitano con una divisa su cui non hanno controllo". E allora avanti verso uno Stato federale (gli Stati Uniti d'Europa di cui tanti si riempiono la bocca) e una banca centrale che crea denaro a volontà per finanziare il debito pubblico.

Ovviamente lo Stato federale si suppone dovrebbe disporre di un proprio bilancio da utilizzare per redistribuire risorse. Il problema pratico è che la resistenza a ridurre una spesa pubblica insostenibile che c'è oggi ben difficilmente verrebbe meno domani. Il sogno inconfessato dei fautori degli Stati Uniti d'Europa è quello di spostare il problema da un debito pubblico nazionale a uno europeo del quale non indicano chi dovrebbe farsi carico.

Dato, però, che per quanto la banca centrale stampi denaro, gli oneri del debito prima o poi (in una forma o in un'altra) sono sostenuti da qualcuno, quel qualcuno non è sufficientemente ingenuo da offrirsi volontario per farsi carico delle spese pubbliche che altri non vogliono ridimensionare.

La stessa esperienza italiana dovrebbe essere di insegnamento: oltre un secolo e mezzo di unione forzata (che tra l'altro inizialmente danneggiò significativamente il meridione) ha generato una redistribuzione a senso unico che frustra le regioni che pagano il conto e genera dipendenza da assistenzialismo in quelle che ricevono trasferimenti.

Senza entrare nel merito se ciò sia desiderabile, lo Stato federale europeo non potrebbe funzionare se, come credo siano convinti i suoi fautori, si trattasse semplicemente di creare una sovrastruttura che non metta freno a sistemi di spesa pubblica che sono del tutto incompatibili con la realtà demografica attuale e prospettica (oltre, ovviamente, che con il rispetto della proprietà privata).

Si imboccherebbe semplicemente una strada che, forse, consentirebbe di rimandare per qualche altro anno la resa dei conti. E' già accaduto con la moneta unica: i Paesi spendaccioni hanno beneficiato per circa un decennio di tassi di interesse tra la metà e un terzo di quelli che avevano in precedenza, e invece di contenere la spesa l'hanno aumentata, dato che il costo del debito era diminuito. Salvo poi gridare alla speculazione quando le condizioni internazionali sono peggiorate e invocare la stampa di moneta, quella stessa soluzione che nei decenni precedenti li aveva fatti vivere di debito e inflazione.